L’ora della scimmia – capitolo 23

A tarda mattinata, i manifestanti continuano a confluire in una Piazza del Popolo piena oltre ogni norma di sicurezza.

Lolo è arrivato con le schiere di mezzo; è lì da oltre un’ora e tutta quella calca comincia a infastidirlo: stretti come sardine, sotto lo stesso sole quasi a picco, respirano la stessa aria pesante, attendono che passi per tutti lo stesso tempo, crocifisso alle lettere degli stessi slogan, i loro pensieri convogliano tutti nello stesso flusso diretto verso il palco montato dalla parte opposta del piazzale rispetto a dove sorge il Palazzo del Governo.

Tutti in attesa delle prossime parole di Giano Mahir.

Il leader del movimento è in piedi dietro al pulpito microfonato. Lolo storce la bocca: non è lì per lui.

La partecipazione politica non lo ha mai interessato più di tanto, finché è stato al campo nomadi, il coinvolgimento in una fazione ancor di meno, ma dopo la discussione di ieri con Giano ha sviluppato un’avversione per la persona, che al momento gli viene spontaneo estendere a tutto quel mondo che non comprende.

Riflettendoci, è proprio la mancanza di comprensione a disturbarlo nel profondo: sa quello che ha detto Mahir, ma sa anche quello che ha sentito. Due discorsi paralleli, sovrapposti, discordanti; li ha sentiti entrambi, contemporaneamente.

Se ne era reso conto senza riuscire a concepirlo. Per diversi minuti la sua mente è rimasta divisa – se torna a ieri, la sensazione che prova è ancora una certa dissociazione – così non è stato in grado di ribattere e neanche di tornare da Isa e dai ragazzi che lo avevano invitato.

Si è affacciato alla sala studio dove si stava tenendo un piccolo concerto; li ha visti – forse Isa ha visto lui, non ne è sicuro – e ha deciso di andarsene.

“Avrei dovuto dire qualcosa”.

Il pensiero lo rode, ma non sa cosa avrebbe dovuto dirle, o cosa potrebbe dirle adesso se la trovasse davanti. Intanto la cerca. Riflette sulle varie ipotesi esiti controfattuali da quando si è si è svegliato sulla panchina del parco dove ha passato la notte.

“Non sono qui per Giano – pensa – Sono qui per Isa”.

Rimanendo nel dubbio latente di essere lì solo per se stesso.

A Isa non deve niente – in fondo si sono appena conosciuti – ma questa notte ha sognato Rasnia e ha deciso che non può trovare la verità su di sé continuando a perdere gli altri.

Ha deciso anche che tornerà dai nomadi del campo, tra i suoi unici amici, dalla sola famiglia che conosce.

Tornerà e affronterà le conseguenze di ciò che ha fatto. Prima, però, deve trovare Isa, scusarsi per essere sparito e chiarire le cose.

Quali cose, lo scoprirà quando avrà modo di parlarle, immagina.

«Siamo tanti – dice la voce amplificata di Giano – Io vi ringrazio tutti. Chi è qui per manifestare e chi è qui per fare il proprio lavoro».

La folla ha un fremito; Lolo riesce a sentirlo sulla pelle e fa rizzare la folta peluria sulle braccia. Un brivido eccitato che dal palco dilaga come un’onda in tutta la Piazza, diffondendo uno stato euforico tra i manifestanti e di agitazione tra le forze dell’ordine.

«Siamo tanti e questo mi riempie di orgoglio e di speranza».

Non li aveva neanche notati fino a quel momento, eppure gli agenti del reparto antisommossa sono presenti in gran numero; presidiano gli accessi alla piazza, i punti strategici, con mezzi blindati e armi da sfollamento.

Si muovono e si mettono in assetto, tesi, pronti.

«I nostri governanti hanno fatto la loro scelta – prosegue Giano dagli altoparlanti – Hanno scelto di ignorare le richieste del popolo che li ha messi dentro i palazzi del governo».

“Pronti a cosa?” si chiede Lolo.

