L’ora della scimmia – capitolo 18

La Grande Menzogna

Così accadde che Avraham, come aveva dato la morte a suo fratello Moishel con una pietra, uccise il Sommo Ohdel con una lancia e rimase al suo fianco, abbandonando gli uomini a loro stessi.

Avraham aveva tre compagni con cui aveva guidato l’assalto alla dimora di Ohdel: Nahel il saggio, Yakof il Giusto e Krechun il Valoroso. Furono loro a guidare gli uomini attraverso la Foresta e a fronteggiare la Belva faccia a faccia per consentire ai superstiti di tornare nel luogo dove Avraham aveva riunito tutte le genti.

In quel luogo, coloro che non erano stati considerati adatti a combattere, i deboli e gli inesperti, avevano fondato una città, Diss, dove cercavano di proseguire nelle attività che avevano appreso e che svolgevano nella Dimora di Dio. Parlarono tra loro, confrontarono i loro ricordi e cercarono di emulare quella conoscenza antica come meglio riuscirono; diedero forma a regole e scienze, diedero risposte a ciò che non comprendevano, si diedero un passato fatto di vicende semplici e di eventi incredibili e un futuro in cui avere uno scopo.

Quando videro gli altri uomini uscire dalla Foresta dopo molto tempo, si meravigliarono e li accolsero con gioia, poiché non serbavano più speranza nel loro ritorno.

Gli ultimi a giungere a Diss furono Nahel, Yakof e Krechun, erano malconci e in fin di vita per la lotta e le fatiche sostenute, ma nessuno negò loro il posto di comando, in quanto compagni di Avraham.

In accordo con i suoi due pari, Yakof aveva raccolto il Libro della Storia e lo aveva celato alla vista degli altri uomini per tutta la durata del viaggio di ritorno e grazie a esso era riuscito a proteggerli tutti dalla Belva il tempo necessario a uscire dalla Foresta.

Tornati a Diss, Yakof presentò il Libro all’attenzione di Nahel e di Krechun per decidere cosa farne. Nahel chiese chi volesse conservare il libro e raccontare la verità agli uomini, ma nessuno si espose. Chiese poi chi volesse distruggerlo e ancora una volta non vi fu alcuna risposta.

Fu deciso allora, in quel piccolo consesso, che nessuno avrebbe mai dovuto leggere le scritte vermiglie vergate sulle pagine del Libro della Storia e poiché non si potevano distruggere esse sarebbero state coperte, dal sangue, rosso come il succo del Frutto della verità inasprito dalla morte di Ohdel.

Fu Nahel a sacrificarsi. Lui e un gruppo di discepoli da lui scelti ed elevati al ruolo di custodi della Verità e protettori dell’umanità.

Ogni stilla del loro sangue servì per portare a termine l’opera e coprire le pagine più vergognose della storia dell’uomo. E Yakof e Krechun gli riservarono grandi lamentazioni e grandi onori e tumularono i loro cadaveri su altari di pietra bianca, come i loro corpi esangui, assieme al Libro della Storia.

Ma se il passato era stato coperto, rimaneva una grande minaccia per l’uomo nel presente e nel futuro. Gli uomini che avevano visto Avraham uccidere Ohdel serbavano in loro il ricordo del gesto che era stato compiuto, della distruzione di cui erano state capaci le loro mani, e lo avrebbero portato con loro per sempre, ogni loro passo sarebbe stato accompagnato dal timore di loro stessi.

Gli uomini erano tornati alle barbarie del tempo dei loro più antichi progenitori, in cui le loro vite erano riempite interamente dalla paura della Belva, ma senza la speranza di rivolgersi a qualcuno che ascoltasse le loro suppliche, qualcuno che loro stessi avevano ucciso: condannati alla disperazione più profonda.

Vedendo questo e vedendo gli uomini atterriti da ciò che erano in grado di fare, Yakof strinse un patto di sangue tra tutti i guerrieri superstiti della guerra contro Ohdel: nessuno avrebbe mai raccontato ciò che aveva fatto Avraham e di cui erano stati testimoni, pena la morte per mano dei suoi stessi fratelli.

