L’ora della scimmia – capitolo 19

Il treno lo lascia al primo binario. È salito sull’ultima carrozza e dall’ultima carrozza scende. L’aria fresca non stempera la puzza che lo aggredisce appena si aprono le porte a scatto.

Lolo aspetta che il vagone di coda si riduca a un puntino e si dissipi il rumore ferroso, prima di incamminarsi.

Voleva una visuale complessiva della stazione. Non sapeva cosa aspettarsi e riceve la conferma che farebbe meglio a non aspettarsi nulla.

Quello della piccola stazione è un nulla urbano, pieno del vuoto consumistico che ingombra e soffoca col suo continuo generarsi dal fastidio per tutto ciò che è vecchio, obsoleto, rotto, opaco, triste…

È un luogo triste, quella stazione di periferia, bloccata in uno spasmo di agonia mentre lotta per non essere abbandonata, nell’attimo esatto in cui viene raggiunta dalla consapevolezza che non serve più a nessuno.

Ci sono solo due binari regolari, uno è quello alla sua sinistra, su cui ha viaggiato fino a lì, un altro corre parallelo vicino a questo, fiancheggiato da una banchina sporca.

Alla sua destra, invece, va a morire un binario tronco, chiuso da chissà quanto tempo e invaso da rifiuti di ogni genere: frantumi di lastre di vetro, cocci di sanitari, preservativi ovunque, vecchi cartelli ferroviari, mobili rotti, cumuli di sacchi neri…

Cani randagi frugano dentro buste della spesa squarciate da cui escono avanzi di cibo e altra immondizia. Quando Lolo gli passa vicino alzano il muso dal loro indegno pasto e ricambiano l’attenzione fissando su di lui gli occhi neri, ringhiano a zanne snudate finché non arriva in prossimità del fabbricato viaggiatori.

L’edificio fatiscente è composto da un solo piano; una scatola di cemento capace di sopravvivere alla rovina totale del suo aspetto e della sua funzione. L’intonaco da esterni di bassa qualità è crollato quasi del tutto dagli spigoli, trovando una nuova casa sul marciapiede in corrispondenza di grosse porzioni di muro a nudo, un’opera di erosione costante che ha lasciato segni ramificati sulla superficie tali da far intuire facilmente le prossime aree candidate al crollo.

La piastra, un tempo bianca e blu, sopra il primo ingresso, informa Lolo che si tratta di un bagno unisex; non c’è più nessuna porta a impedirgli di vedere il sanitario a terra alla fine di una stanza lunga e stretta, invasa dalla sporcizia, dalle siringhe e dalle mattonelle staccate dal muro.

Poco più avanti, ai piedi del parapetto che protegge l’imbocco del sottopassaggio, un grosso ratto sporge il muso, si alza sulle zampe posteriori, annusa l’aria e gli attraversa la strada di corsa, schiacciato sul ventre. Lo guarda sparire, giù, oltre il bordo della banchina; a quel punto, Lolo entra nella sala d’aspetto della Stazione.

Alla porta, così come a tutte le finestre, mancano i vetri; i pochi pezzi rimasti attaccati al telaio sono i testimoni affilati della violenza che li ha mandati in frantumi. Per terra ci sono dei vestiti dall’aspetto sudicio ammucchiati in un angolo. Strisciate di escrementi per terra che portano a dei fogli di giornale accartocciati non sono i soli elementi che contribuiscono a rendere l’ambiente maleodorante.

Delle due macchinette obliteratrici di cui disponeva la sala, una è un lontano ricordo, un rettangolo stuccato tra le mattonelle, l’altra è divelta dal muro e appoggiata a una delle panchine, con i cavi elettrici a vista.

Graffiti e scritte, rovinate e quasi illeggibili, ricoprono buona parte delle pareti e, in apparenza, anche i soffitti; Lolo impiega alcuni secondi per capire che quella lassù è muffa.

Sullo sportello del comando di polizia ferroviaria, che sembra chiuso da anni, una scritta sul muro recita “qui lo stato si è arreso” e un’altra sotto “abbiamo vinto noi”.

Dalle vetrate infrante dell’ingresso principale, vede in lontananza le sagome di quattro immensi palazzoni.

Gli unici segni di vita in tutta la stazione provengono dal bar, a cui accede direttamente dalla sala d’aspetto.

