L’ora della scimmia – capitolo 20

Precipitare nel vuoto non gli dà alcun assaggio di eternità; è un lungo attimo che non gli lascia il tempo di ripensare ai suoi sbagli o, come si racconta, rivivere la propria intera vita in una sequenza di fotogrammi. Il tempo non si ferma per consentirgli di farlo, anzi, precipita assieme a lui, a peso morto.

Quando i piedi scivolano sul guano, ha a disposizione solo un frangente di secondo per provare ad aggrapparsi a bordo del pozzo. E fallisce.

L’ondata di piccioni è così travolgente che la forza di gravità riesce ad avere la meglio su di lui solo quando ormai è in mezzo alla voragine, lontano da ogni possibile appiglio. Il fiato esce dai polmoni in un grido involontario.

Si aspetta di doverlo protrarre fino alla fine, ma viene interrotto da un elemento che frena la caduta: una superficie morbida e sottile lo sostiene e lo avvolge per un istante prima di lacerarsi e di partorirlo di nuovo giù nell’abisso. Lolo artiglia l’aria e riesce ad afferrare un lembo di tessuto. La trama grossolana riempie la sua stretta, ma si sfalda senza leggerlo; né lo reggono gli altri teli sospesi e le corde marcite addosso a cui precipita, come ragnatele in un cunicolo: troppo fragili per imprigionarlo, abbastanza resistenti da salvargli la vita.

Quando la schiena colpisce l’ultima barriera non è sicuro di essere salvo. La botta e così forte da squassare tutto quello che ha nel torace. Almeno quella è la sensazione. Al di fuori di lui non percepisce nulla, solo un lampo bianco che assorbe tutto il resto. Il dolore. Come prima cosa, il dolore; una scossa elettrica dal petto, dove il cuore sembra aver ricominciato a battere, si ramifica in tutte le membra, che riprendono rapidamente sensibilità. Si sente gonfio e compresso nella sua stessa pelle.

“Sono vivo”.

Lo realizza nel momento in cui il nero fagocita il bianco; il lampo di dolore si esaurisce e Lolo comprende di essere al buio. Stringe i pugni: una poltiglia secca si sbriciola e si impasta tra le dita come sabbia cinetica.

“Salvato dalla merda…”

Il suo primo pensiero razionale va ai montarozzi di guano visti ai piani alti, è convinto sia quello che sente tra le mani e che ha attutito l’impatto.

“Merda di piccione”.

Sotta questa, sente un basamento, resistente, fermo. Sopra di lui, la poca luminosità proviene dal pozzo attraverso cui è precipitato, fioca, smorzata dai mille ostacoli sospesi, comunque sufficiente affinché i suoi occhi si abituino poco per volta all’oscurità.

Ciò che vede attorno al buco sul soffitto, molti metri più in alto, è un grigiore pietroso in parte regolare, in parte frastagliato che lascia nel dubbio se si tratti di uno snodo fognario crollato a tratti, o una grotta naturale lavorata in modo sommario. L’aria è stantia, calda e umida è quasi irrespirabile, pregna del fetore decennale di polvere, ossa, piume ed escrementi di uccello, che ricoprono il suolo ammassati, anche qui, in grossi cumuli.

Si alza in piedi e si pulisce le mani sulle cosce mentre attendere con pazienza che passino le vertigini. Non riesce a stimare con esattezza per quanto tempo sia caduto; si trovava ad un’altezza di quindici piani e, anche se gli sembra impossibile, direbbe che l’ha coperta tutta. Si ritrova, infatti, con la fortissima sensazione di trovarsi al livello del terreno, se non addirittura sotto.

Affonda lo sguardo nella vacua profondità che ha davanti, cercando di penetrare lo spesso buio fino alle macchie più scure che si stagliano al confine della caligine, forse apertura nelle pareti della caverna, impossibili da distinguere con chiarezza. Al margine dell’alone luminoso sottostante il pozzo, qualcosa prende forma.

