6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 3

6 terribili verità – Prima verità

Leo percorse più in fretta che poté il claustrofobico vicolo schiacciato tra le due palazzine. Il solito dolore all’anca aveva deciso di ripresentarsi in un pessimo momento, l’emicrania quasi gli annebbiava la vista e si sentiva degli sguardi trafiggergli la schiena.

“Merda!”

I sintomi dell’astinenza si facevano sentire ogni volta un po’ prima. Accelerò ancora il suo passo zoppicante e sì fermò davanti a una porta di ferro pitturata di blu, di quelle larghe e rinforzate che spesso fanno da uscita di servizio dei locali.

Si guardò attorno e poi bussò. Attese che da dentro una voce gli facesse una domanda e rispose, anche se le parole gli si impastavano nella bocca secca. La porta si aprì verso l’esterno, appena il necessario per far uscire un braccio muscoloso che si allungò per raccogliere la banconota tenuta da Leo. La mano scomparve stringendo i soldi e un attimo dopo rispuntò fuori per dare al barbone una bustina quadrata.

Leo non aspettò nemmeno che la porta si chiudesse, si allontanò percorrendo il vicolo. Fissava, quasi commosso, le dosi di animus attraverso il velo di plastica trasparente. Gli sarebbero bastate per qualche giorno – quattro, forse cinque – Non bisognava esagerare con quella roba.

Le mani erano grossolane e colte dai fremiti dell’astinenza e dell’eccitazione facevano fatica ad aprire la clip della bustina.

“’fanculo ‘ste cazzo de mani!”

Ora che c’era così vicino non ce la faceva più a resistere.

Stava armeggiando in modo frenetico per liberare una dose, quando venne afferrato per la giacca e lanciato addosso ai cassonetti dietro cui sia era nascosto il suo aggressore.

L’impatto lo privò di tutta l’aria che aveva nei polmoni; mentre provava a rialzarsi e a divincolarsi per riprendere fiato, un paio di mani guantate lo sbatterono contro il muro con una tale forza da far piovere a terra una grandine di intonaco disfatto.

Un violento schiaffo in faccia gli impedì di svenire, e sebbene la vista fosse ancora annebbiata per il debito d’ossigeno osservò l’uomo che aveva di fronte, non riuscì a fare altro, si sentiva totalmente inerme, schiacciato dagli occhi che lo fissavano oltre le lenti scure degli occhiali. Riconobbe quello sguardo dalla sensazione di gelo che provava lungo la spina dorsale, la stessa che aveva provato appena imboccato il vicolo e che aveva ritenuto effetto dell’astinenza.

***

Saul aveva seguito il barbone fin da quando aveva preso la banconota lasciata cadere dalla gazza, per poi appostarsi in fondo a un vicolo quando l’uomo aveva cominciato a guardarsi attorno con aria preoccupata. Doveva essere vicino alla meta. Nonostante il buio e la distanza, non aveva avuto difficoltà a comprendere la dinamica dello scambio. Ora sapeva cosa fare.

Leo aveva fatto bene la sua parte e poteva essergli ancora utile per sapere se fosse il momento adatto per agire. Non si sarebbe perdonato un colpo a vuoto. E poi, in fondo, Leo voleva la sua dose.

Lo alzò da terra tenendolo sotto il mento con una mano, quando vi furono due palmi d’aria tra i suoi piedi e l’asfalto, gli strappò la bustina ancora stretta tra le dita. Serrò la presa sul collo finché il barbone non cominciò a boccheggiare, allora lacerò la plastica con un morso e versò tutto il contenuto tra i denti marci. L’uomo si contorse in preda agli spasmi e dagli angoli della bocca scivolò una densa bava impastata alla polvere grigiastra. Un attimo dopo l’animus era già entrato in circolo e il corpo passò a uno stato di totale rilassatezza, solo le labbra erano tirate in una parodia di sorriso. Gli occhi ruotarono verso l’alto fino a mostrare solo il bianco dentro le palpebre spalancate.

