L’ora della scimmia – capitolo 15

“Non riesco a credere che questo posto abbia una stanza degli ospiti” pensa Lolo.

Nonostante si fosse dimostrato ospitale e più che gentile, Yakof non gli era sembrato un tipo molto socievole, cioè abituato a stare in società o anche solo interessato ad avere compagnia e invece eccolo lì, in una stanzetta spartana, ma gradevole, con un letto dal materasso morbido e le coperte di lana appena un po’ ruvide; tutto pulito e lavato di fresco come se fosse preparato ad accogliere visitatori.

L’idea che lo stesse in qualche modo aspettando lo inquieta, in realtà, ma non è più strana del resto di tutto quello che gli è capitato negli ultimi giorni, anzi, l’incontro con un eremita un po’ strambo in versione profeta New Age gli pare la cosa più innocua.

Con il turbine di pensieri che ha in testa non crede di riuscire ad addormentarsi tanto presto, così torna l’ora nella stanza del camino per dare un’altra occhiata al tomo con la storia del mondo.

Il libro è sicuramente vecchio, più di quanto gli era sembrato la prima volta, tanto che le pagine somigliano per consistenza a foglie secche, anche se spesso cambiano colore e spessore e addirittura dimensioni, come se fossero una raccolta di scritti prodotti in momenti e con intenti diversi. La rilegatura artigianale ha tutti i cordini sfatti e sfilacciati.

 Lolo rilegge il racconto dell’uomo e di Dio alla ricerca di un senso che ha intuito nel corso della precedente lettura e che ancora gli sfugge.

“Forse andando avanti”.

Continua a girare i fogli con estrema cautela, senza leggere nel dettaglio, aspettando che qualche parola colga spontaneamente la sua attenzione. Nonostante la delicatezza, una pagina doppia si stacca e gli resta in mano: una specie di grande opuscolo dal titolo “la grande menzogna”.

I caratteri sono più corsivi e meno ordinati rispetto all’altra storia; soprattutto le ultime righe, staccate di alcune dita dal restante corpo del testo. L’occhio indugia sulla prima riga quando l’orecchio convoglia tutta l’attenzione su un rumore flebile e fastidioso proveniente da fuori. Lolo inserisce le pagine staccate in mezzo alle altre in modo frettoloso e rimette il tomo sulla mensola con il volto già rivolto alla finestra cercando di individuare la direzione da cui si origina il lamento.

Dal vetro freddo il mondo selvaggio racchiuso nella fattoria di Yakof sembra impegnato in una lotta immobile al confine con la civiltà, squarciato dallo spigolo del capannone che si infila nella notte come una scheggia di chiarore riflesso e ne spezza il silenzio con un lamento acuto e continuo: l’urlo soffocato di un’anima avvezza alla disperazione, un bambino, un milione di bambini che soffrono per la fame e l’afflizione di un uomo che non riesce a far fronte ai debiti, di mille uomini, di mille donne sole, il grido inconsapevole d’aiuto di una ragazza nuda, rinchiusa, sorda, cieca, esclusa dalla percezione del tempo al centro di una bolla di deprivazione sensoriale, invischiata in una ragnatela sottile e fragile.

L’ultima immagine aggredisce Lolo lasciandolo senza fiato e si stampa sul fondo degli occhi. La visione si interrompe bruscamente, rimane solo il riquadro della finestra che incornicia il capannone e il lamento, ora appena percettibile.

Fuori dalla casa, l’aria è fredda e umida. Lolo si stringe nella felpa e segue il lamento, sempre più simile a un richiamo dissennato, fino alla grande porta doppia del capannone, tenuta chiusa da una trave infilata in quattro grossi sostegni di ferro, due per ogni anta.

Visto più da vicino l’edificio ha un aspetto malmesso, tutt’altro che solido, a differenza della casa, molte assi della porta sembrano sconnesse e la poca luce che filtra dall’esterno non consente di vedere nulla al suo interno.

Il lamento invece giunge chiaro da lì assieme a un cigolio continuo. Lolo saggia la resistenza della trave e scopre che è incastrata nei sostegni.

“Quant’è che non viene aperta?” si chiede.

Forzando con entrambe le mani a una delle estremità riesce a fare leva e a sollevare la trave deformata e incrostata di muffa e muschio e a poggiarla in verticale su un’anta. Il tentativo di non fare rumore sfuma quando prova ad aprire l’altra anta tirando i sostegni: i cardini arrugginiti girano a fatica stridendo così forte da occupare per un attimo il silenzio, totale nonostante la vicinanza del bosco.

“Ormai il danno è fatto – pensa – tanto vale andare fino in fondo”.

Strattonata un paio di volte, la porta si apre abbastanza da consentire al ragazzo di infilarsi. L’aria all’interno è stantia e polverosa, puzza come una biblioteca abbandonata infestata dai ratti.