«E dentro quei palazzi, ora, in questo momento, stanno scegliendo di affamare ancora di più il Paese per rendere ancora più iniquo il banchetto dei ricchi e dei potenti”.

Ancora quel fremito tra la folla, che Lolo sceglie di ignorare: mentre tutti guardano al palco, lui vaglia le persone una a una sperando di trovare Isa e potersene andare il prima possibile.

«Ai nostri governanti che scelgono di agire in modo così ingiusto, ora, voglio dire che le loro azioni non saranno prive di conseguenze».

Nella breve pausa del discorso, il fremito si riduce a un brusio.

«A ogni azione corrisponde una reazione! Noi siamo quella reazione! Una reazione sociale!»

La piazza intera esulta. Chiamata in causa, la massa fa sentire la propria voce e con il boato confuso di una moltitudine di singole grida, ratifica le idee, il pensiero e le parole dell’uomo solo al comando. L’uomo dietro il pulpito che non placa l’esultanza, anzi, ne cavalca l’onda.

«Una reazione collettiva. Totale. Radicale. Noi siamo il Popolo che si alza in piedi, insieme e reagisce, in modo pacifico, disarmato, senza compromessi, che si riunisce sotto il vessillo dei valori che “loro” hanno tradito e che “noi” non dimentichiamo!»

Mentre parla, alle spalle di Giano viene issato un drappo, non una vera e propria bandiera, sembra più una vecchia sottoveste strappata, un tessuto sottile e polveroso, semitrasparente, il cui colore cambia in base a come viene colpito e attraversato dai raggi del sole.

Pur non avendolo mai visto alla luce del giorno, Lolo è certo di sapere cosa sta guardando. Il drappo svolazzante è della stessa stoffa che ha trovato nel capanno alla fattoria di Yakof, tessuto con i capelli e la cieca demenza della figlia: quello è il velo di Maya.

I pensieri si accavallano confusi con il comizio distorto dalle gigantesche casse ai lati del palco.

«La riunione scandalosa che si è tenuta ieri dentro questo palazzo ha chiarito senza alcun dubbio la sottomissione di questo governo ai poteri forti di banche e finanza, ma noi…! Noi siamo il movimento della speranza. La speranza odierna che in fondo a quei corridoi, che serbano la memoria dei grandi uomini che hanno fatto grande questo Paese, vi sia ancora qualcuno degno di quella grandezza».

Lolo fissa il velo cercando una spiegazione a ciò che vede, dubitando che ciò che vede sia reale.

“Che cosa ci fa qui?”

Un elemento del tutto estraneo al contesto, emerso dal baule delle fantasie e delle illusioni notturne in cui lo aveva relegato, per intromettersi con prepotenza nella realtà. Si trova lì, si dimena al vento ed è offuscato da patine scure, che per improbabili effetti luminosi si allungano dalla piazza: le ombre di uomini e donne dalla pelle bianca che si aggirano tra la folla sussurrando senza sosta di fianco o alle spalle di alcuni manifestanti piuttosto che di altri.

«Qualcuno disposto a dire no. Disposto a opporsi alla legge indegna, di cui tutti abbiamo potuto leggere la bozza nei giorni scorsi. Disposto a mettersi dalla parte dei più deboli contro coloro che vogliono questa debolezza diffusa a livello sistematico tra il popolo».

Al movimento incessante delle labbra dei vuoti sussurratori, rispondono alcuni partecipanti, tutti giovani dall’aspetto, salendo sul palco, chi da un lato, chi dall’altro, e si dispongono dietro il politico, spalla a spalla, come un muro umano.

«Perché debolezza economica significa soggezione, mancanza di potere contrattuale, perdita di dignità, disperazione. Terreno fertile per affaristi senza scrupoli e malavita organizzata».

Tra quei ragazzi c’è anche Isa, vicino a Giulio e alcuni dei loro amici conosciuti il giorno prima.

«Com’è nel nostro stile, siamo qui a chiedere all’opposizione di opporsi alla maggioranza e di non firmare il “decreto salva ricchi”. La Banca Centrale non ha vigilato sulle azioni degli istituti di cui si è fatta garante».