Saul lasciò andare la presa e si inginocchio vicino al barbone incosciente in attesa che la droga facesse effetto. Il suo vero effetto. L’aria cominciò a tremolare e a confondersi proprio sopra la testa di Leo, che ora biascicava senza voce delle parole incomprensibili; la notte si mostrava distorta e pulsante in una porzione di spazio a forma di fuso dai bordi frastagliati e tentacolari, uno squarcio slabbrato nel buio fitto all’interno del quale Saul cominciò a scrutare in cerca di qualcosa. Nell’oscurità si apriva un paesaggio alieno ed eterico, sovrapposto allo squallore del vicolo, offuscato e indistinto come un miraggio. Un altro mondo dove cercare risposte alle domande di questo. Nell’oscurità, l’Oscurità.

***

«Perché ci fate questo?»

Questa domanda lo aveva colto di sorpresa. Dopo giorni a fare da cavie per testare gli effetti collaterali dell’animus non avrebbe dovuto neanche ricordare il proprio nome. Invece lei gli aveva rivolto quella domanda; forse non a lui direttamente, visto che non sembrava in grado di discernere bene la realtà. Era come tutti gli altri e le altre, legati a una sedia, in una camera buia scavata nella roccia per mantenere la giusta temperatura, collegati a dei tubi dove scorreva la droga in diverse concentrazioni, con aghi di metallo, sempre gli stesi, infilati in buchi infetti nelle vene gonfie. Era come tutti gli altri, eppure diversa. Decise che era diversa, decise che voleva liberarla, salvarla, ma per farlo doveva portarla via e nasconderla.

***

Il ricordo svanì assieme al miraggio, rimaneva solo la notte. L’effetto dell’animus non poteva già essersi esaurito, era più probabile che si fosse consumato il tramite. Saul spinse il corpo del barbone con la punta del piede: si era già irrigidito. La pelle del volto era come essiccata, prosciugata di ogni fluido vitale, gli occhi vitrei spalancati e incassati dentro profonde occhiaie segnate da capillari rotti, le labbra ritratte in un ghigno di disperazione.

La gazza zompettò un paio di volte attorno alla testa del cadavere e si fermò a pochi centimetri dal suo naso.

«Ciao Leo!» gracchiò.

Rimase immobile per un attimo, guardò Saul sopra di lui e ancora il volto esangue.

«Grazie Leo!»

Saul scosse la testa, si girò a guardare in profondità nel vicolo e si incamminò, senza preoccuparsi di lasciare la sua vittima a cielo aperto.

«Addio Leo!»

Uno sbattere di ali grigie anticipò il pennuto che si lanciava all’inseguimento volante della figura che correva in silenzio.

***

TOC! TOC! TOC!

Saul lasciò che il pugno scivolasse lungo il fianco e attese di fronte la porta che accadesse qualcosa, mentre la gazza si muoveva a piccoli scatti sulla sua spalla sinistra. Un pannello si aprì con uno scatto rugginoso lasciando un buco rettangolare sulla lastra di ferro. Oltre si vedevano solo due occhi arrossati.

«Che vuoi?»

«…»

«Levati dai coglioni, va’.»

«Apri – gracchiò l’uccello – o…»

«Ma vaffanculo!»

Il pannello si chiuse prima che la frase fosse finita.

«…muori. Oh! Oh!»

La gazza allungò il collo e picchiò tre volte con la punta del becco sul metallo. Ancora una volta si aprì la fessura sulla porta.

«Ti ho detto di levarti dai coglioni. Non farmi uscire, ok?»

Gli occhi all’interno ebbero un guizzo di dolore prima di scomparire verso il basso. Ci fu all’inizio un mugolio di sorpresa che nel volgere di pochi istanti divenne un grido sommesso di sofferenza.

«Oddio! Ommioddio!» supplicò l’uomo a voce alta.

«Apri! – fu la risposta gracchiante all’invocazione – Apri!»

