L’ora della scimmia – capitolo 25

Sono una decina i ragazzi che si avvicinano con decisione alla mole squadrata del Palazzo del Governo, guidati da Cal.

Lo spazio è angusto, buio, caldo e asfissiante.

Lolo sente la pressione dei corpi ammassati su ogni centimetro di pelle; così stretti che il torace fa fatica ad alzarsi per immettere aria. Poca aria. Fiato di seconda mano, già respirato, corrotto dal puzzo della paura, della violenza, della disperazione.

Sepolto dalla valanga di manifestanti, non distingue più le direzioni, neanche l’alto dal basso. Usa ogni briciolo di forza per non farsi schiacciare, per cercare di allontanare gli altri stendendo braccia e gambe.

Non pensa più a scappare, solo trovare un minimo di spazio per sopravvivere, pur sapendo che è quello che cercano tutti e quindi non gli verrà concesso.

Si accorge che qualcosa è cambiato nel momento in cui le grida e i rumori della tragedia umana che lo sovrasta si fondono in un rumore bianco ad alto volume e il suo respiro affannato comincia ad andare all’unisono con quello composito della massa. Inizia a percepire gli spostamenti del flusso indistinto di persone che si agitano; ne comprende il ritmo, l’armonia caotica da cui è regolato e muovendosi in sintonia con quell’immenso organismo privo di volontà, riesce a districarsi dalla morsa di carne, s’infila e striscia nella rete di cunicoli viventi, varchi casuali tra i corpi umidi, che si dilatano e si contraggono come ventricoli pulsanti nel cuore della rivolta.

Man mano che avanza, la pressione si fa meno opprimente e gli spazi più larghi, finché, quasi senza rendersene conto, si trova fuori dal groviglio.

Sotto i suoi piedi, le pietre della piazza sono calde, quasi roventi, si accorge in quel momento di aver perduto le scarpe.

Il cielo è coperto da grandi nuvole bianche e ai confini del suo campo visivo i fumogeni colorati hanno lasciato il posto a una coltre di nebbia, che nasconde in parte gli scontri più lontani e in mezzo alla calca non riesce più a individuare il palco.

L’unico punto di riferimento è un uomo che tiene un pezzo di stoffa nel pugno alzato. Lo vede minuscolo, ma non può essere altri che Giano Mahir, così corre in quella direzione con la speranza nel cuore di riuscire ancora fermare la pazzia che dilaga attorno a lui.

Corre verso il politico cercando di evitare focolai di lotta e aggirando le aree più occupate. Un percorso tortuoso che, per quanto sembri portarlo avanti, non lo avvicina di un passo all’obiettivo. In compenso arriva in una zona dove agenti dell’ordine e manifestanti sono più rarefatti; qualcosa del loro aspetto lo disturba, ma non perde tempo a capire di che cosa si tratti, ora che ha campo libero, corre direttamente contro Giano.

Benché corra a perdifiato, ancora una volta i suoi sforzi vengono frustrati.

La sagoma con il braccio disteso rimane immobile ai margini dell’area, che però non è più la Piazza del Popolo nella Capitale, quello che calpesta non è più solido acciottolato, ma terra arida, polverosa e fredda.

Si ferma. Attorno non ci sono più le giovani forze di reazione sociale contro i celerini di Stato, la battaglia continua tra uomini che indossano abiti come quelli che Lolo ha visto nelle foto dei bisnonni di Rasnia; una serie di lotte diradate, sbiadite, rallentate, non per questo meno violente.

Nonostante la situazione surreale, Lolo prosegue verso Giano, a passo cauto stavolta.

Calpesta fango, rocce, erba, foglie, sabbia attraverso centinaia di paesaggi in continuo mutamento; passa attraverso una moltitudine di carneficine a cui partecipano sempre meno persone, sempre più sparse nella nebbia – più fitta a ogni passo – sempre più lente e prive di colore, dall’aspetto sempre più antico.

La sensazione che lo divora è quella di procedere in grandi cerchi a spirale nella bruma che copre ogni cosa, gli penetra la pelle e gli congela le ossa.

Gli ultimi scontri che vede sono portati avanti da figure bianche e calcificate, quasi immobili, come dei complessi scultorei di terrificante realismo.

Avanza ancora, alla cieca, e un palmo dal naso si trova le statue calcaree di due uomini. Il primo con indosso un’armatura sottile dai raffinati intarsi, regge in mano un libro aperto, il volto è abbassato sulla ferita che si apre nel suo addome, laddove una lancia lo penetra da parte a parte. La lancia è impugnata con vigore dall’altro uomo, di spalle, protetto da un carapace barbarico composto da ossa animali, spessa corteccia e pelli.

Lolo gira attorno ai due antichi avversari con la sola curiosità di vederne il volto, di conoscere i lineamenti di quegli sconosciuti, ma prima che la rivelazione sia completa, le statue si sgretolano in polvere finissima sotto le raffiche di un vento gelido che spazza la nebbia e apre la vista al bianco desolante di un paesaggio vuoto.