Prende forma nella sua mente, perché in realtà nulla si muove. Ai suoi sensi, quello che Inizialmente era solo un altro ammasso di rifiuti organici, assume la dignità di un uomo accovacciato. In risposta a questa sua nuova consapevolezza, la sagoma dalle spalle larghe alza la testa. Occhi profondi – di cui Lolo vede solo punti di luce riflessi sulla superficie convessa di due specchi neri – lo fissano da sotto la massa selvaggia di capelli lunghi, arruffati e impastati.

“Somigliano ai miei” pensa.

La figura rimane immobile, non sbatte neanche le palpebre. Il ragazzo lo imita, atteggiamento impassibile, mai timoroso persino di respirare e dimostrare così quel minimo di una debolezza umana che l’altro sembra non avere. Tiene a bada la paura e il suo subbuglio interiore, li controlla e li asseconda quel tanto che basta da chinarsi sulle ginocchia con movimenti lenti, senza mai togliere lo sguardo dalla figura imponente, per raccoglie da terra un osso abbastanza lungo e appuntito da assomigliare a un piccolo punteruolo.

“​È​ tua la voce che sentivo nella mia testa?” chiede Lolo.

L’uomo, a gambe incrociate, raddrizza la schiena, briciole e frammenti cadono alle sue spalle. Alza la mano e la immerge in un pallido raggio di luce, la superficie del palmo è un reticolo di linee rosate e lucide, tessuto cicatrizzato frutto di una vecchia ustione.

“Tu sei l’uomo delle mie visioni?”

È una domanda che ha il suono di un’affermazione che Lolo desidera da diverso tempo ormai. La risposta esce roca e strozzata; la figura in terra vibra per l’evidente sforzo di usare di nuovo corde vocali a lungo tenute ferme.

“Chi… sono…?”

Lolo si prende del tempo per pensare. Voleva chiarezza e ha ottenuto altri dubbi. Un quesito che è venuto a porre e a cui invece è chiamato a rispondere. Di fronte a quella che sembra una nuova prova, preferisce la via della speranza a quella della sincerità.

“Sei colui che mi ha mostrato la verità, mi hai guidato fin qui. Tu hai spento la fiamma che mi impediva di vedere le stelle”.

Nell’oscurità, il volto dell’uomo è una maschera nera di cui è impossibile percepire i movimenti; la voce però arriva chiara e riempie la caverna di eco che moltiplicano ossessivamente domanda.

“Ne sei sicuro?”

“Deve essere lui – pensa Lolo – Deve avere delle risposte. Perché continua a farmi solo domande?”

“La tua mano… – balbetta – hai… i segni della bruciatura…”

Mentre dice queste parole, una fitta di dolore gli infiamma il palmo della mano. Abbassa lo sguardo sulla sua vecchia cicatrice, risalente a prima di essere accolto tra i nomadi, a prima della sua memoria. La cicatrice si è riaperta e mostra la carne viva.

“La verità ha sempre un prezzo – dice l’uomo – E tu lo sai molto bene”.

Lolo continua a guardare incredulo la ferita sulla sua mano.

“Avvicinati” aggiunge la figura in ombra.

Lollo obbedisce; ora più che mai, quello che vuole è sapere. Attraversa il cono di luce rarefatta che cade dal pozzo e lascia che la nuova prospettiva gli riveli i dettagli della sagoma scura: un uomo dai tratti ancestrali, atavici, quasi scimmieschi. Possiede i caratteri comuni all’origine di ogni gruppo umano. Il corpo, memore di un’antica imponenza, soffre i segni della vecchiaia e delle privazioni. La pelle villosa è piegata, coperta da croste e parassiti. I capelli e la barba lunghi e ridotti dalla sporcizia a una massa informe e compatta.

Gli occhi, infossati sotto la spessa arcata sopraccigliare, sono invece dotati di una vitalità fiammante, nonostante una stanchezza e una sofferenza palesi nell’espressione torva; lo sguardo trasmette una fierezza indomita e una veemente potenza.

