L’ora della scimmia – capitolo 16

«Arriveranno dal fiume» dice Yakof.

Lolo lo segue lungo il sentiero ombroso che esce dalla fattoria, tenendo in mano due secchi.

«Come fai a esserne sicuro?» chiede.

«Seguiranno il tuo stesso identico percorso – sistema meglio sulla spalla la cinghia del borsone – Ricorda, li hai condotti tu qui».

«Me lo ricordo… mi sembra comunque improbabile che arrivino a nuoto”.

«Come ti sembra ti sembra arriveranno dal fiume. La mia fattoria è circondata dalla Foresta: da lì non passeranno».

«Perché, hanno paura di sporcarsi?»

Sorride pensando di aver trovato la falla nella teoria dell’altro.

«Hanno paura della Belva. E la paura può uccidere».

Lolo non trova traccia di dubbio nella voce dell’uomo. Mentre cerca le parole per chiedere spiegazioni senza sembrare stupido, il sottobosco si apre all’insenatura, infuocata dal rosso dell’alba. Yakof indica un punto al limite del greto ghiaioso.

«Arriveranno lì, esattamente come hai fatto tu».

«Sai anche tra quanto?»

«Verranno con il buio; abbiamo tutto il tempo per prepararci».

Lolo alza i secchi che trasporta con aria poco convinta.

«Sì, con del cibo per pesci».

«Pastura. Non cibo. Bisogna pasturare per tempo, in modo da attirare i pesci dove li si vuole portare – posa in terra il borsone e allunga una mano verso di lui – Dammi un secchio e fai quello che faccio io».

Yakof entra nel fiume fino alla vita e prende grosse manciate di pastura che poi sbriciola sul pelo dell’acqua.

«Sinceramente non ho capito» dice Lolo dopo qualche minuto passato a imitarlo.

«Cosa?» chiede l’uomo.

«Perché stiamo dando da mangiare ai pesci? Cioè, ti giuro, mi sto sforzando per credere a quello che mi dici, anche se, ammettilo, è tutto molto simbolico, e io fino a ieri riparavo motori per passare le giornate; lo faccio perché sento che nelle tue stramberie c’è qualcosa per me, anche se non me lo vuoi dire, ma, insomma, che cavolo ci facciamo immersi fino all’ombelico a parte gelarci le palle? Stai cercando di insegnarmi l’umiltà facendomi spargere palline di pane e bigattini? Non capisco, ecco».

«Ahah. E capelli».

«Eh?»

«Pane, bigattini e capelli. La tua umiltà non c’entra niente, per quella è stato più utile il fucile. Nella pastura ho mischiato dei nodi fatti con i capelli di Maya. Lei è il loro bersaglio, ma il legame è reciproco».

«Oh, ora sì che tutto ha un senso. Io continuo a non capirlo, ma almeno ce l’ha. Credo…»

«Finisci il secchio e poi raggiungimi».

Così dicendo, Yakof esce dall’acqua e di mette ad armeggiare con il borsone sulla ghiaia. In fretta e furia, Lolo, finisce di seminare la pastura e si avvicina, incuriosito dal contenuto, su cui non ha osato fare domande prima.

L’uomo ha disteso in terra una tela cerata e vi sta sistemando sopra con cura dei cilindri di cartone scuro.

«Dinamite…» mormora Lolo.

«Già, da preparare accuratamente».

«Non ho idea di come si faccia, non ho mai maneggiato esplosivi».

«Non è necessario».

Yakof sorride, gli porge una grossa mazzetta dalla testa rettangolare e tiene per sé una spranga di ferro appuntita a un’estremità.

«Tu devi solo imparare l’umiltà».

La lezione è semplice: Yakof regge la spranga con la punta nel terreno e Lolo la martella in cima fino a piantarla per la misura di un avambraccio, poi le dà qualche colpo laterale per disincastrarla e facilitarne l’estrazione, così poter rifare la stessa cosa a un passo di distanza.