Non ci sono dimensioni, non è individuabile alcuna fonte per la luce tenue e diffusa. Sotto le piante dei piedi, il terreno non è né duro, né morbido, né liscio, né ruvido, si estende senza soluzione di continuità con il cielo dello stesso colore.

Il desolante cuore della rivolta è occupato da tre sole figure, tutte e tre in qualche modo affini al candore malato e opprimente che li circonda.

Una statua di Giano Mahir, con il volto inespressivo e un drappo stretto nel pugno disteso di fronte a sé, come un’arma o uno scudo.

 Davanti al piedistallo della statua, Nahel, in abito scuro; in una mano scesa sul fianco tiene la tesa di un cappello elegante, nell’altra una catenella dorata.

Anello dopo anello, lo sguardo di Lolo percorre la sottile dalle dita esangui dell’uomo vuoto fino alla gola e al volto pallido di Rasnia.

La ragazza nuda è accucciata sulle gambe aperte, i palmi delle mani a terra, come una bestia feroce pronta a scattare; i capelli lunghi le ricadono sulla fronte e sulle spalle senza riuscire a nascondere i lineamenti distorti dalla rabbia e dalla frustrazione.

Nahel alza il cappello verso la statua alle sue spalle.

«Ci crederesti? Ho fatto di lui un eroe. Potrei fare lo stesso con te. Potrei renderti di nuovo ciò che eri».

«Non voglio essere un eroe» ribatte Lolo.

«Sì, l’ho capito subito. Tu vuoi essere come gli altri, preferisci non sapere la verità».

«Ti sbagli – Lolo si sforza di offrire un’espressione indifferente – Che posto è questo?»

«Lo vedi? Il tuo problema è che ti concentri sui dettagli e ti lasci sfuggire il quadro generale. A te cosa sembra? Cosa vedi?»

Lolo fa ruotare lo sguardo cercando di mantenere sempre Nahel nell’inquadratura.

«Niente» risponde alla fine.

«Proprio così, questo è niente».

«Pensavo fosse il cuore della rivolta?»

«Puoi anche chiamarlo così, se non ti fai troppe aspettative».

«Quali aspettative?»

Nahel abbozza un sorriso nostalgico.

«Ah… è passato così tanto dall’ultima volta che ne ho avute… aspettative di cambiamento, per esempio».

Lolo interviene come se gli avessero fatto una critica personale.

«A volte c’è bisogno di una spallata per aprire una porta…»

«…o abbattere un muro – lo interrompe Nahel – Lo so, lo so. È una delle scuse più usate per giustificare la violenza».

Traspare un’ombra di offesa sul volto del ragazzo.

«Sono vivo quasi da sempre, ricordatelo – prosegue l’uomo vuoto – Ogni scusa che l’uomo abbia inventato, io l’ho udita; molte le ho inventate io e tutte servono a nascondere un grande buco nella memoria collettiva e nella coscienza individuale».

«Stai cercando di confondermi» dice Lolo.

«Tutto il contrario – Nahel allarga le braccia – Sto cercando di fare chiarezza. Il velo di Maya doveva servire a ripianare il cratere del primo vero conflitto della storia».

Lolo annuisce e commenta senza rendersene conto.

«Il Giardino».

«La prima ribellione – conferma Nahel – L’uomo che leva la mano contro Dio. Ma per quanto ben steso, il velo a volte si impiglia in alcune asperità».

«Le radici sporgenti dell’Albero…»

Lolo ha l’impressione di ricordare spezzoni di un discorso già fatto. Nahel sorride e prosegue.

«Queste asperità superficiali i cosiddetti valori fondamentali, gli stessi per cui ogni tanto questa o quella comunità prova rimpianto, specie a ridosso di tragedie evitabili.

«Gli uomini girano attorno a quei valori, attirati dall’anomala convergenza della trama, e così facendo attorcigliano ancora di più il velo.

«Nel caso te lo stia chiedendo, gli uomini non raggiungono mai quei valori, rimangono avviluppati molto prima nel gorgo delle menzogne che provocano loro stessi.

«Quando il velo è così avviluppato da non riuscire più ad attorcigliarsi, allora scatta la sommossa, la ribellione, il massacro. Eventi epocali quanto effimeri.

«Una volta che gli uomini hanno dato sfogo ai loro istinti, si dimenticano del perché stavano girando e la tensione sul velo di allenta.

«A quel punto interveniamo noi, tiriamo qui e là il velo, lo distendiamo, lo increspiamo dove serve e ben presto nessuno si ricorda più dei valori nascosti lì sotto.

«Ora ci troviamo al centro di quel garbuglio, siamo nel cuore della rivolta. Ma questo lo sapevi già».

«Ti ha detto Krechun che sarei venuto qui?» chiede Lolo.

«A un certo punto sentiva il bisogno di dire la verità. Certa gente non impara proprio mai».

