L’ora della scimmia – capitolo 21

All’inizio non aveva capito di cosa si trattasse. Le voci e i passi di migliaia di persone ammassate in una processione urbana, che come un lungo dragone pigro e festoso strisciava tra le vie maestre della capitale.

Lolo avrebbe continuato a guardare la grande bestia composita per tutto il giorno se dei ragazzi affacciati al parapetto non avessero fischiato al suo indirizzo per attirare l’attenzione. Sembravano divertiti e incuriositi di trovarlo lì sotto, con i piedi nella melma a godersi lo spettacolo col naso in su e la bocca aperta.

«Buongiorno, eh» aveva detto un ragazzo con una bandana gialla in testa.

Lolo li aveva guardati – sei tra ragazzi e ragazze – ma non aveva risposto nulla”.

«Mi sa che ti serve un caffè».

Alla battuta di “bandana gialla”, gli altri avevano sghignazzato senza cattiveria.

«Che stai a fare lì? – gli aveva chiesto una ragazza coi capelli fucsia e i denti leggermente in fuori – Vieni con noi, no?»

Agli occhi e al cuore di Lolo, l’immenso corteo era la manifestazione tangibile della sua confusione, perciò andare con loro gli era parsa un’idea sensata; non fosse altro perché un posto dove andare e qualcuno con cui andarci non lo aveva e non voleva pensarci.

Quei ragazzi gli avevano dato una mano a risalire l’argine scosceso; sembravano felici e pieni di energia. Lui, al contrario, si sentiva spossato ed esausto, era sporco da fare schifo e puzzava di fogna e merda di piccione. In mezzo a tutta quella gente, però, era stato facile dimenticarsi della sua situazione, essere un manifestante come gli altri, farsi coinvolgere dalla ferma motivazione della massa.

Ora si ritrova a spostare lo sguardo da un lato all’altro dello stradone, meravigliato dalla maestosità dei palazzi monumentali che li scordano, testimoni, custodi e giudici del loro incedere verso l’obiettivo, il loro scopo, la loro alta ragione. Che Lolo ignora.

«Perché ci troviamo qui?» urla mentre la massa si riversa dentro la grande Piazza del Popolo occupandola per intero.

Isa – così si chiama la ragazza con i capelli fucsia – avvicina la bocca al suo orecchio e strilla a sua volta per sovrastare il tumulto.

«I nostri politici-fuffa si riuniranno là dentro con i capi della Banca Centrale».

Lolo guarda la facciata decorata del Palazzo del Governo su cui punta inquisitorio il dito di Isa.

«E a noi che ce ne frega?» chiede tornando a guardare la ragazza.

«Ma che sei scemo? Il Governo usa soldi pubblici per salvare il culo a istituti privati. È per quello che manifestiamo, oggi e domani».

«Ah».

«I soldi dei poveri che salvano i ricchi. Ti pare giusto?»

«Detta così, no, non è giusto».

«Non è giusto» ripete Isa.

«Eh, non è giusto, no?»

Isa annuisce ridendo e scandisce ancora.

«Non. È. Giusto».

Per farle il verso, i ragazzi del gruppo che ha accolto Lolo cominciano a inneggiare lo stesso motto e in pochi secondi nell’intera piazza risuonano le tre parole.

«Non-è-giusto! Non-è-giusto!»

Come uno slogan elettorale.

«Non-è-giusto! Non-è-giusto!»

Come un grido di battaglia.

Lolo guarda attonito Isa, che risponde con una scrollata di spalle, senza perdere il sorriso e poi lo trascina per un braccio in un’area un po’ meno affollata ai margini della piazza.

«Non ne potevo più» gli dice.

Si siede sulla soglia di una gioielleria, tira fuori un pacchetto di sigarette dalla giacca, ne sfila una e poi sporge il pacchetto in avanti.

«No, grazie. Non fumo» le dice Lolo, ricevendo come commento un’occhiata perplessa.

«L’odore – aggiunge toccandosi il naso – Sono piuttosto sensibile. C’ho provato, ma non resisto proprio».