Una vecchia su una carrozzina ride come una demente, mentre una donna biondissima si trucca seduta al tavolino vicino alla vecchia. Il locale non ha altri ospiti, scarafaggi a parte.

Un uomo dietro il bancone legge un giornale aperto sul piano graffiato, porta gli occhiali basi sul naso e una sigaretta accesa tra le labbra, in barba ai cartelli di divieto di fumo appesi qua e là.

«Giovane, che ti do?» chiede alzando la testa.

Lolo cerca d’istinto la sacca, che non ha più – lì aveva il portafoglio con i suoi pochi soldi – così fruga nelle tasche pur sapendo di trovarle vuote.

«Nulla, volevo solo un’informazione» dice alla fine.

L’uomo non risponde, fa solo una smorfia spostando la sigaretta da un lato all’altro della bocca.

«Cosa sono quelli?»

Indica dalla vetrata sporca del bar le sagome squadrate che dominano il paesaggio.

«I Blocchi, che non lo sai?»

Il nome lo ha già sentito, anche in Città erano famosi come la zona più povera e malfamata della Capitale, una dei tanti progetti di edilizia popolare fallita.

«Ci vive qualcuno?»

«No. Su per giù qualche migliaio di famiglie” risponde il barista prima di scoppiare in una risata catarrosa».

«Come ci arrivo?»

«Tu che dici? Segui la strada».

“Strada – pensa Lolo dopo qualche minuto di cammino – ci vuole coraggio a chiamarla così”.

Le tre corsie d’asfalto sono un ammasso pressoché ininterrotto di buche e rattoppi di materiale vario; progettata con cura, costruita in modo approssimativo, al risparmio, rotta presto, rattoppata in più punti dove i rattoppi saltati alla prima pioggia persistente, rattoppi su rattoppi, l’unica strada possibile per un’umanità fatta male e ormai irrimediabilmente devastata sotto i troppi tentativi di rimetterla insieme.

La strada, in ogni caso, conduce Lolo a una struttura titanica: un parallelepipedo di cemento dalle proporzioni rigorose. A occhio è lungo un centinaio di metri, alto la metà e largo la metà dell’altezza.

L’intero stabile è tenuto sollevato da terra da grossi pilastri cilindrici, tra i quali si è generato il mondo oscuro di un parcheggio, schiacciato dal peso potenziale del Blocco, popolato di poche auto e poche persone, isolate o a piccoli gruppi.

Alzando gli occhi per sfuggire al quel sottile e opprimente piano d’ombra, Lolo sbatte con lo sguardo contro la facciata dell’edificio, senza riuscire a superarla.

Diciassette piani tutti identici, composti dalla ripetizione infinita di moduli rettangolari di cemento grezzo, incastrati tra le strisce di balconi contigui. Tagliata orizzontalmente da nastri di finestre ormai opache dagli infissi ottonati, la facciata porta ancora le tracce consunte di una vecchia smaltatura di colori vivaci.

Il poco cielo disponibile non concede la vista del sole, inclinato lì da qualche parte, nascosto dalla colossale barriera di cui borda i confini con un alone rosso e arancio.

Lolo si infila tra i pilastri, tra le ombre lunghe del controluce, e superato il punto in cui il sole dell’ultimo pomeriggio lo acceca con raggi traversi, vede dall’altra parte un parco semicircolare costeggiato dai Blocchi. Quello in cui si è infilato è solo il primo ed è già troppo per chi non sa cosa cercare. Sotto la mole dell’edificio si nascondono anche i portoni di accesso alle diverse scale contrassegnato da lettere dipinte a smalto rosso sulla pittura grigia.

“…D, E, F…” e altre ancora ne vede Lolo.

Ogni lettera riporta lo sguardo del ragazzo sulla folla di scritte disposte a tre colonne sui citofoni: centinaia di nomi, migliaia di inquilini e lui non hai idea di chi stia cercando.

“Che ci faccio qui?”

La suggestione ipnotica che l’ho spinto a prendere il treno si esaurisce nel dubbio e nella consapevolezza.

“Ho fatto una cazzata”.

Un gesto di insensata avventatezza di cui si pente non appena ritrova la via d’uscita dai suoi pensieri e si rende conto di essere osservato. Da più di una persona, da più lati, dietro le colonne, tra le auto; per lo più giovani il cui atteggiamento spavaldo non riesce a dissimulare del tutto la mancanza di vitalità, spenti nella luce bassa dell’imbrunire che incalza, grigi e violenti, non cercano di nascondersi, al contrario lo minacciano con la loro sola presenza; concorrenti coesi nella difesa del territorio dall’intruso che è entrato senza chiedere il permesso.