 Lolo si riflette nelle fiamme ardenti in fondo a quelle pozze di oscurità immota.

“Tu sei come me” dice Lolo con un filo di voce.

Ancora una volta il tono di domanda è incerto e superfluo.

“Sono stato il primo – dice l’uomo – Ha creduto a lungo di essere rimasto l’ultimo… l’unico”.

Una pausa sottolinea la conclusione del pensiero.

“Poi ho sentito il tuo risveglio”.

“Il primo selvaggio – ribadisce Lolo – Tu sei Krechun”.

“Questo è il nome che mi diedero gli uomini e che portavo quando ero tra loro”.

“E ora?”

“Non siamo più uomini, ormai”.

“Maya ci ha posto fuori dal gioco…”

Lolo ripeto inconsciamente le parole di Nahel. Il seme del dubbio è sbocciato in un fiore dallo stelo contorto e dalla corolla asimmetrica.

“Noi! Abbiamo deciso di uscire! Dalle città degli uomini…”

L’impeto della frase scema con il mettere in parole un ricordo fondante.

“Nella foresta abbiamo dovuto apprendere dalla Belva, siamo tornati a essere animali, siamo diventati sopravvissuti, guerrieri e assassini”.

Lolo estrae dalla tasca dei pantaloni un rettangolo di carta, lo spiega e lo tende avanti a sé mentre parla come una sorta di barriera.

“Guerrieri. Perché i selvaggi combattono gli uomini vuoti e la Grande Menzogna, vero?”

“Noi non combattiamo più – risponde Krechun – Mi sono ritirato dalla guerra molto tempo fa”.

Gli occhi dell’antico uomo si fanno vacui; non guarda più Lolo, fissa oltre, un punto fuori e lontano dal presente.

“Mi sono nascosto da così tanto… sotto terra… a nutrirmi degli uccelli morti che cadono dal cielo”.

Sentendo che sta perdendo il suo interlocutore, Lolo, prova a richiamare la sua attenzione.

“Ho incontrato Yakof”.

La notizia sortisce l’effetto voluto: i puntini bianchi in fondo allo sguardo di Krechun si focalizzano di nuovo sul giovane.

“Come sta il mio vecchio amico?”

“Non lo so – ammette Lolo – Temo sia morto”.

Krechun tace e chiude le palpebre per alcuni secondi, prima di parlare ancora.

“Me ne dispiaccio, anche se ciò doveva accadere”.

“Ho letto la vostra storia – Lolo agita il grosso foglio che tiene in mano – Credevo fosse nemici”.

“Abbiamo scelto e percorso strade diverse e le nostre scelte ci hanno condotto entrambi alla rovina. Ciò che accomuna gli uomini non può renderli nemici; saremo sempre fratelli nell’errore e nel perdono”.

“Anch’io ho commesso un errore – è la triste riflessione di Lolo – Ho tradito una persona a cui volevo bene… che mi voleva bene. Questo l’ha cambiata e ora sono il suo nemico”.

Non si aspettava un commento e di sicuro non si aspettava nemmeno la domanda che segue.

“Come è morto Yakof?”

“È stata colpa mia. Ho condotto Nahel e gli uomini vuoti al suo rifugio e loro hanno preso Maya.

L’espressione di Krechun è priva di sorpresa.

“Era solo questione di tempo”.

Dalla voce di Lolo, invece, traspare una nuova eccitazione.

“Prima Nahel, poi Yakof e adesso tu. Non può essere un caso. Io… vi ho riuniti. Io sono stato portato qui, da te, perché dovevo dirti del crimine di Nahel, del sacrificio di Yakof; dovevo dirti questo affinché tu tornassi a combattere la guerra contro la Grande Menzogna. Per vincerla”.

Il silenzio che segue stende una patina adesiva polverosa sul volto del ragazzo. Tutta la stanchezza, la delusione, la paura, il senso di inadeguatezza che era riuscito a nascondere sotto l’entusiasmo, mostrano il muso ringhioso e gli fanno dolere ossa e muscoli. Forse prevedendo la risposta di Krechun.

