L’ora della scimmia – capitolo 17

Gira la manopola dell’acceleratore e si china sul manubrio. Una rapida occhiata alle sue spalle gli conferma che nessuno lo segue sulla strada di periferia. Quando torna a guardare avanti, la luce lampeggiante si è fissata su un rosso acceso oltre il vetro sporco.

Lolo dà di gas: il passaggio a livello si avvicina velocemente, ma non abbastanza.

“Merda!”

Ha fatto male i suoi conti, se ne rende conto all’ultimo: non riuscirà a passare in corsa sotto le sbarre mentre si abbassano.

Si aggrappa ai freni con forza e riesce a fermare la moto in derapata inchiodando un tallone a terra.

Attraverserà i binari portando la moto a mano, il treno è ancora lontano: ce la può fare.

Ce la farebbe, se la moto non si spegnesse.

“A secco…”

Era già da qualche chilometro che l’indicatore del serbatoio aveva la lancetta in fondo, solo aveva preferito ignorarlo.

Prova a rimettere in moto. Ancora. Due, tre volte. Il treno sfreccia a un passo dal suo volto.

Il colpo d’aria spinta è come uno schiaffo e ottiene lo stesso effetto: un piccolo cortocircuito nel corso di un attacco di panico, che lo fa tornare a ragionare con lucidità.

“La moto è a secco e il primo benzinaio chissà dove lo trovo. E pure se lo trovo, che faccio, torno qui?”

Guarda di nuovo la strada da cui è venuto. Lo sguardo si perde in uno squallido paesaggio di borgata campagnola. Non c’è nessuno a parte lui. un brivido gli corre comunque lungo la spina dorsale.

“Meglio continuare a piedi”.

Anziché proseguire sulla via battuta, passa sotto la prima sbarra e si incammina lungo i binari, nella stessa direzione del treno.

Nelle lunghe ore della sua marcia serrata, torna diverse volte a guardarsi indietro. La sensazione di essere osservato, seguito, braccato, lo abbandona passo dopo passo, dopo averlo accompagnato per tutta la sua precipitosa fuga nella Foresta. La paura no.

La paura di ciò che avrebbe potuto nascondersi in agguato nelle ombre della vegetazione è ancora lì e lo pungola dietro la nuca finché non ha in vista gli edifici di servizio della grande Stazione Centrale. Ai margini della Capitale, comunque nel tessuto urbano, nella civiltà costruita fuori dalla Foresta. selvaggia.

Scavalca una banchina all’imbocca della stazione e la percorre senza una meta specifica; ha solo l’urgenza di raggiungere delle persone, di non essere più solo e disperso.

Comincia a percepire attorno a lui la presenza occasionale, ma concreta di altri uomini – uomini pieni – e il bisogno immediato è soddisfatto, riscopre così il proprio corpo in tutta la sua fragilità: le membra sfinite, la gola secca, incrostata di polvere, le labbra screpolate, lo stomaco stretto in una morsa.

Il fastidio della fame è tollerabile, la fame, invece, si accanisce feroce.

“Che sto facendo?”

Se lo chiede mentre cerca di ridare una forma a una bottiglia di plastica accartocciata che ha raccolto da terra. Si attacca a quel simbolo superfluo per riacquisire un po’ di normalità. Non mette la testa direttamente sotto il getto della fontanella, come gli direbbe l’istinto, riempie invece la bottiglia, fino all’orlo, cercando di non farla traboccare, fa una lunga sorsata e si rovescia il resto sui capelli.

Dopo aver riempito ancora la bottiglia, si siede su una panchina di pietra quasi alla fine del binario e ne beve metà a piccoli sorsi.

Cerca di non pensare a niente, per non dover ripercorrere gli ultimi eventi: Si concentra sulla plastica, attraverso la trasparenza verdastra nota un fenomeno anomalo. L’acqua all’interno oscilla, scossa da un piccolo moto ondoso. Le mani. Gli tremano le mani.

Lascia cadere la bottiglia e le infila nelle tasche dei pantaloni per dissimulare la sua agitazione.

Potrebbe sembrare un drogato in crisi di astinenza. Se solo qualcuno si curasse di lui; invece si guarda attorno da sotto la tesa del cappuccio e si accorge che nessuno gli presta attenzione. Neanche gli occupanti della panchina appresso. Forse fingono, per non troppo nell’occhio a loro volta; più probabilmente sono così concentrati su loro stessi da non vederlo neanche.

Come non vedono il tizio che li sta derubando.

Un uomo di età indefinita, fra i 30 e 50 anni, con i capelli corti e spettinati, tra il biondo e il castano, gli occhi sfuggenti che si muovono con un’indifferenza spezzata da barlumi di timore; vestito male, come chi si sia trovato all’improvviso, pochi giorni prima, privo di casa, a dover vivere per strada. Le sue movenze, invece, raccontano di una lunga esperienza di vita difficile e fatta di espedienti.