Le urla si fecero più agonizzanti. Del liquido rosso cominciò a filtrare da sotto la porta. Quando si sentì uno scatto, Saul fece un passo indietro per consentire all’uscio di aprirsi. Aggrappato al maniglione antipanico c’era qualcosa che somigliava a un essere umano. La schiena del buttafuori era piegata quasi ad angolo retto, mentre gli arti erano ritorti all’indietro e avvitati su loro stessi in modo tale che in alcuni punti la carne si era lacerata lasciando intravedere le ossa sbriciolate da cui fuoriusciva il midollo. Il volto era l’unica parte anatomica a non essere orribilmente deformata, ma era talmente distorto dall’agonia da risultare ancora più inumano del resto.

«Ti prego…» disse accasciandosi al suolo.

Saul impose la mano sulla creatura e questa smise di contorcersi. Il sangue che gli usciva dal naso andò a ingrossare la pozza che ormai aveva invaso l’uscita posteriore del locale.

***

Da lontano il Crowley dava l’idea di essere un locale di classe, un ritrovo per gente facoltosa e altolocata; voleva essere un diamante in una città di escrementi. Era tutta una finta: l’intonaco lucido da quattro soldi era già screpolato e macchiato di umidità in molti punti e a uno sguardo più attento i cristalli; che rendevano quel posto una bomboniera di Swarovski, erano vetracci scadenti. Come la sua clientela. La gente per bene di Littoria, i giovani a oltranza che ostentavano la ricchezza frutto del lavoro dei loro genitori o di debiti insolubili. Si riuniva lì dal venerdì alla domenica sera; questo da circa sei mesi. Ancora non si era esaurito lo slancio pubblicitario dell’inaugurazione che avrebbe portato inevitabilmente il Crowley a essere abbandonato entro la fine dell’anno a vantaggio di un altro rilucente locale appena aperto. In città succedeva così, il vecchio e il nuovo si alternavano al seguito della compiacenza di qualche piccola stella appannata di questo o quel reality tv o del nuovo campione esordiente della Virtus Littoria.

Saul camminava in mezzo ai divanetti di pelle ingiallita, ignaro o indifferente ai fili di maldicenze e rancori che costituivano le maglie invisibili della rete sociale cittadina. Se qualcuno si fosse preoccupato di osservare il suo naturale distacco l’avrebbe visto come un’antica statua etrusca di terracotta in un negozio di nani da giardino. Ma nessuno degli ospiti del Crowley sporse la sua vista oltre le lenti degli occhiali griffati o al di là del proprio naso infarinato.

Un brusio maligno filtrava oltre il cappuccio del giaccone militare, fastidioso, ma incapace di distoglierlo dal suo obiettivo. Prima di salire sulle scale tappezzate di velluto nero, si girò a dare un’occhiata complessiva: piccole distorsioni visive sopra i molti gruppetti di persone gli confermarono che l’animus era in circolo, così diffuso da non riuscire a identificare i singoli fruitori. Fissò lo sguardo verso la porta principale del locale. Nell’apri-chiudi continuo dell’ingresso a vetri si infilò una piccola ombra che schizzò in una frazione di secondo verso l’alto soffitto ingioiellato. Un verso gracchiante si perse nel vuoto delle chiacchiere e delle ordinazioni.

«Ehi amico – disse una voce impostata su un tono amichevole – Sei già partito o ti sei solo incantato?»

Girandosi, Saul si trovò davanti un ragazzo vestito con abiti troppo costosi per essere frutto di un lavoro onesto.

«Non ti stai divertendo molto, giusto?»

Saul fece un cenno con la testa.

«Eheh. Non me lo dire, è la prima volta che vieni. L’ho capito dai vestiti. Mi piacciono quelli che se ne fregano delle apparenze. Se hai bisogno di tirarti un po’ su, chiedi pure. Io sono Alan.»

Saul annuì, poi alzò il mento a indicare la cima delle scale.

«Oh, perdonami, non avevo capito. A posto amico, goditi la serata, se quando hai finito vuoi farti un giro sai dove trovarmi.»

Guardò il giovane spacciatore andarsi a sedersi al bancone e attaccare discorso con una coppia di ragazze che sembrava conoscere. Poi salì le scale che portavano ai privé e agli uffici dell’amministrazione.

altro, poesia

La lista

Eravamo d’accordo quasi tutti
sull’idea che nessuno fosse uguale
C’erano i belli e c’erano i brutti.
E in questo non vedevamo alcun male.