Dopo un paio d’ore il ragazzo non sente più le braccia; hanno preparato due file curve e parallele a pochi metri dalla riva ed è piuttosto soddisfatto, così si siede a terra con un sonoro sospiro.

«Riposati un po’ – gli dice Yakof – Io finisco di preparare la sorpresa, poi pensiamo anche alla Foresta».

Lolo lo guarda mettere un candelotto in ogni buco e poi collegarlo con del filo elettrico al successivo e deve ammettere con se stesso che i sentimenti che prova sono un mix di contrasti potenzialmente pericoloso. Non può non pensare che quell’uomo sia impazzito, per qualche tara mentale o per il troppo isolamento, non lo sa. Non riesce a non farlo perché quello è lo schema di pensiero a cui è sempre stato educato, almeno da quando Bato lo ha accolto tra gli zingari. Lo stesso schema che fa di lui un poco di buono e un traditore. Forse è per quello che gli dà retta: lo schema proposto da Yakof è differente, non ammette convenzioni sociali e impone di scavare a fondo nella realtà. Una realtà che – deve ammettere anche questo – quel pazzo si è creato a suo uso e consumo. Quella che consente di tenere segregata una ragazza e farlo passare per un gesto umanitario e necessario. La stessa in cui un uomo pretende di aver visto Dio morire. Probabilmente l’unica in cui lui può ancora sperare di essere qualcosa di diverso da ciò che è: un poco di buono e un traditore.

«Adesso colleghi tutto a un detonatore? – chiede all’uomo dopo che ha terminato di coprire con la ghiaia il suo lavoro – Uno di quegli attrezzi che somiglia a una pompa per biciclette, hai presente? Come nei cartoni animati».

Yakof si gira mostrando un piccolo telecomando che ha in mano.

«Mi sono disinteressato alle vicende del mondo per molto tempo – risponde – ma fino a un innesco elettronico ci arrivo».

Lolo sorride e si alza.

«Ascolta – dice – pensavo che potremmo fare delle buche; per rallentarli, intendo…»

«Gli Uomini Vuoti si chiamano così perché è ciò che sono: vuoti; poco più che sacchi di pelle».

Alle parole di Yakof, Lolo rivive il momento in cui il braccio dell’uomo che lo ha aggredito nei campi ha ceduto sotto la sua stretta.

«Sono leggeri, non cadrebbero facilmente in delle buche nel terreno. Se vogliamo rallentarli dobbiamo pensare a delle reti. Ho visto che te la cavi bene nelle arrampicate, aiutami a montare le trappole sugli alberi».

E così dicendo raccoglie il borsone, se lo mette in spalla e rovista al suo interno.

«Perché vuoi catturarli?» chiede Lolo.

Yakof tira fuori dal borsone una pistola reggendola per la canna e gliela porge.

«Non voglio catturarli».

***

Esattamente come ha detto Yakof, i Vuoti arrivano dal fiume, emergono dalla corrente placida vomitando acqua. Sono bianchi, nudi, nella luce del giorno morente appaiono come fantasmi imprigionati dentro crisalidi. Sono decine e continuano a emergere.

Lolo li osserva nascosto oltre la primissima boscaglia e li vede venir circondati da un movimento subacqueo turbolento, il fiume ribolle attorno a loro per l’azione dei grossi pesci riuniti in un tumulto affamato e incontrollabile; bocche, squame, pinne e occhi inespressivi si accaniscono contro le figure pallide con l’unico intento di divorarli; molti vengono trascinati sott’acqua dall’impeto della massa, altri vengono ridotti a brandelli mentre ancora si stanno dimenando, altri ancora riescono a mettere piede sulla riva nonostante le lacerazioni, solo il tempo di dissolversi in brandelli nebbiosi.

Quelli che escono intatti dal fiume e avanzano verso il margine del bosco sono comunque una moltitudine.

