Il teorema dei vagabondi pitagorici, di Gian Luca Campagna

Ci sono un disabile, un malato terminale e un investigatore privato alla Parigi-Dakar…
Non è l’inizio di una barzelletta di cattivo gusto, ma potrebbe essere il sottotitolo della nuova avventura del detective italo-brasiliano José Cavalcanti.
Riassumibile ulteriormente con “ci sono tre uomini”, uniti nella gara che da Lima porta all’incredibile ma vero.
Perché “chi corre la Dakar ha un conto aperto con sé stesso, non col genere umano”, per dimostrare che può compiere imprese anche quando gli eventi ti demoliscono dentro e fuori, per raccogliere quel che resta della vita e riempire l’area di quel famoso quadrato costruito sull’ipotenusa di un triangolo rettangolo i cui cateti sono il caso e la volontà.
Forse, solo per avere l’opportunità di rendersi conto che la vita straborda, senza apparenti motivi, da quei rigidi confini imposti dal teorema di un’esistenza sempre patetica anche quando incredibile.
A guastare l’impresa, l’unico antagonista dei personaggi, a parte loro stessi: l’ombra oscura del dio precolombiano, Quetzacóatl, che minaccia di far terminare nel sangue la loro avventura.
Le parole e i dialoghi, più dell’azione, rendono comprimario fondamentale della storia un cinismo portato avanti per metafore rudi e colte, per improbabili etimologie e aneddoti evangelici alternativi.
Ma Cavalcanti, più che un filosofo disfattista, è un artista, dove l’arte è quella di sopravvivere, di arrangiarsi, di godere della bassa qualità della vita e della propria insufficienza, nella consapevolezza del deficit di rispetto verso sé stesso e verso gli altri insita dentro relazioni conquistate, godute, ma mai vissute davvero, meri episodi di una storia solitaria, che fin dall’inizio è già il rimpianto di un amore mancato.
L’analisi della polpa umana dietro la scorza da personaggio del protagonista regala passaggi di profonda introspezione, tra pensieri privati e scambi di battute a tre tra l’uomo, il lettore e un incontro occasionale, per concludere, alla fine, che “ognuno è figlio delle sue scelte”.

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