Il ragazzo della scogliera, di Domenico Dentici

“Io credo che i ricordi siano la cosa più bella che la mente ci abbia donato”

Fisso lo schermo mentre scrivo queste parole che non sono mie, ma che inevitabilmente lo sono perché ormai fanno parte dei miei ricordi, tutt’altro che immutabili, niente affatto indelebili
Sulla lavagna della mente, costantemente le linee tracciate si spostano, le immagini si alterano, i collegamenti saltano
Anche questo è inevitabile, la componente psico-chimico-fisica che contribuisce a dare vita alla nostra personalità è fallace, come tutto nell’uomo
Uno dei messaggi che ho percepito dentro questo inquietante racconto è proprio che, come il protagonista, ci sforziamo per capire chi siamo e cosa realmente ci accade intorno, anche solo chi sono gli amici e chi i nemici, componendo tasselli frammentati e discordanti a partire da un disegno volutamente sfasato
Volutamente, da noi stessi, sottoposti agli inganni di percezioni che in automatico riconducono ogni esperienza alla sfera del già vissuto, del comprensibile o almeno dell’accettabile
E, talvolta, l’assurdo è più accettabile della verità
Dalla memoria sgorgano costantemente oceani all’interno della nostra mente, inconcreti, ma non di meno reali, possibilità passate e future si mischiano e ci offrono senza requie suggestioni a cui attingiamo solo le stille che crediamo utili nella nostra gestione ordinata e sequenziale dell’esistenza
Ma una mente sospesa, senza solide basi di appoggio, con l’interruttore di ogni certezza in bilico tra l’on e l’off, quali rotte traccerebbe su questi mari, su quali scegliere infrangerebbe i suoi flutti?
Di fronte all’incomprensione, alla solitudine, alla violenza estreme la sfida a cui la nostra mente ci sottopone può non essere ciò che ci aspettiamo, la prova non è un’ordalia ascetica, ma affrontare momenti di consapevolezza in una vita forse banale e ingiusta, alla ricerca e conferma degli affetti sinceri, e il percorso iniziatico non è avventurosa cerca cavalleresca tra mille ostacoli da affrontare, ma una sconfinata stanza bianca dove il pericolo più grande è una voce che sussurra la verità proferita da noi stessi in altri tempi

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