Nella semioscurità Lolo distingue gli elementi orizzontali e verticali di qualche tipo di struttura in legno disposta in tutto il capannone, fin nella parte più alta totalmente avvolta in un’oscurità che non sembra quella di un luogo chiuso, ma quella del cielo notturno senza stelle. Lunghissimi drappi dalla strana consistenza polverosa sono stesi, appesi o ammucchiati alle travi della struttura, che un occhio ormai abituato al buio riconosce come un macchinario meccanico azionato da una sola persona al centro dell’ambiente.

La ragazza è nuda; quella che nei primi istanti è sembrata a Lolo una tunica rozza e tagliata male si rivela essere la massa disordinata dei suoi stessi capelli che le scende sul corpo ossuto e avvizzito coprendolo in parte. Capelli lunghissimi di colore indefinito, così sottili da apparire traslucidi si dipartono in ogni direzione entrando e uscendo dalla struttura di legno: un gigantesco telaio di incredibile grandezza e complessità.

Lolo osserva con angoscia l’esile figura seduta su uno sgabello: gli occhi appannati e fissi in avanti sono il marchio della sua cecità, il fremito costante delle membra è quello di chi è terrorizzato e sfinito, la testa ondeggia senza scopo in preda a un’antica demenza. La ragazza muove freneticamente le mani e i piedi per azionare il telaio alza e abbassa una doppia leva che sposta i capelli tesi davanti a lei dentro una cornice a pettine, a ogni movimento verticale corrisponde il doppio movimento orizzontale di una spola appuntita azionata da una rudimentale pedaliera, avanti e indietro per intrecciare la trama e l’ordito, per tessere il velo stantio che ricopre ogni cosa, ancora, ancora e ancora, a una velocità tale da sfuggire quasi alla capacità dell’occhio, così come l’orecchio distingue a malapena i sussurri deliranti che si fondono in quello che Lolo aveva percepito come un lamento disarticolato: il raccontano contemporaneo di miliardi di storie, tutte vere nella loro realizzazione, tutte false nella loro morale, tutte collegate a un’unica grande menzogna.

Lolo rimane prigioniero dell’intrico di parole appena sussurrate, delle smorfie appena accennate, delle labbra esangui e inespressive, degli scatti ripetitivi della spoletta, dei movimenti esasperati delle mani che azionano il telaio per produrre senza sosta quel tessuto impalpabile, senza sosta, senza riposo, un velo senza fine intessuto di capelli e inganni, senza tregua, più sottile di un foglio di carta, impenetrabile come una gabbia di ferro.

L’eterna monotonia è rotta da un’ombra tra le ombre che si allunga dalle sue spalle; in un istante dilatato nel tempo lo percepisce come un pericolo si gira per affrontare la minaccia, è lento, si sente impedito, bloccato, avviluppato anche lui stretto nel velo. Riconosce il volto di Yakof addosso al suo aggressore mentre cala su di lui il calcio di un fucile da caccia. Mirava alla nuca e invece trova la spalla.

Il dolore è sufficiente a riportare il tempo alla sua velocità ordinaria e a costringere Lolo in ginocchio.

«Non avresti dovuto veder la verità!»

Lolo sente la sua vita in pericolo e la paura gli fa ignorare il dolore e lo fa agire in fretta prima, ancora di pensare. Flette le gambe e si avvinghia ai fianchi di Yakof, lo sbilancia, lo fa cadere e si aggrappa alla camicia riuscendo con la forza della disperazione a strappargli l’arma di mano e a gettarla via. Le mani dell’uomo, ora libere, afferrano le orecchie di Lolo e lo avvicinano con forza a lui mentre lo colpisce con una testata in mezzo agli occhi.

Il mondo si tinge di nero e Lolo ruzzola di lato. Si ferma addosso a una trave laterale del telaio, la vista comincia a tornare, prima distorta, poi solo offuscata, abbastanza da dargli le vertigini e a farlo annaspare quando si rialza. Con passo malfermo fugge dal capannone sbandando e reggendosi dove capita.

L’aria fresca gli riempie i polmoni e ossigena il cervello.

“Devo nascondermi” è il primo pensiero razionale.

Lo spigolo della casa sembra il posto adatto per riprendere fiato; le gambe tremano, così si appoggia con la schiena alla parete esterna e sporge la testa per osservare la porta del capannone. Tra le ombre vede uscire Yakof con il fucile tra le mani: si ferma dopo qualche passo in mezzo alla piccola aia antistante e con molta lentezza si guarda attorno.

Lolo ritira la testa e si appiattisce alla parete, schiaccia la nuca contro i tronchi di legno, tende le orecchie per sentirlo avvicinare, per sentire i suoi passi sul brecciolino del cortile e invece non sente nulla: dal bosco giunge un silenzio che copre tutto come una cappa di nebbia.