Con disinvoltura, l’uomo passa dietro le spalle della coppia seduta sulla panchina, probabilmente turisti, scosta con due dita i libri di una borsa da signora posata tra di loro e infila la mano per estrarne un cartoncino rettangolare allungato, si direbbe un segnalibro, piuttosto appariscente e pacchiano.

Lolo si scopre ad ammirare la scaltrezza del borseggiatore, ma decide che non gli interessa la sua sorte, né quella delle sue vittime – che, per altro, gli sembrano abbastanza facoltose da non dover temere un piccolo furto.

“Ora dove devo andare?” si chiede fissando il pavimento grigio.

La serie di domande a cui non sa dare risposta comincia a dargli il senso di una fuga priva di scopo. D’improvviso si accorge che la punta di un paio di vecchie scarpe marroni rompe la monotonia delle mattonelle pietrose. Sono le scarpe del borseggiatore che, senza curarsi di lui, sta sfilando dalla tasca della sua felpa uno spesso foglio di carta arrotolato e spiegazzato.

“Le pagine del libro di Yakof” si ricorda in quel momento.

«Ehi! Che cazzo fai?» grida.

Prova ad afferrare i fogli, ma l’uomo, con uno scatto di sorpresa, ritira il braccio prima che vi riesca e lo guarda stupito, quasi sconvolto.

«Quella roba è mia!» insite Lolo alzandosi in piedi.

«Tu mi vedi?» chiede dell’uomo sgranando gli occhi.

Non attende la risposta prima di fuggire via. Scappa fuori dal binario, dentro la stazione, nella piazza coperta; sul cui cielo finto si accendono luci a illuminare il continuo andirivieni della massa in movimento.

Lolo si infrange contro quella marea umana che sembra non avere né forma, né fine, solo moto. Intravede il ladro, dietro un cappello, oltre una valigia, in mezzo ai pendolari, avanza seguendo un percorso tra i varchi che Lolo non riesce a intercettare, così è costretto a scorrere lungo il confine della corrente mutevole della folla e ogni volta che prova a forzarla e ad attraversarla si accorge di essere sempre controcorrente e viene inesorabilmente respinto dai corpi indaffarati e diretti chissà dove.

Perde di vista il borseggiatore, poi lo intravede tra le persone – non si è allontanato molto – scompare di nuovo, Lolo lo cerca e lo trova a un binario di distanza. Li separano due file di rotaie e l’uomo si fa scudo con lo spigolo di una colonna, lo osserva con espressione indecifrabile, qualcosa che somiglia a curiosità.

“Adesso!”

Lolo salta giù dalla banchina incurante del treno in arrivo. Pochi slanci per vincere un testa a testa fatale. Il treno rallenta. La scimmia salta più in alto. Lo stridio di freni in azione su una massa titanica, il battito fermo di piedi deformi su traversine di cemento, la rincorsa per un ultimo sforzo.

L’uomo tira indietro la testa e si copre gli occhi con un braccio; stampata dietro le palpebre, l’immagine del ragazzo proiettato a mezz’aria riflessa sul vetro della cabina di pilotaggio del treno.

Al posto dello schianto, un piccolo tonfo; al posto delle grida di orrore della folla, solo una parola.

«Preso!»

Lolo afferra il polso dell’uomo e gli abbassa il braccio con cui si proteggeva la faccia.

«Hai finito di scappare!»

Il tono, così come l’espressione, sono di soddisfazione quasi maligna; uno sfogo per lo scampato pericolo a cui l’uomo reagisce con uno sguardo di distaccata incredulità, come se stesse osservando la stessa scena accadere qualcun altro.

«Mi chiamo Nic» dice con un filo di voce.

“Nic…” pensa Lolo.

Forse ha capito male, nei rumori della stazione forse non ha sentito bene, forse l’uomo non ha detto proprio niente. E niente è quello che gli viene in mente. Quello che quasi certamente è un diminutivo, Nic, nella lingua dei nomadi significa “niente”.

«Scusa se sono scappato – prosegue Nic – Pensavo fossi L’assassino».

«Quello che è successo… è un equivoco» rispondere Lolo.

“Perché mi sto giustificando con un ladro?” pensa subito dopo.

Ma Nic, che non sembra dare alcun peso alle sue parole, ignora la risposta e se ne dà una da solo.

«No, non sei l’assassino, ho già visto la tua faccia».

«Tu invece sei un ladro e non ti ho mai incontrato prima».

«Come no? Ti ho preso questa».

Nic sventola la vecchia pagina vicino alla faccia.

«Appunto, ridammela».

«Dove ti ho visto? Tu lo sai?»

«Da nessuna parte! Me ne ricorderei».

«Non credo, il ricordo di noi svanisce e noi non siamo mai esistiti».

«Come ti pare, ma adesso molla la mia roba!»

«I non-visti. Ti osservano».

Lolo fa scorrere lo sguardo sul piazzale della stazione, sulle terrazze sopraelevate, sulle gallerie dei negozi: qualcuno lo osserva.