Presidiano il lato che dà verso il parco – se uscisse di là non potrebbe evitare di imbattersi in qualcuno – e quello da cui è entrato. Lo circondano, una minaccia senza angoli ciechi, per strategia o più probabilmente, suppone Lolo, per istinto del branco. Non gli rimane che attraversare a passo spedito la lunghezza della selva di pilastri sbirciando da sotto il cappuccio le presenze che gli si muovono attorno.

Quella che credeva essere l’uscita si rivela una trappola architettonica: una serie di ballatoi a travi di ferro imbullonate e scale arrugginite congiungono lo spigolo posteriore del primo Blocco a quello anteriore del secondo.

Tornare indietro non è un’opzione; il branco si è mosso e si sta avvicinando compatto. Così prosegue sul ballatoio solo per accorgersi, dopo alcune rampe, che si è fatto portare proprio dove volevano loro. Altri del branco convergono verso di lui dai piani più alti, sotto di lui continuano a seguirlo: non può salire e non può scendere.

Lo hanno costretto su una balconata sospesa senza via di fuga se non il vuoto: si trova davanti una dozzina di persone, qualcuno è più anziano, ma la maggior parte sono ragazzi, mentre dalle finestre e dai balconi decine di spettatori si affacciano con l’espressione paziente e curiosa di chi attende l’inizio del prossimo spettacolo.

Lolo indietreggia senza distogliere l’attenzione dal piccolo fronte che gli si è chiuso davanti; arretra fino a sentire la balaustra nella schiena. Si affaccia per fare una rapida valutazione: saltare da lì è troppo pericoloso anche per lui.

«Oh! Chi ti manda?»

A porre la domanda è stato un ragazzo, a occhio e croce della sua età, con attaccato alle pieghe dei pantaloni un bambino, cinque anni forse, che gli rivolge la stessa espressione di odio di tutti gli altri.

Lolo lo guarda, non sa cosa rispondere finché non vede oltre il gruppo che lo assedia, giù nel piazzale antistante il parco, una sagoma imponente tendergli la mano. La visione dura un attimo prima di essere consumata dalla luce del sole morente.

«Oh! Sei sordo?» incalza il ragazzo.

Lolo torna a prestargli attenzione; scuote la testa in risposta ai dubbi sulle sue stesse percezioni piuttosto che alla domanda.

«Sto cercando un uomo – dice – Non so dove sia esattamente, però…»

«Tu non cerchi nessuno. Hai capito?» lo interrompe un uomo in canottiera intima sotto la giacca aperta e occhiali da sole.

«Vorrei solo sapere…»

È un grosso sasso, questa volta, a ricacciargli le parole in bocca. Arriva con poca forza sullo zigomo sinistro. La sorpresa è più del dolore; abbastanza da spiazzarlo. A lanciare il pezzo di cemento è stato il ragazzino; chino verso terra a raccoglierne un altro, con lo sguardo rabbioso ancora contro di lui.

Un uomo gli si avventa addosso brandendo un bastone lungo quanto un abbraccio. Lolo se ne accorge all’ultimo – i sensi anestetizzate dall’ondata di disprezzo – si scansa di lato e il legno colpisce la ringhiera. Il rintocco metallico accompagna il nuovo tentativo dell’aggressore, a cui Lolo reagisce con una testata sul naso, prima che il colpo vada a segno.

L’uomo è in terra, con una mano sulla faccia; il tempo è stretto dalla tensione concentrata tra le facciate laterali dei due Blocchi, scorre al ritmo dei respiri sputati attraverso una piccola emorragia nasale.

«Sto solo cercando un uomo».

Lolo parla con lentezza e voce perentoria, padrone del silenzio dallo stesso infranto.

«Sto cercando un uomo dall’aspetto imponente. Non si lascia guardare in volto e vive in un luogo scuro e chiuso».

Nel parlare, rievoca le sensazioni confuse delle sue visioni e pensa che al suo pubblico forzato non diranno nulla; dopo neanche un minuto di silenzio ostile, invece, un ragazzo in mezzo al gruppo stende il braccio verso un punto dalla parte opposta del parco.