Senza smettere di parlare, Giano stacca il microfono dal sostegno sul pulpito e percorre il palco fino al lato opposto.

«Non c’è giustizia nel chiedere al Paese di pagare di tasca propria le conseguenze degli errori e dei crimini commessi dagli stessi dirigenti che ancora oggi ricoprono cariche di alto livello affidategli da loro amici politici, come se ne fossero degni, e che guadagnano come mille di noi».

Gianno allungo il microfono sotto la bocca di uno dei ragazzi schierati.

«Secondo te è giusto?» gli chiede.

«No, non è giusto» risponde quello.

Scorrendo a ritroso la fila, pone la stessa domanda a ognuno e ottiene da tutti la stessa risposta.

Non dedica particolare attenzione a Isa.

«Secondo te è giusto?» le chiede come da rito.

«No» dice lei sporgendosi sul microfono.

“Non è giusto” pensa Lolo.

«Non è giusto» conclude Isa.

Mahir prosegue rapido nel suo interrogatorio motivazionale, per poi tornare dietro il pulpito.

«Non è giusto!»

Si rivolge ancora alla piazza e una nuova sollevazione di grida sottolinea la ragione ottenuta in virtù del consenso di popolo.

«Perciò…»

Riporta un discreto silenzio con un gesto calmo delle mani.

«Perciò faccio a tutti una promessa».

Con il brusio della folla come sottofondo, le parole di Giano si confondono e si sdoppiano nelle orecchie di Lolo, tra un senso e un’intenzione.

«Faccio una promessa innanzi tutto a me stesso, a voi, a chi non è potuto essere qui e al Paese che amo: se quel decreto verrà emanato, ci sarà una reazione!»

«Dirò un’altra menzogna davanti a tutti e voi ci crederete, o comunque l’accetterete perché mi amate: tutto è già stato pianificato per darmi il potere!»

Un’ovazione fa tremare la piazza come un terremoto vivente. L’epicentro Mahir si accanisce contro Lolo, stordito al punto che fatica a mantenere l’equilibrio, lo incalza con parole altisonanti dal senso ambiguo ed espressioni del volto decise o perverse a seconda dell’angolo di osservazione.

«Ne chiederemo conto ai sottoscrittori, direttamente, faccia a faccia, e non accetteremo delle scuse come risposta».

«Ne pagherete il conto con il sangue, brutalmente, e la mia faccia diventerà la risposta a ogni vostra domanda».

Giano alza il dito con un gesto imperioso e indica la tela grezza che sventola sopra la sua testa.

«Oggi, il simbolo su questa bandiera, il nostro simbolo, è il simbolo di tutti coloro che vogliono…»

«Oggi, il velo della menzogna, la vostra menzogna, è la menzogna di tutti coloro che temono…»

Il fischio, quel dannato fischio, graffia ancora con violenza i timpani di Lolo e copre le parole che concludono la frase, migliaia di parole che articolano conclusioni diverse, una per ogni manifestante in ascolto; parole che Lolo non sente, ma di cui intuisce l’intenzione fluida che prende la forma del contenitore mentale in cui viene versata, attraverso le orecchie, per il cervello, fino agli occhi e così, agli occhi della scimmia, sulla bandiera di Mahir, sul velo di Maya, si avvicendano un’infinità di simboli, in successione così rapida da non essere mai definiti, solo sfumature di un’idea concreta.

“Ognuno vede quello che vuole vedere e sente quello che vuole sentire”.

Il pensiero inconscio del ragazzo scompare sotto un’ondata di nausea. Vorrebbe raggiungere il palco per dire qualcosa a Isa.

“Giano aveva ragione”.

Ma le gambe sono pesanti come marmo e flaccide come argilla. Resta a guardare la prosecuzione dello spettacolo.

Il politico sul palco abbassa la mano, la sua retorica è finita, svuotata, l’esitazione è quasi impercettibile sul suo volto, ma c’è, Lolo la vede, nascosta dietro un’aria soddisfatta, sottomessa all’attesa di un gancio per continuare.

In quel momento, proprio in quel momento, un uomo passa tra Giulio e Isa, raggiunge Giano e gli dice qualcosa all’orecchio.