Quando il grosso dei Vuoti è a metà dell’insenatura, le cariche predisposte saltano all’unisono e tutti coloro che si trovano in mezzo tra le due file di dinamite vengono investiti dalle esplosioni congiunte e fatti a pezzi, sottili pezzi di pelle che si polverizzano in pochi istanti. Quelli che non sono coinvolti direttamente nell’esplosione vengono scaraventati lontano dallo spostamento d’aria per poi sbriciolarsi a causa dei danni riportati.

Quando dal muro di polvere sbucano i superstiti e avanzano silenziosi verso la Foresta, Yakof e Lolo si ritirano più in profondità nella vegetazione, fanno brevi soste solo per controllare che le reti nascoste tra l’erba alta scattino appresso ai meccanismi e ai contrappesi nascosti sugli alberi al passaggio dei nemici.

Alcuni Vuoti allargano il fronte della loro avanzata evitando in parte le trappole, al pari di altri che seguono i passi dei loro compagni già avviluppati dentro le reti appese. Non perdono tempo a liberarsi, vanno avanti verso l’obiettivo curandosi solo della loro missione.

«Tieni d’occhio quelli che sfuggono – dice Yakof imbracciando il fucile e adocchiando la pistola alla cintura di Lolo – E non farli proseguire».

«Tu dove vai?” chiede il ragazzo.

«Vado a recuperare quelli».

Indica un gruppo di sagome biancastre che si allontana alla loro destra, gli fa un cenno con la testa e parte all’inseguimento.

È la prima volta che Lolo usa una pistola e scopre che non gli piace affatto. La sensazione che prova impugnandola è di freddo, quando la usa – la usa davvero, preme il grilletto – la forza della detonazione interna gli intorpidisce le dita e diffonde una vibrazione aggressiva nelle ossa del braccio fino alla cassa toracica.

È la prima volta e rischia di essere l’ultima: il potente rinculo vanifica l’attenzione con cui ha mirato all’Uomo Vuoto che gli corre incontro minacciandolo con le dita adunche e appuntite. Lo colpisce comunque a un fianco, solo che il proiettile lo attraversa come attraverserebbe un lenzuolo steso ad asciugare e non lo rallenta nemmeno. Quando esplode il secondo colpo gli è quasi addosso, il proiettile distrugge il naso per poi uscire dalla nuca, lo spostamento d’aria fa il resto: dal buco in mezzo alla faccia si allarga una ragnatela di crepe che sbriciola la testa e poi prosegue la sua corsa sgretolando tutto il corpo.

“C’è mancato poco” pensa Lollo.

Con il cuore che batte a mille nelle orecchie non si accorge di un altro pallido aggressore che gli arriva alle spalle, l’abbraccia al corpo e gli pianta le unghie coniche nel petto. Il dolore dei graffi dà a Lolo la scarica di adrenalina necessaria a liberarsi; strattonando con forza un braccio esangue colpisce il Vuoto con la canna della pistola e riesce ad allontanarlo – sebbene sia come colpire la gomma – quel tanto che basta per scaricargli addosso la pistola. Le ferite a bruciapelo procurano abbastanza danni da innescare il processo di disgregazione. ma Lolo resta disarmato ad affrontare l’assalto di un altro avversario. Fa in tempo a raccogliere un ramo da terra, corto e appuntito, ma il Vuoto gli è addosso e lo spinge indietro con una forza inaspettata per un essere così leggero. Finiscono entrambe al suolo, la creatura lo sovrasta e lo graffia sul volto e sul corpo; stretto nella presa di ferro delle gambe dell’altro Lolo si dimena per liberare il paletto e lo ficca con decisione nella gola bianca e poi tira verso il basso. La pelle spessa si separa al passaggio del legno con un rumore di tela strappata.

