poesia

Eccoti, un fiore

Vorrei avere sempre con me un fiore
da porgere a chi è triste, oppure offeso.
Per dire ciò che non si può scrivere.

Per dire che ogni giorno un po’ si muore,
uccisi, schiacciati da un grande peso,
o traditi, ma bisogna vivere.

Vorrei avere sempre un fiore con me,
per guarire le offese col perdono,
per fermare il pianto con un sorriso.

Un fiore che tengo solo per te,
perché vorrei farti un piccolo dono
perché anche oggi un po’ mi hanno ucciso,

ma tu sei il fiore che mi è stato porto
come gesto di estrema gentilezza
quando un po’ credevo di essere morto
e potevo vivere di una carezza.

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La felicità in vita

Poca è la felicità in questa vita
e come un misero pasto si presenta:
sembra una scodella di polenta,
ma ha il sapore della merda candita.

L’hai chiesta tu a chi te l’ha servita,
forse è meglio che nessuno ti senta.
Prima che di troppa fiducia tu ti penta,
bada al tuo caro amico sodomita:

Affinché i poveri ai ricchi siano grati
si dice questa cosa molto umana:
che siamo tutti fratelli amati.

E quindi la domanda non parrà strana:
dallo stesso padre siamo tutti nati
o è la mamma che è’na grande puttana?

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Sono andato accapo

L’ho fatto. Sono andato accapo.
Ho concluso anche questa frase.
Ho composto anche questo verso.

Ho ricominciato daccapo,
ho riniziato dalla base.
Tutto ciò che avevo l’ho perso.

Inchiostro su pagine vuote,
racconti, sillogi, preghiere,
inviate a mittente sconosciuto.

Di appunti ai margini, piccole note,
storie appuntate, bugie intere,
ho preso quello che ho potuto.

Solo il peso delle parole,
troppe, ammassate così fitte,
silenti al di là di uno schermo.

Noi due? Due parentesi sole
in un libro colmo di scritte.
E tu? Tu sei il mio punto fermo.

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La lista

Eravamo d’accordo quasi tutti
sull’idea che nessuno fosse uguale
C’erano i belli e c’erano i brutti.
E in questo non vedevamo alcun male.

“Amici, non è un problema d’aspetto.
Qui non è una questione di bellezza,
per Dio, ma di bontà!” disse l’eletto.
E iniziò a tirare una strana brezza.

“Se noi siamo i buoni” diceva il coro
“– Perché buoni noi lo siamo di certo –
i cattivi devono essere loro,
quelli passati dal portone aperto”.

Per prima cosa chiusero i portoni.
C’erano i buoni e c’erano i cattivi.
E i cattivi eran diversi dai buoni:
cattivi solamente perché vivi.

Poi decisero di fare una lista
in base al criterio della bontà.
Qualcuno diceva “è un punto di vista”,
ma era solo un punto di cecità.

Si chiedeva qualcun altro “Ancora?
Non impariamo mai niente? Ma come?”
“Preoccupati” rispondevano allora
“Che sulla lista non ci sia il tuo nome”.

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Con le braccia chiuse

Il volto imperturbabile ai soprursi,
le braccia incrociate, chiuse, in attesa
dei vinti: la posa dei vincitori,
contro il sole che sorge all’orizzonte.

Con le braccia, anche gli occhi si son chiusi
per non vedere quella mano tesa;
e così si sono chiusi anche i cuori
nella morsa dell’acqua sotto un ponte.

Ogni bocca chiusa oggi racconta
il rifiuto per le vite sofferte.
Sappiatelo, quando il sole tramonta
fa freddo anche con le braccia conserte.
Non voltiamo le spalle a questa onta:
rimaniamo con le braccia aperte.

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I dormienti

Per paura di anticipi, l’un l’altro
ci avviciniamo con fare ispirato
e sentenziamo in modo troppo scaltro
per dire se da accusatore o imputato

Proviamo emozioni poco sincere,
vivendo gioie e dolori troppo forti
per capire se siamo delle schiere
dei mai stati vivi o non ancora morti.

La coscienza ci impone di scordare
che il sogno è il limitare del territorio
tra i cui estremi giace il grande mare
oltre i cancelli di corno e d’avorio.

Chiediamo spesso senza alcun criterio
della vita che abbiamo e del suo valore,
se frutto d’amore o di desiderio:
angelo custode o demone invasore.

Ci sentiamo padroni di quei momenti
in cui la tromba del giudizio rimbomba
ma non siamo angeli, siamo i dormienti
risvegliati dal volo di una colomba.

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Ora so dove finisce l’orgoglio

Ora so dove finisce l’orgoglio
e quanto poco vale.
Sfoglio
un vecchio giornale.

Il tempo l’ha scritto e poi distrutto.
Cosa vale di più?
Tutto.
Me l’hai insegnato tu.

Presi a pugni la tua statua una notte,
e ancora l’indomani.
Rotte.
Mi sono rotto le mani.

Credevi che io avessi un piano in mente.
Lo vedi cosa ho in mano?
Niente.
Questo è il grande piano.

Credevi che la vita migliora
ogni ora che viene.
Ora
è questo il mio bene.

Di quella speranza che non vidi,
puoi dirmi cosa resta?
Ridi,
oggi è la tua festa.