«Il Blocco esploso» dice e Lolo capisce che non otterrà nulla di più.

Mentre si fa largo nel gruppo che intasa il ballatoio, sente sulla pelle gli sguardi di timore e sospetto come punte di ghiaccio: uomini, donne e bambini che lo fissano e commentano in silenzio. Con la coda dell’occhio crede di vedere una figura pallida che sussurra in mezzo agli spettatori affacciati un paio di piani più in alto; avrebbe un senso quell’odio tra gli uomini se fosse indotto. Crede di vederlo, vuole vederlo, questo gli dà la forza di andare avanti senza voltarsi.

Il parco è una Mezzaluna di erba incolta, sterpaglie, pozzanghere secche e gruppetti le alberi.

A nuovo, doveva prevedere un percorso ginnico lungo il trio di strade interne, di cui rimangono solo dei ceppi di legno e delle travi marce tra l’erba alta, come scheletri delle preesistenti strutture per l’allenamento.

Nello spicchio centrale del semicerchio si alza, da uno spiazzo di breccia, un castelletto di tronchi, catene e rete a misura di bambino, devastato da uso improprio e irrispettoso persino dell’infanzia.

Lolo percorre uno dei vialoni, soggetti al recupero aggressivo da parte della vegetazione, e arriva alle giostre guidato dalla figura di una bimba che dondola sull’unica altalena ancora funzionante. Ascolta con rispetto il cigolio solitario finché l’altalena non si ferma e la bimba non si volta a guardarlo.

Nonostante il fresco della sera, indossa solo un vestitino senza maniche; un venticello persistente le scompiglia lunghi capelli castani.

«Ciao – le dice – Sto cercando il Blocco esploso».

La piccola non dice nulla, alza il braccino sporco in direzione della fine del parco e torna a far muovere l’altalena, mentre Lolo si incammina.

Si susseguono tre Blocchi identici, tutte fotocopie sbiadite dello stesso modello ideale. Il quarto spazio consecutivo è occupato da un cumulo di macerie e immondizia; una collina sorta dal guasto programmato del monumentale edificio, ii cui resti sono stati ammucchiati e lasciati lì come la crosta su una ferita infetta che ha suppurato in una discarica a cielo aperto.

La sua meta però è più avanti, dove lo spettacolo affascinante e grottesco cede il passo all’immagine ancora più inquietante e sinistra di una struttura contorta e scarnificata.

Il Blocco esplodo è ciò che è rimasto di un tentativo di demolizione fallito: i piani superiori rimasti in bilico precario sulla struttura scheletrica dei piani sottostanti, sventrati, svuotati del tutto a eccezione di una colonna centrale, sottile in maniera ridicola rispetto alla massa sovrastante che sembra avere la pretesa di sostenere. Un fungo atomico congelato in un’allucinazione progressista degenerata.

Tutti i portoni, tutti gli accessi e le scale interne sono distrutte; trova solo uno strato di macerie a livello del terreno. Una delle scale di servizio, a discapito dell’aspetto diroccato, è ancora in piedi, anche se sembra più una radice attorcigliata e appesa che un pilastro.

A metà della salita, le scale oscillano a tal punto per il vento che Lolo deve reggersi con forza sulle ringhiere arrugginite per riuscire a proseguire. Sale accompagnato dal cigolio ferruginoso di bulloni allentati fino al terzo e ultimo piano. Avanza tra le macerie dei muri di tramezzo crollati, in un ambiente alieno imbiancato in modo osceno da uno spesso strato di guano, il prodotto della moltitudine di piccioni che entrano ed escono senza sosta dalle finestre prive di vetri.

L’interno del gomito, schiacciato sul naso nel tentativo di contrastare l’odore pestilenziale, gli affanna il respiro e gli fa sembrare rallentata ogni sua azione. Percorre con cautela i corridoi e gli spazi aperti del piano devastato, cercando di passare alla larga dai grossi buchi aperti in alto e in basso, lì dove i pavimenti hanno ceduto.

Arriva, dopo alcuni minuti, quando si è ormai abituato ai miasmi, in una sorta di piazzale circondato da locali, forse anni prima, adibiti a funzione commerciale. Al centro del recinto di negozi si apre una voragine dove la tromba delle scale ha perso ogni soprastante struttura verticale.

“Deve essere in corrispondenza del pilastro” pensa ricostruendo l’immagine del Blocco esploso visto da fuori.

