Fragile, di Francesca Suale

“La storia più difficile da narrare è la propria.”

Queste parole di Francesca Suale a introduzione della sua prima silloge, riassumono l’immane lavoro di sintesi e di dialogo interiore alla base di una serie di componimenti che, con una commovente onestà intellettuale, riconducono a una lirica del frammento, dell’appunto, della nota a margine.
L’essere umano, nel suo doveroso e talvolta obbligato silenzio, diviene il protagonista di una propria mitologia interiore, evanescente e cangiante nella mutevolezza dell’auto-affermazione e a tratti della stessa consapevolezza dell’esistenza.

I versi all’interno di “Fragile” si muovono liberi per toccare corde ferme da tempo e trovano il loro compimento, ma anche il loro senso proprio, quando la poesia tace e qualcosa di piccolo e profondo, come un dubbio o una forma conosciuta, transita da una parte all’altra di uno specchio sfiorato con un dito.

Viviamo assieme all’autrice, la sofferenza e la difficoltà emotiva nell’esprimersi, quando l’espressione è la necessaria accettazione di sé stessi in tutte le proprie componenti, comprese quelle più nascoste, quelle strutturali del proprio incomunicabile dolore. La poesia, allora, non è solo scrittura e lettura, diventa un canto del confronto, diventa ascolto.

Diventa l’attesa di impercettibili vibrazioni emergenti da un silenzio che, altrimenti, è solo una variazione sul tema dell’incomunicabilità e quindi solitudine, voglia frustrata di andare oltre, potenziale inespresso che diventa un peso, una pietra di paragone insostenibile nei confronti di chi, in qualche modo, anzi, in qualunque modo, arriva alla fine di un percorso di vita e di relazioni lastricato di parole vuote.

Un tentativo, quindi, di riempire di senso il segno grafico e il suono di una lingua che può essere roboante e afona allo stesso tempo, per fuggire dall’inganno di una poesia che troppe volte si presta a risuonare come la voce del nulla, ma che può essere, genuinamente, lo strumento di un’atarassia onirica di fronte a una spiegazione non richiesta e a una comprensione negata, alla permanenza in un luogo, un tempo, addirittura una realtà verso cui non c’è più senso di appartenenza e quindi mutata in gabbia di ragione per i sentimenti.

Si vive, in queste liriche e nelle immagini che ne fanno da riflesso, un senso di oppressione, quasi di rimorso, nell’impossibilità di vincere i vincoli del corpo e dell’anima e nell’immotivata, ma non meno ostinata, ricerca inconsapevole di un ritorno o quanto meno della chiusura di un cerchio che sembra destinato a rimanere incompiuto.

Ancora una volta, a detergere ferite aperte rimangono le lacrime e il ricordo silenzioso di una carezza.

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