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I dormienti

Per paura di anticipi, l’un l’altro
ci avviciniamo con fare ispirato
e sentenziamo in modo troppo scaltro
per dire se da accusatore o imputato

Proviamo emozioni poco sincere,
vivendo gioie e dolori troppo forti
per capire se siamo delle schiere
dei mai stati vivi o non ancora morti.

La coscienza ci impone di scordare
che il sogno è il limitare del territorio
tra i cui estremi giace il grande mare
oltre i cancelli di corno e d’avorio.

Chiediamo spesso senza alcun criterio
della vita che abbiamo e del suo valore,
se frutto d’amore o di desiderio:
angelo custode o demone invasore.

Ci sentiamo padroni di quei momenti
in cui la tromba del giudizio rimbomba
ma non siamo angeli, siamo i dormienti
risvegliati dal volo di una colomba.

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Ora so dove finisce l’orgoglio

Ora so dove finisce l’orgoglio
e quanto poco vale.
Sfoglio
un vecchio giornale.

Il tempo l’ha scritto e poi distrutto.
Cosa vale di più?
Tutto.
Me l’hai insegnato tu.

Presi a pugni la tua statua una notte,
e ancora l’indomani.
Rotte.
Mi sono rotto le mani.

Credevi che io avessi un piano in mente.
Lo vedi cosa ho in mano?
Niente.
Questo è il grande piano.

Credevi che la vita migliora
ogni ora che viene.
Ora
è questo il mio bene.

Di quella speranza che non vidi,
puoi dirmi cosa resta?
Ridi,
oggi è la tua festa.

La saggezza del gatto

E nessuuuuuuuuuu…
…nocapìquellochevolessedireilgatto.
E né su e né giù
per questo assurdo fatto
si capì che il gatto
era disposto a parlare
soltanto a quel matto
che volesse d’ascoltare.
Cosa dire? Cosa fare?
Si può fare, si può dire
forse “Micio, vuoi parlare?”
Ma poi proprio sul finire
si sta zitto, ah, che ardire
aver la voce e non usarla
“Parla o mi farai impazzire”
“Maledetto gatto, parla!”
Ora è arduo a dimostrarla
questa cosa che non riesce,
sta di fatto che non parla:
resta muto come un pesce.
E la furia allora cresce
“Parla, gatto maledetto!”
E così alla fine esce
ma sortisce un grand’effetto:
dal suo essere perfetto,
che di turbe è stato reo,
ha parlato, il gatto ha detto
solamente e solo “Meo?!?”

Un giullare di notte

“A cosa serve una veste sgargiante
se la notte è calata in un istante?
E una smorfia divertente
s’è lontana ormai la gente?”
Se lo chiede un giullare, in cammino,
nell’ora più buia, prima del mattino.
“Quando accadrà? Pensarlo non oso.
A quando il meritato riposo
per questo patetico immortale?”
Vede un monte scuro innanzi e sale:
Giustaforca sul trono del mondo;
come in un ritratto senza sfondo
ricorda la sua vita passata,
passata tra un pianto e una risata,
e fa gran ridere di se stesso,
e del timore che prova adesso
nel vedere in lontananza
una fanciulla che danza. Continua a leggere

Il viaggiatore

C’è un viaggiatore in ciasuno di noi,
– un piccolo viandante coraggioso -;
va avanti come può senza riposo,
senza temere quel che sarà poi.

Anima i primi passi di un bambino,
il viaggiatore, vincendo ogni paura
con la gioia d’una nuova avventura.
Son questi i primi passi del mattino,

simili agli ultimi passi della sera,
più stanchi, questi ultimi, più sicuri,
resi saldi da una vita intera
a camminare su sentieri oscuri

all’ombra leggera di una promessa;
quella che dopo la prossima svolta
la richiesta di pace sarà accolta
e la strada non sarà più la stessa.

Il viaggiatore sa che la strada è una
e che qualsiasi altra promessa è vana.
Sapendolo non cerca la fortuna,
ma al rintocco dell’ultima campana

ascolta i passi e vede altri due piedi
passargli avanti e mettersi in cammino.
Osserva il viaggiatore del mattino
mentre gli dice “Vado io, tu siedi”.

La beneamata cinquina

“Mo t’ammollo ‘na cinquina!”
Quante volte l’hai sentito o detto?
Per carità, la frase è poco carina,
ma sortisce senza dubbio il suo effetto.
Senza per altro prenderla o darla.
La cinquina, dico, lo schiaffo sano sano.
Ma di quali cinque si parla?
I cinque tizi attaccati alla mano.
E quindi in modo assai ardito
vi porto l’esempio, per cominciare,
del signor Indice, detto “il dito”.
Indice perché è solito indicare;
specie le persone che ci danno tedio,
candidati ad andare a quel paese.
E qui interviene suo cugino, il Medio,
che senza troppe pretese
si alza tra l’Indice già citato
e l’Anulare, suo fratello,
a cui ogni uomo sposato
porta per l’appunto l’anello,
che non va tolto proprio mai;
questo per poter sempre ricordare
che ti ci metti da solo nei guai.
Poi chi ci sta vicino all’Anulare?
Il Mignolo, che è piccolo parecchio
ma sempre benaccetto purché funga
da artiglio scaccola orecchio,
perciò tiene l’unghia lunga.
E concludo in modo audace
parlandovi del dito che agli albori
non serviva a dire “mi piace”,
ma a trasformare bestie in signori:
il Pollice: la chiave dell’evoluzione.
Seppure opponibile da solo non basta
a opporsi a questa maleducazione.
Chiudere la mano di sicuro non guasta,
ma, lo dico tanto per dire,
quando incontri la gente cretina
la mano la dovresti aprire
e ammollargli una cinquina.

Pianticelle tra i coppi

La pioggia cade e si abbatte sui i tetti.
Sopra i filari di ortaggi nei campi.
Su di noi. Sulle città di cemento.
Sopra noi due. Sullo scorrere lento
dei pensieri più ampi,
dei più ampi non detti.

Come quei piccoli campi ristretti
tutti nella polvere tra due coppi,
sotto la pioggia resistiamo a stento.
Il sole poi trasforma in nutrimento
i resti della pioggia, pochi o troppi,
quelli che non credi, che non ti aspetti.

Verso il cielo non ci innalziamo eretti,
ma ritorti alla ricerca vitale
del primissimo sole del mattino.
Così viviamo, insieme, da vicino
la fioritura del bene e del male.
Così sbagliati, ora, così perfetti.

Non saremo mai filari di un orto.
Pianticelle tra i coppi, questo siamo,
dallo stelo contorto.

Prendendo tutto il sole che possiamo
cresciamo del reciproco conforto.
Sotto la pioggia, io ti amo.