«Ah, ok – dice Isa –  Ho un cugino che non tollera il pesce, appena sente l’odore vomita».

Nel dirlo seriamente, sortisce l’effetto contrario e scoppiano entrambi a ridere. Non trovano nient’altro da dire, dopo, perciò rimangono a guardare la manifestazione in silenzio per il tempo di una sigaretta.

«Perché l’orologio?» chiede Lolo.

Osserva la bestia di massa adagiarsi sul suolo della piazza, più simile a una tartaruga che a un drago; quasi ammansita da un domatore assente, della cui venuta sembrano tutti in attesa. E un po’ ovunque campeggiano bandiere e striscioni, perlopiù gialli, con il simbolo nero del quadrante stilizzato di un orologio analogico. Con le lancette ferme sulle 10 e un quarto.

«Perché è il tempo di reagire» risponde Isa.

La stessa ora segnata dall’orologio rotto che Lolo ha al polso.

«È il nuovo simbolo di Reazione Sociale – aggiunge la ragazza – Cioè, prima non c’era un vero e proprio simbolo, però, guarda quanti siamo, ce n’era bisogno. E siccome Mahir dice sempre che è l’ora di…»

Uno scoppio. Lo stridio di crepe che si allargano su una vetrina. Uno sparo ovattato. Urla di foga e di spavento.

In Pochi istanti confusi, un vortice di rabbia fagocita la piccola isola di calma conquistato da Lolo e Isa. Dei manifestanti – un gruppo abbastanza nutrito – alcuni con sciarpe e fazzoletti sulla faccia, li travolgo e li trascinano nella loro fuga disordinata. Gli inseguitori rimangono ignoti finché la corsa non si infrange sul muro compatto di persone che intasa la piazza, a quel punto uno dei manifestanti, a volto coperto e torso nudo, solleva sopra la testa uno sgabello da bar e lo scaglia contro i reparti antisommossa che li pressano sul fronte opposto.

Lo scontro comincia in qualche parte imprecisata e degenera in una vampata di caos e violenza. Bastoni e catene sugli scudi di plexiglass. Manganelli sulle teste incappucciate.

Quando vengono lanciati i lacrimogeni, le prime file dei manifestanti si danno alla fuga, spinti dal panico e dalla carica di celerini, e travolgono chi è più dietro e prova a fuggire a sua volta.

Lolo si incanala in uno dei flussi di manifestanti che si allontanano. Isa lo segue attaccata alla sua felpa. Spintoni. Gente che si infila. Gente che scappa incurante degli altri. Lolo viene trascinato di forza e sente che Isa non è più attaccata a lui. La cerca: l’ha lasciata indietro. Li separano alcuni metri di folla nel panico attraverso cui lei non riesce a farsi Largo.

La ragazza lo intercetta con lo sguardo e alza la mano per farsi trovare meglio.

Un gesto che attira l’attenzione dei manganelli in cerca di minacce.

“Sto bene” dice il suo labiale prima che lei sparisca sotto le manganellate.

Il cuore di Lolo comincia a pompare e richiama dallo stomaco energia rabbiosa che pervade braccia e gambe. Avanza attraverso la folla eccitata che procede nel senso opposto, anche se all’inizio ha la sensazione di infrangersi contro un’onda di tempesta.

“Sono una scimmia! Una maledetta scimmia!” pensa.

La massa in cui prova a penetrare è troppo compatta per lasciargli spazio, così si arrampica sopra i manifestanti, calpesta teste e spalle, schiaccia i volti che trova sotto i suoi piedi pur di andare avanti.

Una bestia che non si ferma davanti a nulla. Questo è ciò che la marea umana vomita sull’acciottolato della piazza nel punto in cui la folla si fa più rarefatta, nell’area di terrore e di egoismo assoluto che si apre attorno ai bastoni che si alzano e abbassano a cadenza sorda, alla violenza subita da inconsapevoli colpevoli di errori altrui.

