Una stella a mezzanotte, di Paola Tafuro

Ho passato il mese di Pasqua del 2005 a Santa Maria di Leuca (a consegnare elenchi del telefono…), un posto di cui serbo un ricordo meraviglioso.
Questo libro è ambientato in quei luoghi e andrebbe letto solo per innamorarsi dei paesaggi descritti.
Una guida turistica?
No, ma se lo fosse sarebbe quella di una strana regione dell’animo che sono le relazioni di coppia.
Quelle che vanno bene e quelle che vanno male, in in caso, come nell’altro, per dei motivi precisi e con dei segnali evidenti a chi sa leggerli.
Non è un testo leggero, anche se breve e discorsivo, di facile lettura e immediata comprensione.
I libri che parlano di violenza, in ogni sua accezione, non lo sono mai, perché portano su ogni singola frase il peso latente della paura che non si tratti solo di parole, che quelle parole escano dalle pagine e ci investano con la loro devastante realtà.
È quello che sperimenta la protagonista. Succede esattamente quello che ha sentito poteva accadere, non perché l’ha sentito, ma perché stava già accadendo.
Succede quello che ha letto era accaduto ad altre, non perché l’ha letto, ma perché già era accaduto anche a lei.
Solo che non si ne rendeva conto. Leggere, ascolta, confrontarsi ha cambiato il suo modo di interpretare una realtà fatta di persone. Il male si è palesato quando queste persone hanno rifiutato di accettare questa sua nuova consapevolezza, pretendendo di assimilare la sua sopportazione del dolore con l’autolesionismo.
La protagonista non è una supereroina, ha subito e ha dovuto attendere un incontro rivelatore e forse salvifico per cominciare a reagire, è una delle tante vittime di violenza quotidiana che ha avuto il coraggio di non rimanere immobile e ha trovato il sostegno di cui aveva bisogno.
Perché il semplice fatto di conoscere in linea teorica la paura, può aiutare a evitarla, ma non la rende meno sconvolgente quando ce la si trova di fronte.
In lei, le cicatrici non hanno provocato come automatismo la perdita di fiducia nel genere umano e nei suoi prossimi, per quanto non sempre abbiano dimostrato di meritarla.
Sarebbe bene che fosse così? Difendersi da chiunque tenendo lontani e nascosti i nostri elementi di debolezza?
Il messaggio che ho intuito è proprio il contrario, cioè che valiamo per quello che siamo, con le nostre debolezze, le nostre fragilità, i nostri bisogni e a nessuno è consentito approfittarsene.
Non esiste un amore condizionale o un amore subordinato, e questo vale per qualunque relazione, rapporti di coppia, rapporti amicizia, rapporti tra adulti e bambini.

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