Medioevo, poesia

Tra sorci e porci

Scrissi questo sonetto qualche anno fa (dal linguaggio si direbbe qualche secolo…), quando la situazione politica, in teoria, era un’altra, ma cambiata la voce che incita la folla, il fatto è che la guerra ai poveri, tra poveri e dei poveri continua.

In citade s’assoldan berrovieri
per cacciare manente tutti i sorci
ca movensi all’ombra delli torci
alla cerca di cibo e pochi averi.

Lesti i cacciator s’adusan fieri
e noi lassi non badiamo i porci
ca di lor querceti, sanz’opporci,
meniamo nei palazzi de’ quartieri.

Or hanno lor lo scettro e lo danaro
e tu pensiti d’esser cavaliere,
ma nemmeno pòi dicerti porcaro.

Pensi male o te l’hanno data a bere,
che che ‘l male colli topi lo scacciaro?
“Nullo male!” lo mal fatti savere.

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Cuore di falena

Cuore di falena che t’inganni,
quand’è notte levi le tue ali.
Guardi la luna e credi il riflesso

esser la fonte, il sole stesso;
il suo opposto, ma per te uguali,
poiché è il lume nei più alti scranni.

Fermo giunge come tutti gli anni
il giorno in cui l’astro di Diana
si eclissa e si cela alla vista.

Non c’è bagliore che t’assista:
scruti il cielo, ma lei è lontana,
allora brami del fuoco i danni

e pure nel cuore della bruma,
nel freddo intenso privato di luce,
un desiderio immenso t’infuoca.

La ragione, la ragione è poca
e a cerchi più stretti ti conduce,
dove il fuoco, invano, ti consuma.

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Oggi qualcuno è nato

Oggi qualcuno è nato
che ha tutto da imparare;
come essere ascoltato
e anche come guardare
tutto con occhi nuovi
e colmi di meraviglia,
con cui incerto provi
a cercare la sua famiglia
per ogni sua incertezza.
Avrà bisogno di tutto,
anche solo di una carezza
in un momento brutto.
Passerà le notti sveglio
a farsi mille domande,
che stia male o stia meglio.
Sarà piccolo e grande.
Quando sara stanco morto,
dopo un giorno sfiancante
basterà attenzione e conforto
perché torni pimpante
e ricominci a fare chiasso,
con la smania di bambino,
andando passo dopo passo,
di nuovo sveglio fino al mattino.
E piangerà, fino a tardi,
quando si sentirà solo e triste
e penserà che nessuno lo guardi,
Ma capirà in cosa consiste
la gioia all’improvviso,
ridere e ridere per una faccia
buffa, uno sguardo, un sorriso,
una smorfia, una boccaccia.
Avrà timore di un verso
mai sentito e imprevisto,
di un suono diverso,
di un segno mai visto.
Sembrerà troppo gracile
per ciò che gli viene chiesto.
In effetti non sarà facile,
ma avrà sempre con sé questo:
una piccola gioia nel cuore,
un sorriso, una speranza,
un gesto di gentilezza e d’amore.
Così sarà forte abbastanza.
Come, rimarrà un mistero
e forse ancora non lo sa,
ma ce la può fare davvero.
Oggi è nato un papà.

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Due once d’oblio

Sotto le dita, il tavolo
dove poggia il bicchiere
con due once di rum.

Dallo spirito al diavolo,
dall’essere all’avere:
“memento ergo sum”.

Ogni solco nel legno
la notte solitaria
è di un’anima in stallo.

La fuga, il rilascio indegno
per una boccata d’aria.
Sul palmo, freddo cristallo,

nella gola acqua di fuoco
e poche once di oblio
affinché il cuore riposi

dall’opera, dal gioco
di un vecchio, stanco Dio
dai modi misteriosi.

Un libro di poesie
senza ritmo, né metro;
è questo il tuo operato.

Non scerni le bugie,
né il cristallo dal vetro
di un occhiale appannato

che confonde le parole
e fa perdere la rima;
quasi non le avessi scritte

e che quelle sole
fossero la stima
delle tue sconfitte.

Ogni caduta un verso
sulle pagine malconce
di un libro già pieno.

Ogni volta che hai perso,
ancora altre due once
di prezioso veleno

in cui vaghi disperso
come fossero flutti,
in cui gridi “Io comunico.

Io non sono diverso
dagli altri e come tutti
volevo essere unico,

per te, per un istante;
quello in cui le tue dita
sfogliarono il mio cuore

e tu credesti importate
ogni pagina di vita,
ogni macchia di liquore.

Lo stesso rum diluito
dalle gocce d’acqua e sale
d’un uomo che legge e piange

e tiene il segno col dito
di un dolore abituale.
Il cristallo cade e s’infrange.

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Mentre ti osservo

Così arriva mentre ti osservo,
il timore dolce che non vuole
per te alcuna afflizione.
Per me, il bene si pone
nel passo sotto le suole
consunte di calzari da servo.

Così giunge mentre ti fisso
un gemito, un tenero lamento,
da te, nel sonno leggero.
Da me, nel dubbio, un pensiero
portò l’innalzamento
o condusse nell’abisso?

Così è lì mentre ti guardo,
la voglia impertinente
di te, di te soltanto.
Di me, di ciò che ho pianto
non è rimasto quasi niente,
salvato dal tuo amore testardo.

È nei miei occhi, nei tuoi,
quel sentimento sfocato
che vive nel passato
e nel futuro, se vuoi,
siamo parte di noi.