Krechun, assieme a pochi altri, furono gli unici a rifiutarsi di versare il proprio sangue per stringere il patto; pensava che prima o poi, sopito l’orrore per quella guerra, qualcuno avrebbe chiesto cosa fosse accaduto e non avrebbe accettato il silenzio come risposta; e si rifiutava di tradire la memoria di Avraham, di cui erano stati fedeli compagni e che avevano eletto a loro guida perché lo ritenevano superiore; si fidava di lui e credeva che il suo ultimo gesto, anche se dettato in apparenza dalla follia, fosse stato un sacrificio per donare agli uomini la grandezza e che era ancora troppo presto per determinarne le reali conseguenze.

Krechun sosteneva che alle ferite dovesse essere dato il tempo di guarire, ma per Yakof, quello era il tempo che avrebbe impiegato l’uomo per distruggersi e che la cosa più importante era proteggere gli uomini da loro stessi.

Così, con grande dispiacere, Yakof bandì il compagno e gli altri che la pensavano come lui e proibì loro di avvicinarsi, da quel momento in avanti, alle comunità degli uomini.

L’indomani radunò ogni uomo, donna, anziano e bambino della città della città di Diss, e di fronte a tutti loro proferì la Grande Menzogna: disse che gli uomini erano stati sconfitti da Ohdel, che regnava imperioso su tutto dalla sua dimora. Disse che avevano fallito perché era un’impresa al di fuori delle loro capacità e che di questo dovevano fare tesoro. Avevano appreso la portata dei loro limiti ed erano stati graziati. C’erano cose che l’uomo non poteva e non doveva fare.

Le parole della Menzogna erano state pronunciate, ma affinché nessuno le mettesse in discussione, un patto non sarebbe stato sufficiente e neanche un ordine o una costrizione: le menzogne dovevano coprire ogni traccia di verità, ogni cosa.

Maya, la figlia di Yakof, unica tra le genti ad aver appreso l’arte della tessitura divina nella dimora di Ohdel, si offrì di tessere lei stessa il Velo Pietoso che avrebbe coperto la triste realtà, finché ce ne sarebbe stato bisogno.

Yakof decise che sarebbe divenuto il custode di sua figlia finché la sua opera non fosse stata portata a termine, condannandosi a un’eternità di rimorso.

Gli uomini presero il velo funebre di Nahel, intriso del sangue che aveva coperto la vergogna, e cominciò la tessitura del Velo Pietoso, proprio dalla negazione della verità.

Quello che Yakof non poteva sapere era che ritessendo il ricordo di quegli eventi avrebbe modificato anche ciò che riguardava il Libro della Storia, annullando di fatto – rendendo vano – il sacrificio di Nahel.

Come se quel sacrificio non fosse mai avvenuto, Nahel e i suoi discepoli tornarono a camminare per le strade di Diss.

Yakof era felice di non essere solo nel suo triste ruolo, ma il suo vecchio compagno gli appariva diverso, distante, alla ricerca di uno scopo, e temette che aver svuotato di significato il suo sacrificio, avesse svuotato anche lui.

Yakof allora guidò Nahel nel compito di stendere il Velo tessuto da Maya.

Ben presto Nahel divenne maestro in quest’arte e il compito era così imponente da richiedere che anche altri si convertissero alla sua causa: formò una setta di uomini dediti a servire la Grande Menzogna.

Con il passare del tempo il Velo coprì ogni cosa e il Gioco – così venne definito il concatenarsi di eventi scatenato dalla Grande Menzogna – venne considerata l’unica barriera tra l’uomo e il suo auto-annientamento. Le vite degli uomini diventarono brevi per disperdere la memoria nelle generazioni e nessuno ricordava più la verità.

I membri della setta, che dovevano essere semplici servitori dell’umanità – uomini che sacrificavano loro stessi per il compito più alto di proteggere i loro simili – ne divennero a poco a poco gli oscuri governatori.

Nessuno sapeva quale fosse il loro numero, quale fosse la loro organizzazione e quali scopi perseguissero in realtà. Si nascondevano agli altri e agivano in gran segreto, in assoluto silenzio, non parlavano tra di loro e non parlavano con nessuno, sussurravano sempre, ognuno per sé, a voce così bassa da essere incomprensibili; comunicavano solo per tramite di Nahel, il quale passava sempre più tempo in contemplazione di Maya e del suo incessante lavoro, allontanandosi solo per conferire con i suoi seguaci.