Rientra nel campo d’azione di centinaia di occhi distratti senza suscitare una reazione cosciente, senza produrre un ricordo, senza essere visto. Solo alcuni visi sono rivolti verso di lui, punti fermi nel fiume tumultuoso di persone di passaggio che scivola loro addosso e scorre gli scorre attorno, come se nella geometria sociale delle relazioni lo spazio che occupano non fosse parte dell’equazione di moto e di velocità.

Lo osservano, uomini e donne dall’aspetto e dall’abbigliamento molto diversi, tutti accomunati dall’aria di chi si è perso e sopravvive senza essere riuscito a ritrovarsi.

Lolo guardare di nuovo Nic e gli mette il palmo aperto davanti alla faccia.

«Ridammi quei fogli!» dice in modo frettoloso.

Ma Nic continua a parlare incurante della sua intimazione.

«Ci sono dei luoghi che non sono luoghi, dove le persone transitano, ma non abitano; dove tutto è presente allo stesso tempo, ma non si contamina; dove gli individui si incrociano ma non si incontrano; ripetizioni infinite di moduli destinate a modelli di umanità senza distinzioni».

«Non te l’ho chiesto. I fogli!»

«Noi siamo il popolo di quei non-luoghi».

«Mi prendi in giro?»

Nic torna a guardarlo abbozzando un sorriso forzato.

«Ti sembra che ti stia prendendo in giro?»

«Sì, e non mi hai mai visto prima, stai solo cercando di fregarmi».

«Ti ho già fregato» dice agitando di nuovo le vecchie pagine.

Lolo scatta in avanti per afferrarle e si trova a fissare l’anonimo via vai dei pendolari: Nic non c’è più.

«Ma cosa…?» si lascia sfuggire a voce alta.

«Ti ho visto nel racconto».

Nic è alle sue spalle e Lolo interviene nel suo discorso delirante prima che sparisca ancora.

«Ascoltami, voglio solo quel pezzo di carta».

«E io volevo solo un po’ di tempo».

«Non mi sembri molto occupato».

«Il tuo tempo perso».

«Ma che stai dicendo?»

«Perdi un sacco di tempo: dubbi, attese, timori, riflessioni. Tutti perdono tempo, una marea di tempo perso. Noi ci accontentiamo di poche gocce. Poche gocce di tempo e un ricordo».

«Va bene, cosa vuoi, soldi? Caschi male, posso al massimo offrirti un caffè».

«Poco tempo e un ricordo».

«Parli sul serio? Vuoi un ricordo?»

Nic annuisce e Lolo fa lo stesso di rimando, poi tira fuori la chiave che ha appesa al collo e se la sfila.

«Sto scappando, anzi, sto cercando di dimenticare, ho solo questo».

«Ti sbagli, ora hai questo».

Nic prende la chiave che Lolo gli porge e gli restituisce il foglio spiegazzato.

«Sembra un ricordo di molto tempo fa» dice Nic.

«Non lo so».

«Dovresti deciderti, non hai più tempo».

Fa cenno con la testa verso due guardie giurate del centro commerciale, che indicano verso di loro e si mettono a correre.

«Il tempo fa sfumare i ricordi e le persone; i giorni si perdono in un istante e pochi attimi durano ore. E a volte finisce».

«Hai visto che cosa hai fatto? Se mi avessi dato subito la pagina…»

«Vedo solo quello che fanno gli altri; quasi nessuno vede quello che faccio io, ma tu sì».

«Stanno venendo a prenderci».

«Non vengono a prendere me, non si sono neanche accorti che sono qui».

«Allora…?»

«Vengono per te, sei un pazzo che parla da solo».

Le guardie si fanno largo tra la folla nella sua direzione e Lolo, d’improvviso, sa di essere solo: Nic non c’è più.

Spingendo i passanti, Lolo riesce a forzare il passaggio e a fuggire dai suoi inseguitori, fuori dalla stazione, senza allontanarsi troppo, in una fermata sotterranea della metropolitana, finalmente, si siede, vicino a due barboni e alle loro cose, come se lì fosse al sicuro, al ripara da occhi indagatori, incapaci di incrociare veramente lo sguardo di chi li osserva dal basso verso l’alto.

Nascosto nel livello di esistenza degli ultimi, Lolo aspetta senza sapere cosa, finché la curiosità non ha la meglio e inizia a leggere quel paio di pagine, unico esito delle ultime assurde vicende che ha vissuto.

Non riesce a staccare gli occhi dalle scritte, ma percepisce che l’ambiente intorno a lui è in qualche modo diverso, la luce genera ombre che non vede e può sentire sulla pelle; le parole che legge risuonano nella sua mente con la voce cavernosa di una presenza imponente, che recita a memoria una sapienza antica vissuta in prima persona.

L’eco delle ultime parole corre negli strati subliminali della percezione.

“Vieni. Ricorda”.

Parole riservate solo a lui, di cui Lolo non trova traccia nel testo appena letto.

Risale in superficie e ritorna nella stazione; dopo aver scorso le scritte gialle che si rincorrono sui tabelloni luminosi, si dirige verso un binario secondario da cui sta per partire un trenino locale.

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