Quando si sporge di nuovo, Yakof è sparito anche alla vista.

“Potrebbe essere ovunque” pensa.

Per un attimo si lascia prendere dal panico e la voglia di fermarsi chiudere gli occhi e attendere che accada ciò che deve accadere è forte. In fondo al petto, nelle viscere sente un istinto animale che non vuole cedere, disposto a tutto pur di non essere una vittima, per sopravvivere, di tutto, una scimmia impazzita che si atteggia uomo solo per dare risposta al dubbio di Rasnia “faresti del male ad altri?”

Può ancora fuggire dalle minacce e dalla verità, se raggiunge la legnaia da lì può entrare nel bosco e far perdere le sue tracce, se ha visto bene potrebbe sfruttare gli alberi e non toccare neanche a terra. Cammina lungo il muro esterno girando attorno alla casa; la sagoma della legnaia si staglia in mezzo alla foschia notturna e viene coperta un secondo dopo da quella di Yakof, che sbuca da dietro lo spigolo dell’abitazione.

«Non volevo farti del male – dice – Volevo solo stordirti».

Lolo fa un paio di passi indietro, poi si volta e scappa ancora. Un colpo di fucile raggiunge un tronco così vicino alla sua nuca da sentirne lo spostamento d’aria e nell’eco dell’esplosione si insinua la voce dell’uomo.

«Non sei pronto per sapere la verità».

Lolo pensa di scappare direttamente verso il bosco, ma attraversando l’orto non avrebbe alcun riparo, così scala i tronchi sovrapposti della casa e si accuccia sul bordo del tetto. Dalla posizione precaria vede passare Yakof: cammina con cautela ha il fucile in mano pronto a sparare e si guarda attorno.

«Ti avrei solo fatto dimenticare di averla vista, ma ora?»

Lolo gli salta addosso direttamente dal tetto. Non risulta una sorpresa assoluta come aveva sperato: l’uomo si accorge all’ultimo dell’aggressione e schiva con un balzo che lo manda contro la parete. Ha appena il tempo di frapporre il fucile davanti a sé prima che il ragazzo gli sia addosso e afferri anche lui l’arma. Lolo spinge con tutta la sua forza puntando a schiacciare la gola dell’altro.

«Bastardo! Cosa hai fatto a quella ragazza?» urla.

«Niente che non abbia scelto lei stessa» risponde Yakof con la voce rotta dallo sforzo.

Soffocarlo è l’unica cosa a cui pensa Lolo e la canna di metallo guadagna centimetri verso la pelle.

«È la tua schiava? La fai prostituire?»

Quello che ha visto non lo riconduce a una simile ipotesi, ma è il peggio a cui è in grado di pensare.

«Non capisci, è tutto molto più grande».

È vero, non capisce e per cercare di trovare un senso deve ricondurre tutto a categorie già sperimentate e conosciute almeno in teoria.

«Sei una specie di maniaco? Eh?»

«Lei e mia figlia!»

Le parole dell’uomo rimbombano nella testa di Lolo con violenza inaudita e con la stessa violenza arriva la botta allo zigomo.

Yakof approfitta del suo istante di esitazione per liberare il fucile e colpirlo in faccia con il calcio di piatto, afferra l’arma come una mazza e colpisce di nuovo, alle reni stavolta. Lolo si appoggia ai tronchi per rimanere in piedi. Yakof arretra rapidamente di un passo, imbraccia il fucile e spara.

Il colpo esplode a un palmo dalla guancia del ragazzo, schegge di legno volano in ogni direzione e lo obbligano a proteggere gli occhi con un braccio, così facendo si rende conto di essere del tutto impotente, si è reso inerme, non ha alcuna possibilità di contrattaccare prima che un altro colpo di fucile si abbatta su di lui.

Invece non accade nulla. Con la vista coperta e l’udito confuso dall’eco dello sparo, il primo istante di paura si moltiplica, ma quando l’illusione temporale si dissolve, Lolo è ancora vivo.

«Ti ho mancato di proposito – dice Yakof – Non ricapiterà, per cui sta fermo e ascoltami».

Lolo abbassa lentamente il braccio, dietro la canna del fucile gli occhi di Yakof incrociano i suoi.

«Quella è mia figlia, Maya».

«Cosa le hai fatto?» chiede Lolo con una certa esitazione.

«Io… niente».

«Allora cosa le è successo?»

«So che pensi che io ne sia il responsabile – per voi è sempre stato così – ma ha scelto lei di svolgere questo compito».

«Stronzate. Qualunque cosa stia facendo quella ragazza lì dentro, non è più in grado di proseguire, deve andare in un ospedale».

«Questo non è possibile, deve continuare a tessere, non può fermarsi».