L’Uomo Vuoto si alza di scatto emettendo un urlo stridulo che graffia e timpani come unghie sulla lavagna, barcolla sulle gambe mentre porta le mani allo squarcio slabbrato aperto fino all’inguine e Lolo osserva con orrore la prova di quello che già sa. L’Uomo Vuoto presta fede al suo nome: dentro non ha nulla; la stessa sostanza gommosa e opaca che gli dà forma umana all’esterno è tutto ciò che mostra all’interno, la guaina lattiginosa – la pelle – è tutto ciò che ha, è tutto ciò che fino a un attimo prima di sfaldarsi di fronte al ragazzo. Lolo fissa il punto dove c’era la creatura e ora c’è solo la foresta e corre via

Raggiunge Yakof nel momento in cui spara in testa ad uno dei Vuoti appesa dentro una rete. L’uomo lo scruta e si sofferma sulle ferite senza commentare.

«Ce l’abbiamo fatta?» chiede Lolo.

«Così pare” è la risposta sospettosa.

«Non ti vedo convinto».

«Non lo sono; è stato troppo facile. Sembravano allo sbando – lo sguardo è illuminato da un’improvvisa consapevolezza – Nahel non era tra loro…»

«Chi è Nahel?»

La domanda viene congelata da un urlo straziante proveniente dalla fattoria.

«Maya!»

Yakof grida il nome della figlia e comincia a correre. Lolo lo segue fino all’imbocco dell’aia, dove vedono gli Uomini Vuoti uscire dalla foresta come uno sciame di insetti e dirigersi verso il capannone.

«No! – dice l’uomo sgomento – La Belva avrebbe dovuto fermarli».

«I Vuoti non temono più la Belva: la menzogna soggiogato la paura».

Lolo sussurra quelle parole con la stessa angoscia del suo compagno, senza capirne il significato e senza sapere da dove gli arrivano, come il verso di una poesia imparata a memoria da bambino che torna inconsapevolmente alla memoria.

Il volto di Yakof è la maschera della sconfitta. Annuisce a quelle parole e si volta a guardare il capannone imbracciando con decisione il fucile.

«Recupera il libro» gli dice.

Lolo sa di quale libro si tratta, non ha dubbi.

«C’è una moto nella legnaia, prendila e taglia per la foresta. Qualunque cosa accada, qualunque cosa tu senta non fermarti».

Non gli dà modo di replicare, appena finito di parlare Lolo può solo guardarlo dirigersi verso il capannone e non pensa mai di disobbedirgli.

Corre dentro casa, va diretto nel salotto, il camino, la mensola, il libro, lo afferra, gli cade. Il tomo sbatte su uno spigolo rinforzato della brossura e per poco la rilegatura non si sfalda. Le pagine rimangono unite dalla vecchia cucitura; tutte a parte il foglio doppio de “la Grande Menzogna”.

La fretta che sente è dettata dalla paura, quindi non perde tempo a reinserire il fascicolo nel posto corretto, se lo infila in tasca cercando di non stropicciarlo troppo, e si stringe il libro sotto il braccio.

Mentre sta per uscire dalla stanza, dalla porta d’ingresso entrano dei Vuoti; almeno tre, ma ne intravede altri dietro le loro spalle. Gli occhi opachi si fissano su di lui: lo stavano evidentemente cercando.

“Devo scappare”

Se la strada è chiusa, apritene un’altra. Recita un detto dei Nomadi.

“La finestra!”

Copre di corsa la lunghezza della sala e si butta con la testa china e il libro stretto al petto. Il vetro robusto cede all’impatto, non senza lasciare i suoi morsi su Lolo. Anche l’atterraggio è piuttosto duro ma i Vuoti sciamano attorno e non può fermarsi, neanche per riprendere fiato.

Attraversa l’orto correndo abbassato, ignora le figure che si muovono attorno e fissa l’obiettivo sulla legnaia. Deve solo raggiungerla e scappare; è più della vaga speranza di uscire da una situazione disperata, è una concreta possibilità.