Il ricordo del breve incontro avuto con l’antico selvaggio suscita nel ragazzo un moto d’ira e di disprezzo.

«Tu sei il male» dice.

«Certo, io sono il male».

Lolo sembra sorpreso della risposta e Nahel consapevole della reazione.

«Vedi? Se voglio me la cavo abbastanza bene anch’io con la verità. Io sono il male che l’uomo mi ha chiesto di essere. Per limitare se stesso, l’uomo ha bisogno di credere che esista qualcosa che operi attivamente per ostacolarlo, che sia il diavolo o un limite di altro tipo. L’uomo ha paura di ciò che può fare. Ridefinisce costantemente nuovi abissi di depravazione perché vuole provare nuovo orrore per ciò di cui in realtà è capace. Io sono il male necessario. Io sono tutto il male, perché la realtà sarebbe molto peggio».

«L’umanità può accettare se stessa” prova ad argomentare Lolo.

«E chi la convincerà? Tu?»

Nahel alza la voce e riesce a inibire una risposta.

«Hai già provato e hai già fallito» prosegue subito dopo.

«Questa è la tua versione – dice Lolo – Io purtroppo non ne ho una, ancora».

«Fidati, non puoi cambiare l’umanità, se così fosse noi non serviremmo».

«Mi fido, ma non ho intenzione di cambiarla».

«È quello che volete voi scimmie, da sempre. Io ti conosco meglio di quanto tu conosca te stesso».

«Tu mi conosci, dici, io no, io non mi conosco. Chi siano queste scimmie, o selvaggi, io non me lo ricordo, forse non l’ho mai saputo. Per quanto mi riguarda non sono mai stati la mia gente: cosa me ne importa di quello che hanno sempre voluto fare».

Nahel stringe gli occhi e tace.

«Sai chi è il maestro, adesso? – continua Lolo – Lui».

Lolo indica la statua che ha di fronte.

«Giano Mahir, l’uomo che hai costruito a immagine dei tuoi progetti. Ho ascoltato sotto l’enfasi assordante dei suoi discorsi e ho sentito parole di egoismo; non gli importa nulla dell’umanità – un leader seguito da milioni di persone – perché dovrebbe importare a me?»

Lolo abbassa lentamente il braccio, Nahel non riesce a trattenere un’espressione di stizza.

«Scoprirò chi sono, Nahel, con i miei mezzi».

«La mia storia non ti ha insegnato nulla? La ricerca di se stessi porta alla distruzione».

«Prega che accada, perché se non sarà così verrò a cercarti».

«E poi salverai il mondo dalla mia minaccia e farai trionfare la verità».

«Hai fatto del male alle persone a cui voglio bene. Troverò il modo di fartela pagare».

«Tutta la tua tragica ricerca, alla fine ti ha condotto a una banale minaccia?»

«Mi ha condotto a te».

«Allora unisciti a me. Questa è la mia l’ultima offerta».

«Ho visto cosa accade a chi accetta la tua offerta: muoiono o li trasformi in mostri».

«Diventano artefici della salvezza».

«Li svuoti di tutti loro stessi e li fai diventare pedine del tuo gioco».

«Il Grande Gioco è l’unica cosa che salva l’umanità da se stessa».

«Me lo sono chiesto ultimamente, se non fossi diventato anch’io solo una scimmia ammaestrata del tuo spettacolino da fiera».

«Tu sei speciale».

«È per questo che continui a chiedermi di entrare al tuo servizio?»

«Di aiutarmi a svolgere la mia missione».

«Mi hai usato, mi hai ingannato come fai con tutti, ma non puoi avermi, vero? Non puoi costringermi».

«Non devo costringere nessuno, il velo di Maya copre ogni cosa; il mio è un atto di gentilezza».

«No, affatto, se sono caduto nella trama delle tue menzogne è stato al seguito di qualcuno vicino a me che inciampato nelle pieghe del velo».

«Avresti dovuto stare più attento».

«Hai sacrificato degli innocenti per arrivare a me».

«Gli innocenti non esistono. Gli esseri umani, tutti, si portano dentro un’ombra, una grandissima minaccia, come un serpente velenoso stretto attorno al cuore: in loro alberga il peccato potenziale. Per questo il Gioco è necessario».

«Lo hai detto tu: nella sua follia, Maya mi ha messo fuori dal Gioco».

«Grazie a me ora ne sei consapevole».

«Sì, tutto quello che hai fatto per ferirmi, per rendermi solo, mi ha reso sempre più simile a una bestia. Non è questo che siamo fuori dal Gioco? Non è questo che ti fa paura?»

«Vuoi essere una bestia?»

«Almeno saprei chi sono e cosa mi porto dentro. Dentro di te, cosa c’è, uomo vuoto?»

Nahel fa una smorfia di rabbia.

«Offerta scaduta…»

La catena trema nella mano serrata di Nahel. Rasnia ringhia e soffia.

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