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La beneamata cinquina

“Mo t’ammollo ‘na cinquina!”
Quante volte l’hai sentito o detto?
Per carità, la frase è poco carina,
ma sortisce senza dubbio il suo effetto.
Senza per altro prenderla o darla.
La cinquina, dico, lo schiaffo sano sano.
Ma di quali cinque si parla?
I cinque tizi attaccati alla mano.
E quindi in modo assai ardito
vi porto l’esempio, per cominciare,
del signor Indice, detto “il dito”.
Indice perché è solito indicare;
specie le persone che ci danno tedio,
candidati ad andare a quel paese.
E qui interviene suo cugino, il Medio,
che senza troppe pretese
si alza tra l’Indice già citato
e l’Anulare, suo fratello,
a cui ogni uomo sposato
porta per l’appunto l’anello,
che non va tolto proprio mai;
questo per poter sempre ricordare
che ti ci metti da solo nei guai.
Poi chi ci sta vicino all’Anulare?
Il Mignolo, che è piccolo parecchio
ma sempre benaccetto purché funga
da artiglio scaccola orecchio,
perciò tiene l’unghia lunga.
E concludo in modo audace
parlandovi del dito che agli albori
non serviva a dire “mi piace”,
ma a trasformare bestie in signori:
il Pollice: la chiave dell’evoluzione.
Seppure opponibile da solo non basta
a opporsi a questa maleducazione.
Chiudere la mano di sicuro non guasta,
ma, lo dico tanto per dire,
quando incontri la gente cretina
la mano la dovresti aprire
e ammollargli una cinquina.

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Pianticelle tra i coppi

La pioggia cade e si abbatte sui i tetti.
Sopra i filari di ortaggi nei campi.
Su di noi. Sulle città di cemento.
Sopra noi due. Sullo scorrere lento
dei pensieri più ampi,
dei più ampi non detti.

Come quei piccoli campi ristretti
tutti nella polvere tra due coppi,
sotto la pioggia resistiamo a stento.
Il sole poi trasforma in nutrimento
i resti della pioggia, pochi o troppi,
quelli che non credi, che non ti aspetti.

Verso il cielo non ci innalziamo eretti,
ma ritorti alla ricerca vitale
del primissimo sole del mattino.
Così viviamo, insieme, da vicino
la fioritura del bene e del male.
Così sbagliati, ora, così perfetti.

Non saremo mai filari di un orto.
Pianticelle tra i coppi, questo siamo,
dallo stelo contorto.

Prendendo tutto il sole che possiamo
cresciamo del reciproco conforto.
Sotto la pioggia, io ti amo.

Guàrdate allo specchio

Me viè ‘na cosa troppo importante,
vedi, quanno sei regazzino,
tu’ padre, ce sta lui e gnente.
Si te cammina vicino
te pare ‘n gigante
fra tutta l’artra gente.
Vince tutto, sa fà tutto,
te dice “fà” e tu fai quello.
È tanto forte che nun se pò dì,
che s’è contento, fori è bello,
si se ‘ncazza gira brutto,
e va bene, è bello così.

Quanno cresci, purtroppo,
nun ce stanno più i giganti,
nun le fa più lui le belle giornate,
tu’ padre è uno come tanti.
Scopri, diciamo, l’intoppo:
che pure lui fa le cazzate.

E manco poche, porcoddue!
Te sale l’odio dentro,
te la racconti “Io sò diverso.
Io co’ lui nun c’entro.”
Te ne vòi annà dalle cazzate sue
e te ne vai. E poi l’hai perso.

La vita è ‘na brutta canaglia,
se pianta e nun se mòve d’un metro.
Però è difficile che se sbaglia,
perché nun pòi tornacce indietro.

E a ‘n certo punto te piglia a muso duro,
la vita, e te urla come un pazzo:
“Anvedi mo si te piglio!
Ecco er principino de ‘sto cazzo!”
Te piglia, t’appiccica ar muro
e te dà ‘no sganassone.
“De chi te credi d’esse’ figlio?
Ma che stai a fà, coglione?
Ndo’ te credi d’annà?
Guàrdate allo specchio!”

Te ce guardi e te fai pena.
Ce stai tu da vecchio.
Ce sta la faccia de tuo papà.

Mortacci sua, la vita mena,
ma alla fine c’ha ragione.

Accanto alla luna

Questa è una storia come tante;
una storia che teniamo vicina,
parla della cosa più importante:
una mamma, un papà e una bambina.

Prima ancora che fosse nata
si chiedevano i suoi genitori:
“Piccolo amore, dove sei?
Ti aspettiamo, bimba adorata.”
“Sono qui” rispondeva lei
“Sono nella bellezza dei fiori,
nel profumo delle viole,
su una stella portafortuna,
di giorno vicino al sole,
di notte accanto alla luna.”

Ora quella bimba viene cullata
stretta stretta tra due cuori.
È dove in fondo è sempre stata.
Lei è l’insieme dei colori
che fiorisce nelle aiuole.
Bella come mai nessuna.
Di giorno vicino al sole,
di notte accanto alla luna.

Piccoletta, cresci

Gaia, piccoletta, bambina mia,
scrivo parole che non leggerai
perché tu già corri via, te ne vai
animata da una strana allegria,

ti giri e mi dici “papà, dai, vieni
con me” vuoi che lasci tutto e ti segua
senza freni. Tu sei la mia tregua
dagli affanni, la cura dai veleni.

Ti guarderai indietro, ma ora cresci,
perché tu sei la prova che l’amore
può rendere una persona migliore.
Vengo con te, apri la porta ed esci

incontro al mondo che t’è stato dato.
La tua innocenza, la posso sentire:
“fintanto che avrai paura di uscire
ci sarà sempre qualcuno in agguato.”

Avevo paura, tra i mille impegni,
di non riuscire a insegnarti la vita
perché in fondo io non l’ho mai capita.
Ora lo so, sei tu che me la insegni.

Cammina tra i vivi

Tutto quello che siamo è adesso.
Viviamo finché c’è dato in sorte,
tra l’esito casuale di un amplesso
e la morte.

Quando la morte ti è così vicina,
ma non è per te, ti attraversa e passa,
cosa diventi, un morto che cammina
a testa bassa?

Ti guarda dagli occhi di un caro inerme,
guarda dentro la tua anima in pena,
ti scava dall’interno come un verme
nella cancrena.

Ti rimane addosso come un sigillo,
mentre disperato ti batti il petto
ti sussurra ancora e ancora 《Dillo,
poeta maledetto,
dillo, e se non riesci a parlare scrivi》
Quante volte inascoltato l’ho detto?
Sono un morto che cammina tra i vivi.

Il profumo di te

Il profumo di te nelle narici
portato dal vento era come un fiore

ai sensi, linfa nuova nelle vene.

Così dieci anni fa guardavo in cielo
la luna nascosta da nubi oscure,
nella notte, come chiazze d’inchiostro

e mi chiedevo “che cosa mi trattiene?”

e pensavo ai fiori, al loro esile stelo,
un colpo di vento come una scure
li abbatte. “Vieni – dissi – te lo mostro.”

A te, che invece in me vedevi il bene.

Ma tu, figlia d’un altro parallelo,
hai preso per mano le mie paure
e mi hai mostrato un giardino tutto nostro,

dove il vento non abbatte, ma sostiene.

Dieci anni, tante le nostre radici.
E il vento porta ancora il tuo odore.