Incubi grotteschi di esiliati sognatori, di Antonio Pilato

Una raccolta che ha il coraggio di ispirare nuova vitalità nel filone weird, attraverso un rispettoso utilizzo di alcuni suoi stilemi classici.
La forma breve e lineare del racconto si struttura, quindi, ancora una volta in un linguaggio carico a livello lessicale, a tratti retorico; cifra stilistica di molti altri autori passati alla storia per aver trattato il tema dell’angoscia nella forma del grottesco e della rivelazione di terrori inconcepibili.
In questo libro, paure universali e irrazionali prendono forma nella mente e nei sensi dei personaggi, mai veramente protagonisti nelle sequenza narrative dove l’unico vero protagonista è l’orrore.
Quello che coglie impreparati i lettori al pari dei personaggi, sebbene ampiamente anticipato da presagi, è l’origine di questo orrore, che si rivela essere un’inconsapevole predisposizione al male in agguato nella notte più buia del nostro animo.
Perché altrimenti riusciremmo a comprendere i sussurri blasfemi dei torbidi spettri emotivi e mentali che popolano queste pagine?
Forti sono qui le suggestioni, le ombre e infine le presenze concrete dell’orrore incarnato, il male esterno e autocosciente con cui la nostra psiche (o forse anima) indifesa dialoga inconsciamente e di cui, nei suoi stralci di maggiore ricettività, è in balia.
Luoghi e persone sono piccoli nuclei isolati dalla nebbia dei loro eventi, delle loro esperienze, in una condizione ontologica di smarrimento e solitudine.
Viviamo assieme ai personaggi l’acquisizione della consapevolezza delle alienità sperimentate; ce lo dicono, quasi fosse un ultimo tentativo di dare sfogo umano agli incubi che sono a un passo da vincere l’assedio della loro sanità mentale
Ma non si tratta solo di confessioni, è un passaggio di consegne che vuole rendere il lettore titolare di quel bastione morale sul punto di crollargli addosso.
Un gioco crudele che inevitabilmente procede tra claustrofobia e curiosità morbosa.

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