Il leader di Reazione Sociale annuisce con faccia dura guardando sempre davanti a sé. Quando l’uomo si allontana, mette un palmo sul microfono, come se non volesse far sentire i propri pensieri prima di aver trovato la forma giusta per esprimerli.

Nel dare l’annuncio, la sua voce è sprezzante e affilata.

«Il decreto è stato firmato».

Tra le esclamazioni e i cori di rabbia dei manifestanti, Giano prosegue il suo comizio invitando tutti i presenti, anzi, tutto il Paese, alla fermezza di pensiero e alla calma d’azione.

Lolo però sente giusto qualche frase sparsa; a pochi metri da lui, infatti, la situazione comincia a scaldarsi. un folto gruppo di manifestanti ha fatto fronte contro un reparto antisommossa schierato al margine esterno della piazza.

Volano insulti, slogan denigratori, a cui le forze dell’ordine non reagiscono, non muovono un muscolo nemmeno quando un ragazzo disegna un grosso pene su uno degli scudi trasparenti disposti a barriera e parte una risata collettiva.

La tensione sale e rischia di scoppiare solo quando una giovane con la faccia dipinta di giallo sale sul tettuccio dell’auto d’ordinanza parcheggiata lì e si tira su la maglietta scoprendo il seno.

«Ehi, cazzoni! – grida al reparto schierato sotto di lei – Ne volete un po’?»

Un agente le intima qualcosa, qualunque cosa sia viene coperta dalle urla dei manifestanti che incitano la propria compagna.

Un altro agente, allora, le prende una caviglia e si leva il casco per farsi sentire mentre le parla dal basso verso l’alto. Lei gli strilla di lasciarla. Lui insiste nel dirle di scendere.

Quello che accade dopo, Lolo non riesce a vederlo bene: forse l’agente tira troppo forte la caviglia, forse lo scatto della ragazza è un tentativo di tirargli un calcio; sta di fatto che la giovane scivola giù dall’auto e sbatte la nuca sul cofano, mentre l’uomo viene colpito in pieno sul volto.

Entrambi feriti e sanguinanti, Entrambi a terra. L’uno vicino all’altra. Entrambi martiri, vittime del nemico, per la propria parte. Calpestati entrambi dalle parti che, per loro, si battono l’una contro l’altra.

Armi improvvisate sbattono contro gli scudi e gli elmi; i manifestanti pressano gli agenti con il numero e la rabbia. Gli agenti rispondono con l’addestramento, la disciplina e i manganelli. Il fumo colorato e acre, anziché disperdere la lotta, la rende ancora più confusa e convulsa.

«Vieni con me» gli urla una voce alta vicino all’orecchio.

Cal allunga la mano, ma Lolo la blocca prima che possa poggiarsi sulla sua spalla. Tiene il polso snello nel pugno mentre fissa con durezza quel volto quasi effeminato. Ha quella reazione istintiva anche se il ragazzo è sempre stato gentile e accogliente con lui: è un uomo di Mahir e non si fida più.

«No» gli risponde prima di liberare la presa.

Dagli occhi azzurri traspare una certa delusione.

«Credevo che tu volessi arrivare al cuore della rivolta» gli dice.

«Questo è il cuore della rivolta» risponde Lolo.

Cal sorride di gusto e replica con accondiscendenza.

«Non hai capito niente».

la durezza nello sguardo di Lolo muta in astio palese; ma le labbra sottili non si abbassano.

«Fai come ti pare».

Dopo aver concluso, Cal si allontana in mezzo alla folla seguito da un piccolo gruppo di ragazzi, come lui, ben vestiti.

Lolo cerca Isa sul palco, senza trovarla; la sicurezza sta facendo scendere tutti gli ospiti, per via dei tumulti che si stanno allargando in tutta la piazza.

Non la trova. L’ha persa.

Si gira di nuovo e individua, tra le tante, la testa bionda di Cal, in dirittura d’arrivo all’ingresso principale del Palazzo del Governo. Si muove prima che la decisione diventi cosciente e lo segue.

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