Solo in un secondo momento si accorge del vecchio che si aggira dentro e fuori dai negozi e che con movimenti stereotipati estrae dai tasconi di un cappotto lercio manciate di canaglie per poi gettarle intorno, richiamando piccoli stormi agitati di piccioni, evidentemente abituati a essere nutriti in quel modo.

L’uomo cammina con passo regolare, incurante degli uccelli che si affollano attorno e razzolano nei loro stessi escrementi, la testa leggermente inclinata verso l’alto, dritta in avanti.

 Lolo non riesce a capirne l’espressione: la metà superiore del viso è adombrata da un cappello da pescatore sgualcito e dalla metà inferiore si allunga una barba canuta e sudicia.

«Ehi!»

La voce di Lolo risuona nell’arena insudiciata accompagnata solo da qualche verso stridulo. Il vecchio procede nella sua ronda senza dare segno di aver udito.

«Ehi, dico a te».

Nessuna reazione finché perdura l’eco dell’invocazione.

«Voglio solo chiederti una cosa».

Lo dice come se il vecchio stesso in qualche modo cercando di scappare o di evitare il contatto, anche se non accenna ad allontanarsi quando gli va in contro. Gli mette una mano sulla spalla e lo scuote, solo a qual punto l’uomo si ferma. Solo a quel punto Lolo lo vede bene in faccia e non può evitare di fare un passo indietro per lo sgomento.

Sotto la tesa floscia del cappello, l’uomo nasconde le proprie mutilazioni: tra le palpebre, solo grumi di carne cauterizzata; ai lati della testa, cicatrici semicircolari lì dove c’erano padiglioni auricolari; quando apre la bocca emette solo un suono spento, spinto tra i denti dal moncone che ha al posto della lingua.

 “Che significa?”

Non stacca lo sguardo dal volto menomato, ma non è a quello che si riferisce; anche se ci si specchia nel profondo. Si sente così: cieco, sordo e muto; attorno a lui le cose si muovono ma se ne accorge solo quando gli sbattono contro, senza che possa davvero reagire.

In preda a un senso di vuoto si allontana dal vecchio, lo lascia a girare su se stesso alla ricerca di percezioni che non gli appartengono più e si siede qualche metro più in là.

Quello che gli sta accadendo non ha nessun senso. Il mondo che conosceva non ha più senso. La sua vecchia vita è finita senza che ne sia cominciata un’altra.

Si ferma a pensare a Rasnia, per la prima volta da quando l’ha rivista… cambiata.

“Era Rasnia quella?”

Il suo cuore non si pone questo dubbio, la testa invece vorrebbe che qualcuno che gli dicesse come stanno le cose, qualcuno come Bato, che gli dicesse la cosa giusta da fare.

Diventa cosciente della voce quasi in risposta a quel desiderio espresso inconsciamente. Una voce lontana che riverbera dalle profondità dei suoi dubbi.

“No, è vera”.

Sente davvero una voce. Troppo debole per capire cosa stia dicendo. Concentrandosi, però, riesce a individuarne l’origine.

Si alza e si dirige con cauta lentezza verso la voragine al centro del piazzale.

Le scale non ci sono più, tutto ciò che vede affacciandosi è un pozzo senza fondo, da cui risale una sorta di cantilena appena sussurrata, gli dà l’idea di una vecchia ballata, in una lingua che non riconosce.

Che non riconosce, eppure comprende.

Essi sono i veri guerrieri

Martiri in vita della verità

Unici tra gli uomini tutti

A non cedere alle lusinghe

Del sommo inganno

Non ne spargono i semi

Non ne colgono i frutti

Poiché vivono soli

Non si abbagliano i loro occhi

Poiché essi son ciechi

Non sbagliano le loro orecchie

Poiché essi son sordi

Non proferiscono menzogna

Poiché essi son muti

Campioni silenti della verità

Un rumore alle sue spalle interrompe l’incanto della nenia. Si gira di scatto e si trova davanti il vecchio, apre e chiude la bocca senza articolare alcun suono mentre gli getta addosso una manciata di semi e briciole. I piccioni si alzano in volo: una massa affamata e compatta, che ignora il vecchio e si accalca contro di lui, con ali, piume, zampe e becchi lo spinge un passo indietro.

Lolo si sbilancia, scivola sopra il guano e cade, giù nel pozzo.

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