La bestia non sente il dolore per l’impatto della spalla con il suolo, scatta sulle gambe, si lancia in una corsa sfrenata verso la ragazza e si scaglia di peso contro uno scudo trasparente, mandandolo all’aria assieme al suo portatore.

Prende in pieno orecchio una manganellata destinata alla sua nuova amica; se ne accorge, sente il sangue colargli sulla guancia e sul collo, ma non si ferma, colpisce alla cieca, afferra qualcosa e lo strappa.

Solo i colpi ripetuti sulla schiena lo riportano almeno in parte alla ragione. L’obiettivo non erano i celerini, ricorda, l’obiettivo era Isa. Ora l’ha trovata, è in piedi sopra di lei a prendersi le botte al suo posto. Isa sembra non essercene neanche accorta, resta contratta in posizione fetale a mugugnare suppliche stridule tra le lacrime; a giudicare dal sangue che le ricopre il volto e le mani, di botte deve averne prese un bel po’.

Lolo si crea spazio attorno spintonando i poliziotti più vicini addosso agli altri – è un ragazzo grosso e forte.

Afferra Isa sotto le ascelle e si infila in un varco tra gli scudi antisommossa – è un giovane agile e veloce.

Si carica la ragazza sulle spalle martoriate dai lividi e corre via – è una scimmia, una bestia che non si ferma davanti a nulla.

***

«Sei stato forte prima. Grazie» dice Isa.

«Oh, prego. L’ho fatto senza pensarci» risponde Lolo.

Sono entrambi seduti su delle sedie da scuola, di quelle impilabili con la struttura tubolare e la seduta in compensato sagomato. Lolo ha osservato bene quella su cui è seduto, nel tentativo di distrarsi e dimenticare la nausea mentre preme una massa di carta assorbente su un lato della testa.

«Ti fa male?» gli chiede.

Lei sorride, anche se le hanno messo tre graffette mediche su un sopracciglio per tenerlo insieme, sorride con la metà delle labbra non tumefatta. Poteva andarle peggio e Lolo non ha voglia di guastare la sua ostinata allegria, così risponde a sua volta con l’imitazione di un sorriso, che vorrebbe dare a intendere “non c’è male”, ma che dichiara il contrario.

L’orecchio gli fa un male cane, altro che. La manganellata per poco non glielo ha fatto saltare e quello che è successo di seguito non ha migliorato la condizione.

Dopo essere scappato con Isa in spalla, ha costeggiato per qualche minuto la piazza e poi è tornato a tuffarsi nel mare di persone, in cerca di aiuto. Isa era svenuta e non sapeva come aiutarla. Si è accorto però che per i manifestanti non era accaduto nulla; il tafferuglio aveva riguardato un’aria troppo piccola perché il grosso dei presenti anche solo se ne accorgesse – giravano delle voci – ed era durato troppo poco; abbastanza per fare del male a una giovane ragazza, ma nulla in confronto alla gloria eterna della manifestazione.

Come un naufrago aggrappato a un asse di legno, ha vagato senza cognizione tra i flussi di persone farfugliando richieste che nessuno avrebbe accolto, finché non è stato raggiunto da “bandana gialla” e dal suo gruppo di amici, che lo hanno visto per puro caso.

Hanno accolto il racconto dello scontro con la polizia con sorrisi di ammirazione e pacche sulle spalle doloranti, piuttosto che con preoccupazione. Con qualche sorso di acqua minerale, Isa si è ripresa e, quando ha dichiarato di sentirsi abbastanza attenta a camminare, li hanno accompagnati al quartier generale della manifestazione: un immenso centro sociale dato dal Comune a Reazione Sociale in occasione di questi due giorni.

«Per contenere un minimo il degrado di migliaia di giovani a piede libero per la Capitale».

Almeno questa è stata la teoria di “bandana gialla”, che Lolo ha scoperto nel tragitto chiamarsi Giulio

Li sono stati presi in carico da una signora gentile in servizio volontario presso un’infermeria messa in piedi con tutte le migliori intenzioni, ma con mezzi di fortuna.