“Noi apparteniamo a quegli uomini che imparano a convivere con la Belva. Spietata e crudele ci braccava e ci difendeva dalla Menzogna. Alla fine, anche la Belva è rimasta avviluppata nel Velo di Maya e io mi sono arreso”.

“Quindi con la tua resa è finita la guerra? Hai lasciato che la Menzogna vincesse?”

“Non credo che quella guerra potrà mai avere termine. Dopo di me è stata portata avanti da qualcuno più forte, più capace di difendere la verità a ogni costo”.

“Chi? Da chi devo andare?”

“Sei stato tu”.

Krechun sembra confuso della sua stessa risposta.

“Tu… ma sei così giovane. Cosa è accaduto?”

“Non so niente di quello che dici – si affretta a dire Lolo – Mi stai confondendo con qualcun altro. Io sono solo un ragazzo”.

“Tu non sai chi sei”.

“Sto cercando di capirlo, ma ti assicuro che non sono quello che credi tu”.

“Hai ragione -conclude Krechun dopo una breve pausa – Le mie parole sono vuote. Se vuoi sapere chi sei devi andare nel cuore della rivolta”.

“Che cosa vuol dire?”

Dalla voragine sul soffitto precipitano piccole macchie grigiastre: piccioni morti. Una pioggia di piccoli cadaveri, una serie di piccoli tonfi seguito da un rumore simile a decine di zampe di ragno che scendono lungo il pozzo. La luce dall’alto è oscurata attratti dalle ombre di sagome che l’attraversano”.

“Gli uomini vuoti”.

Le parole sgomente di Lolo sottolineano i gesti di Krechun. Con lentezza sofferta abbassa lo sguardo e si alza in piedi, con la fatica palese di muovere muscoli e articolazioni in apparenza bloccati da anni nella stessa posizione a gambe incrociate.

“Fuggi, ragazzo” dice l’uomo, che in piedi ha riacquisito agli occhi di Lolo la sua antica imponenza”.

“No! Sono scappato e Yakof…”

“Yakof sapeva che i suoi errori lo avrebbero raggiunto prima o poi – lo interrompe il selvaggio – Come i miei hanno raggiunto me”.

Una sagoma pallida piomba dal soffitto e atterra accucciato in mezzo ai due. Prima che si rialzi, Krechun stringe la gola dell’uomo vuoto nel pugno, mentre chiude le dita dell’altra mano sul cranio e gli strappa testa dal collo con uno strattone come fosse la federa di un cuscino.

“Fuggi!” ripetere e indica una delle uscite in fondo alle ombre della caverna.

Lolo arretra, quando le altre figure cominciano a cadere attorno al selvaggio, si volta e corre. Scappa via con le lacrime agli occhi e le orecchie bucate dai grugniti di sforzo di Krechun.

Fugge attraverso condotti fognari per un tempo indefinito, sostenuto dalla paura per le creature alle sue spalle. Le sente correre, inseguirlo nei cunicoli sporchi e umidi.

Il sospetto che i rumori dell’inseguimento non siano altro che l’eco di quelli prodotti da lui, lo sfiora, quasi lo convince a fermarsi per riprendere fiato, ma viene anticipato da un passo falso. Un piede scivola su un sasso instabile, scarta di lato e lo fa cadere a pochi metri dal piccolo sole che gli prospetta la fine del tunnel.

A parte il suo respiro affannato, nessun suono; nessuno lo segue, non più perlomeno.

Sbuca da un grande canale di scolo in cemento che si sporge dal declivio di un argine fluviale. Illuminati dai raggi del pieno mattino, Lolo vede attorno e riflessi sull’acqua sporca che scorre poco più in là, le facciate chiare dei palazzi storici del centro: è tornato nella Capitale.

Nella strada sopra la sua testa, che corre lungo il fiume, sente avvicinarsi il tumulto della folla in corteo.

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