Proprio quando sembra ormai raggiunta e la moto, una vecchia moto da cross è a pochi passi, da dietro le cataste di legno esce un uomo vestito elegante, con un cappotto lungo, il cappello a tesa larga, dei guanti di pelle e gli occhiali scuri, che in mano stringe il pomello di un bastone da passeggio. Lo stesso uomo incontrato nel vicolo.

Lolo non pensa alla stranezza dell’evento; ciò che conta è solo sopravvivere al pericolo che lo minaccia.

Scappa! – grida – Stanno arrivando i Vuoti».

Lo dice senza convinzione e quello che esce è la battuta di un film mal recitato, perché riconosce il pallore che caratterizza il volto dell’uomo, così come l’inquietante sorriso.

«Lo so» è la risposta serafica.

“È uno di loro” pensa Lolo.

Lo sconosciuto prende un fazzoletto bianco da una tasca del soprabito, mentre Lolo ruota gli occhi da una parte all’altra per monitorare la situazione intorno, si sfila gli occhiali, ne pulisce le lenti mostrando gli occhi opachi, l’iride appena visibile.

«Eheh, la tua faccia vale senz’altro tutta questa fatica».

Rinforca gli occhiali sul naso e poggia le mani sulla sfera ottonata in cima al bastone.

«Perdonami, mi piace fare scherzi, ma ti assicuro che ora sono molto serio. Sei stato bravo; la tua natura non poteva che condurti qui. In questo ti sei rivelato molto utile alla nostra causa, quindi non c’è alcun bisogno che qualcuno si faccia male».

Il grido di Yakof in lontananza interrompe il discorso e l’uomo si lascia sfuggire un’espressione di disappunto camuffata con un colpo di tosse.

«Ehm, sì… parlavo di noi due comunque. Di te, in particolare. Vieni con me, saresti un’interessante novità».

«Tu chi sei?» chiede Lolo rimanendo in allerta.

«Hai ragione, mi aspetto sempre che gli altri ne sappiano troppo; in realtà nessuno vuole davvero sapere. Eheh. Comunque mi chiamo Nahel».

«Nahel. Sei tu che guidi gli Uomini Vuoti?»

«È la piccola congrega che ho l’onore di presiedere. Immagino che Yakof ti abbia parlato dei Vuoti cattivi e dei loro piani criminosi».

La mano di Lolo va distinto alla tasca della felpa, mentre la mente torna al fascicolo che vi ha messo poco prima.

«La Grande Menzogna…» dice.

«Messa così sembra una brutta cosa – prosegue Nahel con tono stizzito – Io preferisco definire la nostra attività “il Gioco”. Un gioco in cui vincono tutti».

«Ma Yakof…»

«Mmm… No, in effetti lui ha perso».

«Lo avete ammazzato!»

«I figli devono uccidere i padri – dice con un sospiro – Metaforicamente di solito… Comunque è la condizione necessaria affinché possano conquistare l’autonomia che spetta loro».

Lolo lo guarda con sospetto, non capisce se stia mentendo o meno.

«Yakof non te l’ha detto, vero? No, è facile parlare male degli altri, più difficile è essere onesti sul proprio conto. Il grande uomo che hai conosciuto è il padre di tutti noi. Padre spirituale intendo. Ha ideato lui il Gioco».

«Siete degli assassini!»

«Lo dici tu a me? A quanto pare Yakof ha omesso qualche dettaglio anche sul tuo conto. Ti ha detto chi sei?»

«Ha detto che sono un selvaggio».

«E ha detto bene. Come mai allora non ti basta? Tu vuoi sapere perché hai quell’aspetto. Perché ti senti sempre fuori luogo – alza la voce – Vuoi sapere perché se qualcuno ti sta vicino poi si fa male!»

«Non voglio ascoltarti!»