Per Isa, cerotti, pomate e poco altro erano stati sufficienti, a Lolo invece servivano dei punti per l’orecchio.

Quando l’infermiera compare affannata alla fine del corridoio, Lolo scattata in piedi.

«Eccomi! – dice l’infermiera – Vi chiedo scusa, ma non pensavo… Vabbè, comunque li ho presi».

Mostra delle bustine trasparenti contenenti un ricciolo di filo sottile e un ago ricurvo.

Un largo sorriso si apre tra le guance rosse per la corsa della donna, che si reca di fronte a un pensile aperto per prendere ovatta e disinfettante.

In quel momento si affaccia Giulio con una confezione da sei birre in mano e altri tre ragazzotti al seguito. Fa tintinnare le lattine verso di loro.

«Suonano in sala studio – dice – Che fate, venite?»

«Dai!» dice Isa con rinnovato entusiasmo e subito dopo si rivolge a Lolo.

«Vieni anche tu, vero?»

«Sì, vengo…» risponde lui guardando prima l’infermiera e poi Isa.

Prima però mi faccio ricucire – mostra i dentoni in un sorriso titubante – E magari mi do una sciacquata”.

Isa gli si avvicina, allunga le labbra gonfie e gli dà un bacio sulla guancia, all’angolo della bocca.

«Ok, ti aspettiamo. E sbrigati».

Lolo la guarda allontanarsi assieme ai suoi amici e quasi non si accorge del braccio di Giulio che gli prende le spalle.

«Amico mio, quella ti si vuole fare».

Il suo alito odora di birra, l’altra mano gesticola benché continui a reggere il pacco di lattine.

«Non ci pensavo» risponde Lolo.

«Certo – ammicca Giulio – Come no. Eheh».

Non ci pensava davvero, a Isa, e non ci pensa. Un po’ se ne vergogna, ma nella figura della ragazza che gli dà le spalle e si allontana, vede Rasnia, i suoi movimenti, quelli che aveva imparato ad amare negli anni passati accanto a lei nel campo nomadi, quelli della giovane donna ferita che gli ha sparato, quelli orribilmente distorti della creatura pallida che l’ha aggredito e da cui è fuggito. Rasnia.

«Non farla aspettare».

Giulio sottolinea il consiglio con una pacca sulla spalla. Lolo non risponde.

Quando l’infermiera richiede che siano lasciati soli, non si oppone, si siede davanti alla donna e lascia che l’ago penetri nella pelle, esca e affondi ancora, di nuovo, di nuovo…

«Ecco fatto, come nuovo» dice l’infermiera, soddisfatta.

Quanti punti gli ha messo non lo sa, non lo chiede neanche.

«Grazie – dice solo – Avrei bisogno di farmi una doccia».

La donna annuisce mentre lo squadra da capo a piedi.

«Decisamente – conviene – e anche di cambiarti».

Rimediano dei pantaloni da lavoro antinfortunistica rimasta lì da chissà quanto tempo. Felpe ne hanno a iosa, gialle con l’orologio nero.

Lolo le prende e ringrazia ancora. Per la biancheria deve arrangiarsi, così si infila sotto la doccia a muro con le mutande e già che c’è lava anche le scarpe infangate. Dovrebbe aspettare che si asciughino prima di indossarle; potrebbe andare in giro scalzo per il tempo necessario, ma quei piedi, i suoi piedi deformi, non vuole che nessuno li veda; non vuole essere quello strano, è uno come tanti, come tutti gli altri, un manifestante qualsiasi con la felpa di Reazione Sociale.

Conta i passi bagnati lungo i corridoi del centro sociale con in testa questi pensieri, finché non si batte in un’immagine che lo lascia perplesso.

Sul muro di fondo, in un salone aperto, un murales dalle linee spesse e scure raffigura un albero stilizzato, con la chioma e le fronde aperte. La sezione bidimensionale di un albero.