«Perché?»

«Ne va della salvezza dell’umanità».

Lolo sgrana gli occhi e pone la sua domanda con un tono tra l’incredulo e il provocatorio.

«Davvero?»

«Almeno così credevo… Ora però non ha alcuna importanza: i Vuoti si sono messi in cammino e stanno arrivando».

«I Vuoti?»

«Gli Uomini Vuoti: coloro che stendono il Velo Pietoso, lo percepiscono e lo governano».

«Ahah, che cazzo stai dicendo?»

«Tu hai già incontrato i Vuoti, ti sei scontrato con loro, posso sentirlo».

Nonostante il clima surreale, non riesce a dare torto a Yakof e gli tornano alla mente le immagini dello scontro avuto nella piantagione di pomodori solo pochi giorni prima.

«Forse. Cosa vogliono questi Vuoti?»

«Vogliono Maya, ma non sono in grado di trovarla, non possono arrivare all’origine del Velo».

«Quindi siete al sicuro, no?»

«Non possono arrivare a lei, ma possono arrivare a te. Tu sei giunto qui perché possano farlo anche loro. Hai seguito la strada vera sotto il Velo dell’inganno, che a loro è preclusa, e loro hanno seguito te. Tu li ha portati qui».

«Sei pazzo! Cos’è? Stai cercando una scusa per uccidermi più facilmente?»

«Non ho intenzione di ucciderti».

Yakof poggia il calcio del fucile a terra.

«Tutto questo è la conseguenza del gesto di chi ha ucciso credendo di essere nel giusto».

Lolo ha smesso di cercare un senso nel discorso, ma la curiosità non lo abbandona.

«Se non vuoi uccidermi, perché mi hai portato qui?»

«Perché sono pazzo. E perché tu hai solo scelto di scoprire la verità e questo non può essere sbagliato».

«Non pensi alle conseguenze?»

«Tutto quello che accadrà non può essere colpa tua».

«Non parlo di me, tua figlia…»

«L’opera di Maya è fondamentale per i vuoti, per questo non deve cadere nelle loro mani».

«Posso aiutarvi a fuggire».

Si stupisce delle sue stesse parole, di come non abbia dubbi a offrire il suo aiuto a qualcuno che razionalmente reputa ancora uno squilibrato.

«Puoi aiutarmi a resistere».

«Ascolta, so cosa dicono di me…»

«Che sei un assassino».

«Ma non lo sono!»

«È quello che dicono di tutti i guerrieri che hanno perso la loro guerra».

«Non sono neanche un guerriero».

«Tutti voi lo siete».

«Voi? Lo hai detto anche prima. “Voi” chi? I nomadi? No, aspetta, ti riferisci ai grandi guerrieri giostrai, ahah».

Yakof scruta impassibile il tentativo di Lolo di screditare la serietà del suo messaggio.

«Quando ti ho visto nel fiume ho pensato che tu potessi essere un selvaggio, un Uomo Libero. Era da molto tempo che non vedevo uno di voi, non ero neanche sicuro che esisteste ancora, ma adesso non posso più avere dubbi».

«Beh, io ne ho molti, invece, per cui se non vuoi spararmi io me ne vado; vieni con me oppure resta qua, fai come ti pare».

«Io ero lì quando l’Uomo ha ucciso Dio».

Lolo si gira, l’espressione sconvolta.

«Eh?»

«Io ero lì quando…»

«Ho capito! Non sono sordo. Le vedi queste orecchie? Sono belle grandi, no? Ed è tutta la sera che ascoltano solo cazzate».

«Ho detto solo la verità».

«La verità è che ti sei fottuto il cervello con una storiella che ti sei scritto da solo».

«Puoi non fidarti di me».

«E tu puoi giurarci che non mi fido».

«Allora fidati di te stesso, tu lo sai che non sto mentendo, quelli come te lo sentono».

Lolo rimane qualche perplesso qualche secondo. Yakof non sta mentendo, lo saprebbe, proprio come ha detto l’uomo, e per un attimo, solo un attimo, questo gli fa pensare che forse le menzogne che gli nascondono la verità su se stesso e sul suo posto nel mondo non sono davanti a lui, ma alle sue spalle, che forse non è nella sua insoddisfacente normalità che dovrebbe cercare la realtà. Chiude gli occhi e fa un profondo respiro.

«Fammi capire – dice riaprendo gli occhi – Vorresti farmi combattere qualche assurda minaccia inesistente per continuare a tenere rinchiusa quella ragazza?»

Yakof annuisce.

«Perché, invece, non dovrei andare a denunciarti?»

«Combatti con me e ti prometto che troveremo il modo di liberare Maya».

Solo un’ultima esitazione.

«Va bene. Ma se arriva la polizia te la cavi da solo».

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