«Perché Maya è stata crudele con te: nella sua follia ti ha posto fuori dal Gioco, e fuori dal Gioco un uomo non è più un uomo: è solo una bestia. E questo sei. Vogliono vederti umano, tu vuoi credere di esserlo, ma non lo sei, sei solo un animale, una lurida scimmia. Ti affanni, come una persona normale, alla ricerca di un senso per la tua esistenza e ti ripeti che un giorno verrà il tuo momento, la tua ora, ma nell’era degli uomini vuoti non verrà mai l’ora della scimmia!»

«Basta!»

«Adesso devo capire se con te ho perso tempo o se hai compreso che fuori dal Gioco non c’è futuro, per te come per chiunque altro, perché anche se ti ostini a crederlo, non sarai mai un uomo. Unisciti a noi!»

Lolo si guarda indietro: stanno arrivando dei Vuoti. Senza preavviso si gira e scatta verso la moto. Non vede neanche muoversi Nahel, semplicemente se lo trova davanti con il bastone alzato e il pomello lo colpisce in pieno viso.

Riceve botte violente in varie parti del corpo e capisce da dove arrivano solo quando vede Nahel spostarsi per attaccarlo da un’altra posizione. Non è pronto e anche lo fosse dubita che sarebbe abbastanza veloce da contrattaccare o anche solo difendersi: può solo subire fino a che l’Uomo Vuoto non deciderà che sia abbastanza o, più probabilmente, fino a che sarà morto.

Non si aspetta altro, così la sorpresa è ancora maggiore quando l’ultimo colpo non arriva, sostituito da una folata di vento e da una macchia biancastra che investe Nahel e lo strappa via da lui.

Con gli occhi velati del suo stesso sangue, Lolo distingue a malapena la scena che si svolge ad alta velocità: un altro Vuoto ha attaccato Nahel e sta ingaggiando con lui una lotta furibonda.

La sagoma dell’aggressore è esile e sinuosa, le curve anatomiche sono quelle di una donna, una ragazza dai capelli lunghi, neri e lucidi. Combatte contro Nahel per contendersi un premio, per guadagnarsi la priorità sulla preda. Quando si accorge che Lolo si sta muovendo, lascia l’Uomo Vuoto stordito a terra e si gira verso di lui pronta a saltargli addosso; piegata sulle gambe, le braccia allargate per dare la massima portata agli artigli, la bocca spalancata a mostrare il nulla che contiene e gli appannati carichi di odio.

«Rasnia…?»

La riconosce nonostante la tragica mutazione, eppure non riesce a dare un senso a ciò che vede.

Rasnia emette un verso simile al soffio di un gatto minacciato e si slancia in un attacco più violento che preciso.

L’artigliata obliqua intercetta la copertina del grosso libro che Lolo tiene stretto al petto. Il ragazzo non aspetta che ne arrivi un’altra, afferra il bordo del tomo, lo lancia sulla faccia di Rasnia, e fa uno scatto nella speranza che la mossa possa avergli fatto guadagnare tempo, sale sulla grossa moto e parte scalciando zolle di terra con la ruota posteriore.

Quando Nahel si riprende dall’aggressione può solo sentire in lontananza il rombo del motore; sistema gli abiti sgualciti dalla lotta e si avvicina a Rasnia, stesa su un fianco, priva di conoscenza.

«Interessante» commenta.

Il suo sguardo si sposta sul libro caduto vicino alla ragazza e lo raccoglie. Sfogliandolo si accorge che alcune pagine sono mancanti e dalla posizione intuisce quali.

«Molto interessante» aggiunge.

Uno degli Uomini Vuoti che inseguivano Lolo, sopraggiunti in quel momento, si avvicina.

«La verità è stata riscritta?» chiede.

«Perché te ne preoccupi? Verrà sparso del sangue, ma alla fine la verità verrà coperta di nuovo».

«Quanto sangue?»

Nahel allarga la bocca in un ghigno.

«Tutto».

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