“Amici, non è un problema d’aspetto.
Qui non è una questione di bellezza,
per Dio, ma di bontà!” disse l’eletto.
E iniziò a tirare una strana brezza.

“Se noi siamo i buoni” diceva il coro
“– Perché buoni noi lo siamo di certo –
i cattivi devono essere loro,
quelli passati dal portone aperto”.

Per prima cosa chiusero i portoni.
C’erano i buoni e c’erano i cattivi.
E i cattivi eran diversi dai buoni:
cattivi solamente perché vivi.

Poi decisero di fare una lista
in base al criterio della bontà.
Qualcuno diceva “è un punto di vista”,
ma era solo un punto di cecità.

Si chiedeva qualcun altro “Ancora?
Non impariamo mai niente? Ma come?”
“Preoccupati” rispondevano allora
“Che sulla lista non ci sia il tuo nome”.

6 terribili verità, narrativa

ANIMUS MUTANDI – parte 1

6 terribili verità – Prima verità

Giò, detto “il Lisca”, stava aspettando sul molo da oltre un’ora e non passava un minuto senza che maledicesse ad alta voce la sorte che lo aveva messo in quel guaio. Una tale raffica di bestemmie che ormai si era trasformata in un incomprensibile borbottio uniforme, interrotto solo da colpi di tosse stizzosa e da poderosi sputi di catarro che si perdevano oltre il molo in ovattati “ploch”. L’acqua era così calma e nera da sembrare olio per motori, e trattandosi del porticciolo di Rio Martino probabilmente lo era.

«Che cazzo de notte de merda!» urlò rivolto solo alla nebbia.

In effetti quella notte non era delle migliori per il Lisca: l’umidità pesante non faceva che aggravare la sua bronchite cronica e infeltrirgli il maglione, probabilmente gli era salita anche qualche linea di febbre. La nebbia era così fitta e densa che appariva a tratti grigia o gialla, come lardo rancidito; aveva l’impressione di respirare fumo e cenere. E poi l’attesa. Quella proprio non la sopportava.

«Tranquillo Giò – gli aveva detto il signor Ettore nel primo pomeriggio – trattiamo con gente strana. Ehi, ma chi non è strano a questo cazzo di mondo? Se quello fa tardi tu aspetti, ok?» Continue reading “ANIMUS MUTANDI – parte 1”

altro, poesia

Con le braccia chiuse

Il volto imperturbabile ai soprursi,
le braccia incrociate, chiuse, in attesa
dei vinti: la posa dei vincitori,
contro il sole che sorge all’orizzonte.

Con le braccia, anche gli occhi si son chiusi
per non vedere quella mano tesa;
e così si sono chiusi anche i cuori
nella morsa dell’acqua sotto un ponte.

Ogni bocca chiusa oggi racconta
il rifiuto per le vite sofferte.
Sappiatelo, quando il sole tramonta
fa freddo anche con le braccia conserte.
Non voltiamo le spalle a questa onta:
rimaniamo con le braccia aperte.

altro

Il mio posto accanto a loro

Anche oggi sono sul treno che mi porta a Roma e, botta di culo, anche oggi ho trovato posto a sedere nonostante il treno sia con mezz’ora di ritardo e sia imbottito di gente a livelli assurdi. Sono seduto vicino a Leefah (scrittura di fantasia della pronuncia “lifa”, o qualcosa del genere…), un immigrato ganese che è venuto in Italia a fregarmi il posto finestrino… Che è un oltraggio non da poco perché io sul cestino sotto il finestrino ci appoggio il cellulare.
Forse il culo non c’entra, ma ci torno dopo.
Continue reading “Il mio posto accanto a loro”

Medioevo

E Giustaforca è sempre lui

Ecco un “bel” Giustaforca delli Guai.
Direttamente dall’impareggiabile mano di Luca Checchinato.

Chi fosse interessato a conoscere meglio questo laido figuro può leggere:
Uno diavolo pe sonaglio
Spirito di contraddizione
Un giullare di notte

Giustaforca, inoltre, appare nei numerosi pezzi musicali e recitati realizzati da
La Corte de’ Buffoni