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La saggezza del gatto

E nessuuuuuuuuuu…
…nocapìquellochevolessedireilgatto.
E né su e né giù
per questo assurdo fatto
si capì che il gatto
era disposto a parlare
soltanto a quel matto
che volesse d’ascoltare.
Cosa dire? Cosa fare?
Si può fare, si può dire
forse “Micio, vuoi parlare?”
Ma poi proprio sul finire
si sta zitto, ah, che ardire
aver la voce e non usarla
“Parla o mi farai impazzire”
“Maledetto gatto, parla!”
Ora è arduo a dimostrarla
questa cosa che non riesce,
sta di fatto che non parla:
resta muto come un pesce.
E la furia allora cresce
“Parla, gatto maledetto!”
E così alla fine esce
ma sortisce un grand’effetto:
dal suo essere perfetto,
che di turbe è stato reo,
ha parlato, il gatto ha detto
solamente e solo “Meo?!?”

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Un giullare di notte

“A cosa serve una veste sgargiante
se la notte è calata in un istante?
E una smorfia divertente
s’è lontana ormai la gente?”
Se lo chiede un giullare, in cammino,
nell’ora più buia, prima del mattino.
“Quando accadrà? Pensarlo non oso.
A quando il meritato riposo
per questo patetico immortale?”
Vede un monte scuro innanzi e sale:
Giustaforca sul trono del mondo;
come in un ritratto senza sfondo
ricorda la sua vita passata,
passata tra un pianto e una risata,
e fa gran ridere di se stesso,
e del timore che prova adesso
nel vedere in lontananza
una fanciulla che danza. Continua a leggere

Il viaggiatore

C’è un viaggiatore in ciasuno di noi,
– un piccolo viandante coraggioso -;
va avanti come può senza riposo,
senza temere quel che sarà poi.

Anima i primi passi di un bambino,
il viaggiatore, vincendo ogni paura
con la gioia d’una nuova avventura.
Son questi i primi passi del mattino,

simili agli ultimi passi della sera,
più stanchi, questi ultimi, più sicuri,
resi saldi da una vita intera
a camminare su sentieri oscuri

all’ombra leggera di una promessa;
quella che dopo la prossima svolta
la richiesta di pace sarà accolta
e la strada non sarà più la stessa.

Il viaggiatore sa che la strada è una
e che qualsiasi altra promessa è vana.
Sapendolo non cerca la fortuna,
ma al rintocco dell’ultima campana

ascolta i passi e vede altri due piedi
passargli avanti e mettersi in cammino.
Osserva il viaggiatore del mattino
mentre gli dice “Vado io, tu siedi”.

La beneamata cinquina

“Mo t’ammollo ‘na cinquina!”
Quante volte l’hai sentito o detto?
Per carità, la frase è poco carina,
ma sortisce senza dubbio il suo effetto.
Senza per altro prenderla o darla.
La cinquina, dico, lo schiaffo sano sano.
Ma di quali cinque si parla?
I cinque tizi attaccati alla mano.
E quindi in modo assai ardito
vi porto l’esempio, per cominciare,
del signor Indice, detto “il dito”.
Indice perché è solito indicare;
specie le persone che ci danno tedio,
candidati ad andare a quel paese.
E qui interviene suo cugino, il Medio,
che senza troppe pretese
si alza tra l’Indice già citato
e l’Anulare, suo fratello,
a cui ogni uomo sposato
porta per l’appunto l’anello,
che non va tolto proprio mai;
questo per poter sempre ricordare
che ti ci metti da solo nei guai.
Poi chi ci sta vicino all’Anulare?
Il Mignolo, che è piccolo parecchio
ma sempre benaccetto purché funga
da artiglio scaccola orecchio,
perciò tiene l’unghia lunga.
E concludo in modo audace
parlandovi del dito che agli albori
non serviva a dire “mi piace”,
ma a trasformare bestie in signori:
il Pollice: la chiave dell’evoluzione.
Seppure opponibile da solo non basta
a opporsi a questa maleducazione.
Chiudere la mano di sicuro non guasta,
ma, lo dico tanto per dire,
quando incontri la gente cretina
la mano la dovresti aprire
e ammollargli una cinquina.

Pianticelle tra i coppi

La pioggia cade e si abbatte sui i tetti.
Sopra i filari di ortaggi nei campi.
Su di noi. Sulle città di cemento.
Sopra noi due. Sullo scorrere lento
dei pensieri più ampi,
dei più ampi non detti.

Come quei piccoli campi ristretti
tutti nella polvere tra due coppi,
sotto la pioggia resistiamo a stento.
Il sole poi trasforma in nutrimento
i resti della pioggia, pochi o troppi,
quelli che non credi, che non ti aspetti.

Verso il cielo non ci innalziamo eretti,
ma ritorti alla ricerca vitale
del primissimo sole del mattino.
Così viviamo, insieme, da vicino
la fioritura del bene e del male.
Così sbagliati, ora, così perfetti.

Non saremo mai filari di un orto.
Pianticelle tra i coppi, questo siamo,
dallo stelo contorto.

Prendendo tutto il sole che possiamo
cresciamo del reciproco conforto.
Sotto la pioggia, io ti amo.

Guàrdate allo specchio

Me viè ‘na cosa troppo importante,
vedi, quanno sei regazzino,
tu’ padre, ce sta lui e gnente.
Si te cammina vicino
te pare ‘n gigante
fra tutta l’artra gente.
Vince tutto, sa fà tutto,
te dice “fà” e tu fai quello.
È tanto forte che nun se pò dì,
che s’è contento, fori è bello,
si se ‘ncazza gira brutto,
e va bene, è bello così.

Quanno cresci, purtroppo,
nun ce stanno più i giganti,
nun le fa più lui le belle giornate,
tu’ padre è uno come tanti.
Scopri, diciamo, l’intoppo:
che pure lui fa le cazzate.

E manco poche, porcoddue!
Te sale l’odio dentro,
te la racconti “Io sò diverso.
Io co’ lui nun c’entro.”
Te ne vòi annà dalle cazzate sue
e te ne vai. E poi l’hai perso.

La vita è ‘na brutta canaglia,
se pianta e nun se mòve d’un metro.
Però è difficile che se sbaglia,
perché nun pòi tornacce indietro.

E a ‘n certo punto te piglia a muso duro,
la vita, e te urla come un pazzo:
“Anvedi mo si te piglio!
Ecco er principino de ‘sto cazzo!”
Te piglia, t’appiccica ar muro
e te dà ‘no sganassone.
“De chi te credi d’esse’ figlio?
Ma che stai a fà, coglione?
Ndo’ te credi d’annà?
Guàrdate allo specchio!”

Te ce guardi e te fai pena.
Ce stai tu da vecchio.
Ce sta la faccia de tuo papà.

Mortacci sua, la vita mena,
ma alla fine c’ha ragione.

Accanto alla luna

Questa è una storia come tante;
una storia che teniamo vicina,
parla della cosa più importante:
una mamma, un papà e una bambina.

Prima ancora che fosse nata
si chiedevano i suoi genitori:
“Piccolo amore, dove sei?
Ti aspettiamo, bimba adorata.”
“Sono qui” rispondeva lei
“Sono nella bellezza dei fiori,
nel profumo delle viole,
su una stella portafortuna,
di giorno vicino al sole,
di notte accanto alla luna.”

Ora quella bimba viene cullata
stretta stretta tra due cuori.
È dove in fondo è sempre stata.
Lei è l’insieme dei colori
che fiorisce nelle aiuole.
Bella come mai nessuna.
Di giorno vicino al sole,
di notte accanto alla luna.