Unghie sulla lavagna

Ispirazioni, immagini confuse
– come distruggono, creano –
si avvicendano tra loro,

dono senz’appello delle muse,
figlie di sogno e schiuma d’oceano,
recitano canti che io ignoro.

Un pezzo di gesso in mano
davanti a una lavagna.
Mi parlano da bambino.

Mi parlano da anziano,
da lì, dal mare che bagna
la cresta dove giaccio supino.

In attesa che il burrone
si sfaldi all’ultima onda
e la speranza abiuri.

In attesa che la ragione
si desti e risponda
scacciando sogni immaturi.

Adagio, la memoria torna
– l’insopportabile stridio
di unghie sull’ardesia –

totale, spoglia e adorna,
come l’atteso addio
di onde contro la falesia.

Non c’è dirupo, non c’è scuola,
mi perdo e ti ritrovo
nel ripetersi di questa scena:

non ci sono io, ci sei tu sola,
dal mai al sempre, di nuovo.
Ghiaccio sulla schiena.

Ricordo il presente odierno.
Ricordo il tuo sussurro.
Ciò che era confuso, è chiaro,

distinto nel fluire eterno.
In un occhio verdeazzurro
ho trovato il mio riparo

dall’incostante riflusso
del tempo: frammento infinito
che moltiplica i gesti.

Solo ora vengo escusso
e rispondo al tuo quesito:
“tutto passa, tu resti”.

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