L’orrore numero 91 – Paolo Ferrara

“Uno spettatore rinchiuso nel proprio stesso corpo. Sentiva una parte di sé come rinchiusa dietro una pesante porta, in profondità. Una porta che tempestava in preda a urla isteriche.”

Una piccola compilation di racconti in cui la musica di raccordo è un ronzio alla base del timpano che parla della nostra inadeguatezza a vivere in un mondo di cui non comprendiamo a pieno l’abiezione.
In ogni situazione, come in quelle ordinarie o straordinarie del libro, si nasconde una porta verso un altro luogo mentale e fisico, che la serratura sia a tempo, a combinazione, o a spinta, l’elemento finale, il discrimine tra aperta e chiusa è sempre l’uomo.
L’uomo conduce l’orrore tra gli uomini e gli riserva un posto accogliente tra i suoi simili
Racconti molesti di orrore inspiegabile, che, come un diamante sanguigno, mostra di volta in volta una o tutte le sue facce: paura priva di logica, sofferenza ingiusta, piacere perverso.
L’orrore che non ci meritiamo e di cui godiamo mentre si abbatte sugli altri, ci lascia, nelle pause del suo gioco diafano e violento, a guardare la carneficina da un buco della serratura, con il sussurro tremebondo sulle labbra “ancora” e il dubbio tra le pieghe del cervello “quando verrà il mio turno?”
Niente spiegone del cattivo, in questo libro, niente scene post-credits. Quello che accade va accettato per pura follia, che sia vero o sia solo nei deliri dei protagonisti non ha alcuna importanza, alla fine. Nessuna sospensione dell’incredulità è richiesta, in queste piccole narrazioni di terrore estemporaneo, perché non si può credere a quello che si vede e si legge, perché il rischio è quello di farlo diventare cosa concreta.
Come quando leggi degli acari che abitano il tuo materasso e inevitabilmente cominci a grattarti. I segni sulla pelle e la vergogna insita, sono quelli di un orrore tanto inesistente quanto reale.

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