Sui rami più bassi, a metà altezza verso il solo, crescono dei frutti rossi. L’aspetto è quello di melograni maturi. Sui rami più alti sono accucciate delle scimmie, con la coda lunga e il pelo marroncino-rossiccio. Alla base dell’albero, una bestia famelica, un po’ lupo, un po’ pantera, guarda verso l’alto – guarda le scimmie – e alza una zampa anteriore con atteggiamento irrequieto. Il muso della bestia è allo stesso livello dei frutti rossi.

L’opera non è certo recente, la vernice è scrostata e caduta in diversi punti, altri segni, strusciate nere, graffi e scritte e tratti di penna, ne deturpano l’estetica.

“Un soggetto originale” deve ammettere Lolo.

Forse perché, in quanto “scimmia”, trova una strana analogia, anche se in realtà non è né la qualità del disegno, né i soggetti rappresentati a tenerlo incollato fronte al muro. Più fissa i contorni neri e spigolosi e quei colori un tempo brillanti, più scivola nell’illusione che il disegno si muova. Le figure da cartoon si animano e vibrano di vita propria sotto il suo sguardo, senza per altro compiere alcun gesto significativo, spostamenti impercettibili delle estremità identificano l’immagine come il singolo fotogramma pescato nello scorrere di un ricordo.

«È un bel dilemma».

La voce, alta e sottile, lascia a Lolo il dubbio se a parlare sia stato un uomo o una donna. Assorto nella contemplazione del murales, non si era accorto che gli si era affiancato un ragazzo distinto, longilineo, capelli biondi, corti e ben curati, jeans, camicia bianca e giacca a righine celesti.

«Quale dilemma?» chiede Lolo ancora sovrappensiero.

Il ragazzo appena arrivato lo fissa con occhi azzurri e riflessivi, da cui traspare un fremito di nervosismo.

«Le scimmie sono bloccate sull’albero: non possono scendere, né possono prendere la frutta, perché sarebbero alla portata del lupo. Il lupo, a sua volta, non può raggiungere le scimmie, perché sono troppo in alto, e l’istinto del predatore non lo fa allontanare da una preda così prossima. Il dilemma è: chi morirà per primo di fame?»

«Non lo so» ammette Lolo scuotendo lentamente la testa.

«Nessuno».

«Nessuno?»

«Non c’è bisogno che muoia nessuno».

«Fanno pace?»

«Ahah, niente affatto: trovano un compromesso sociale».

«Cioè?»

«Le scimmie decidono che di volta in volta scenderanno due di loro a raccogliere i frutti, così una scimmia sarà mangiata dal lupo, ma il suo sacrificio consentirà alla seconda scimmia portare sull’albero il cibo a tutte le altre».

Lolo riflette alcuni istanti sull’ipotesi paventata dal biondo e alla fine ribadisce la sua prima impressione.

«Mi sembra un compromesso stupido. Facendo così le scimmie non potranno mai scendere dall’albero, perché finché nutriranno il lupo lui rimarrà lì ad aspettare».

«Suppongo di sì – conferma l’altro – Le scimmie si accontenteranno di sopravvivere e alla fine arriveranno a credere che l’albero sia tutto ciò che esiste e adoreranno il lupo per averle costrette tra i suoi rami e lo pregheranno affinché sia rapido nel divorarle, ma, soprattutto, ogni scimmia in cui suo pregherà il lupo di mangiare un’altra scimmia al suo posto».

«Faranno della loro paura un dio?» chiede Lolo perplesso.

Il ragazzo sorride e alza le spalle, poi gli porge la mano.

«Discorso un po’ complicato. Comunque io sono Calogero, puoi chiamarmi Cal, come fanno tutti. Piacere».

«Ciao… uh… Cal. Io sono Lolo».

«Lolo… diminutivo di?»

«Niente, solo Lolo, è proprio il mio nome».

«Gran bel nome, Lolo. E sono contento che il mio disegno ti piaccia».

«Ah. L’hai fatto tu?»

«Qualche anno fa. Tu come mai sei qui?»

«Cerco il cuore della rivolta».

La risposta esce spontanea e sembra sorprendere più Lolo che il suo interlocutore.