Confidandosi con Yakof, Nahel si diceva affascinato dall’opera della figlia, completamente dedita al suo compito, tesseva trama e ordito con una complessità tale da sfuggire persino al suo attento esame; i capelli di lei nel tessuto facevano del Velo una cosa viva per uomini vivi. Al punto che ormai Maya era la Menzogna e la Menzogna era Maya: erano la stessa cosa. Con rammarico ammetteva che gli uomini della setta erano solo in grado di stendere il capolavoro realizzato dalla ragazza, sulla cui creazione e sviluppo, però, non avevano alcun potere.

Yakof temeva che il tempo in cui Nahel sarebbe passato dalla contemplazione ai fatti, cercando di prendere il controllo di sua figlia, fosse breve, ma non riusciva a ravvisare in quell’uomo il compagno fedele che aveva sacrificato se stesso per concedere a tutti una seconda opportunità; così decise di scoprire la verità che era stata sepolta.

Si recò alla tomba di Nahel, ne distrusse i sigilli, la aprì e vi entrò per cercare di capire cosa fosse successo, nella morte, per far cambiare in quel modo il suo compagno, ma non la trovò vuota come si aspettava: sull’altare funebre c’era il corpo rinsecchito di Nahel, in posizione fetale, avvinghiato al Libro dalle pagine rosso cupo del sangue rappreso.

Non appena l’aria fresca penetrò nella tomba e sfiorò il cadavere, la salma si disfò e rimase solo lo scheletro, che in pochi istanti si ridusse in polvere.

Quello che camminava per il Mondo era solo il guscio esterno di Nahel: un uomo vuoto.

Inorridito, Yakof tornò a Diss e attese che Nahel si assentasse per conferire con i suoi. Allora recise i lunghi capelli di Maya all’altezza del telaio, ma la ragazza, separata dalla realtà da lei stessa creata, perse il senno e cominciò a urlare, richiamando l’attenzione degli uomini della setta, anche loro, ormai, uomini vuoti.

Capendo il pericolo per la figlia e per gli uomini, Yakof scappò portando Maya con sé. Gli Uomini Vuoti lo inseguirono, così scappò verso il Vess, il confine della Foresta, dove incontrò dei Selvaggi, più bestie che uomini, che volevano aggredirli. Riconobbe alcuni di loro come gli uomini che avevano lasciato Diss prima che cominciasse il Gioco, li chiamò per nome e loro si fermarono.

Si fece spazio tra i selvaggi Krechun, anche lui imbarbarito e quasi irriconoscibile. Disse a Yakof che doveva ucciderli, perché se li avesse fermati in quel punto, in quel momento, la Grande Menzogna avrebbe avuto fine, ma Yakof lo supplicò, in ricordo della loro antica amicizia, di risparmiare la figlia, che non aveva colpa alcune nelle decisioni che loro stessi avevano preso.

Krechun allora disse a Yakof di seguire il fiume e di trovare un luogo riparato e lo ammonì di tenersi lontano da tutto e da tutti, perché finché non si fosse avvicinato ad alcun uomo, i Selvaggi non li avrebbero cercati, ma se si fosse incontrato di nuovo con uno di loro, sarebbe stata la sua fine.

Detto ciò, Krechun diede loro le spalle per non vedere dove si sarebbero diretti e incitò i Selvaggi sotto la sua guida a combattere contro gli Uomini Vuoti: così ebbe inizio la loro guerra.

Le note di Yakof

I Selvaggi sono rimasti legati a una verità che si è fatta mito e nella loro ostinazione di rifiutare la Menzogna hanno rifiutato anche l’evoluzione.

I miti sono statici, devono essere eternamente veri, ma nei Selvaggi, questo ha portato alla perdita di parte delle loro caratteristiche umane, sostituite da tratti bestiali.

Sono schiavi della Verità come i Vuoti lo sono della Menzogna, e come loro hanno rinunciato alla loro umanità e, come loro, lo hanno fatto per paura.

Quanto vale una verità che distrugge anziché creare?

Sono rimasti vittime dell’idea assoluta di Verità (o di Verità assoluta), perché li spaventava la possibilità che a salvare l’uomo potesse essere stata una bugia.

L’unico vincitore in questa guerra è sempre stato solo uno: la paura, la Belva.

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