«Beh, rivolta è una parola un po’ eccessiva – dice il ragazzo – però se di rivolta si tratta il suo cuore è appena entrato».

Lolo intercetta lo sguardo di Cal che si è voltato verso l’accesso al centro sociale. Sulla porta c’è un signore distinto, sulla cinquantina, che stringe mani ai ragazzi e li saluta con decisione e allegria.

«Quello è Giano Mahir – dice Lolo – L’ho visto in tv».

«È lui, vieni, te lo presento».

Si avvicinano all’uomo, che nel vederli, distoglie l’attenzione dagli altri per riservata a loro.

«Buonasera, Giano».

«Cal, sono contento di vederti, come procede?»

«Alla grande, continua ad arrivare gente per domani, saremo tantissimi».

L’uomo annuisce con soddisfazione.

«Saremo una piccola parte di coloro che vogliono cambiare le cose, ma ci faremo sentire».

«A proposito – dice Cal – Voglio presentarti Lolo, è arrivato qui da poco. Ha accompagnato una ragazza che era stata malmenata dai celerini».

Lolo alza mano e saluta.

«Signor Mahir».

Giano gli prende le mani e lo fissa negli occhi.

«Giano, sono solo Giano, per tutti i miei amici. Le voci arrivano prima delle cortesie, e so che hai svolto un grande servigio oggi, non solo per quella ragazza, ma per tutta la comunità. I problemi dei singoli sono i problemi di ognuno di noi, troppo spesso i più deboli sono abbandonati alle cure inesistenti di uno stato che si dimentica di loro, bisogna avere il coraggio di farsi carico della sofferenza altrui e tu lo hai fatto».

«Non credo di aver fatto nulla di eccezionale».

«Una madre che si occupa dei propri figli non fa nulla di eccezionale, eppure poche cose al mondo sono altrettanto fondamentali per una società sana».

«Non saprei, non ricordo chi fossero i miei genitori e sono cresciuto in una famiglia in cui c’era solo l’uomo che mi ha fatto da padre».

«Lolo, da dove vieni?»

«Vivevo in un campo nomadi appena fuori la periferia della Città».

«Capisco, uno dei campi di segregazione della vecchia gestione. Ti prometto che cambierà tutto. Lo faremo cambiare».

«Veramente abbiamo chiesto noi di stare lì».

«La storia non è uno scherzo, Lolo, falle le giuste domande e ti dirà tutta la verità».

Un sibilo fastidioso si infila nelle orecchie di Lolo e gli fa storcere la testa, ma il politico pare non accorgersene.

«I nomadi hanno chiesto un posto dove vivere, dove svolgere le loro attività e far crescere i loro figli. Correggimi se dico male. Avete chiesto cancelli? Reti a circondarvi? Servizi scadenti?»

«No…»

«No. Alla richiesta di un luogo da chiamare casa, dei politici indegni hanno risposto piantando dei container dentro una discarica, hanno nascosto la polvere sotto il tappeto, hanno sacrificato alcuni al favore elettorale di altri. Non è di questi politici che il popolo ha bisogno. Il popolo ha bisogno di sapere la verità…»

Ancora il fischio, stavolta più forte, lo costringe a liberare le mani dalla presa di Ciano e a mettere un palmo su orecchio.

«…e di decidere autonomamente in che tipo di paese vivere, che tipo di paese costruire».

«Ho paura – dice Lolo in tono ironico – che se fosse il popolo a decidere tirerebbe una colata di cemento sul campo e lo trasformerebbe in un parcheggio, con noi dentro».

Giano lo scruta come se cercasse di capire la sua reazione.

«Lolo mi piacciono i ragazzi che dubitano; mettono alla prova le convinzioni di noi adulti, smentite le menzogne. Avrete la classe politica che meritate. Ti chiedo fiducia».

Lolo si guarda attorno per capire se il fischio arrivi da qualche apparecchiatura, non ne trova e viene subito ricondotto nel discorso di Mahir.

«Per ottenerla so che devo darla prima io a te. Lolo, tu sai chi sono?»

«No».

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