L’ora della scimmia – capitolo 13

Il rumore lieve e continuo dell’acqua che scorre si insinua lentamente nell’area cosciente della mente di Lolo.

Sotto la schiena sente un terreno scomposto, quasi sabbioso, umido e fresco sulla pelle nuda.

Con il dubbio di essere ancora parte di un sogno, non riesce a comprendere dove si trova, né a ricordarsi dove si sia addormentato la notte prima.

Alla cieca muove la mano intorpidita al lato destro della fronte, dove una pulsazione dolorosa lo affligge poco sopra la tempia. Le dita saggiano la superficie di un grosso cerotto che copre la ferita lasciata dal passaggio di striscio di un proiettile.

Rivive in un lampo di consapevolezza la tempesta, la caduta, Rasnia, lo sparo e l’oblio.

Tira su la schiena di scatto e spalanca gli occhi. Il sole filtrato dalle fronde degli alberi riflette sulla ghiaia del greto trasformandola in una piccola spiaggia dorata sul bordo di un fiume largo e lento.

Si trova in una piccola ansa circondata dalla stessa vegetazione rigogliosa e cupa che costeggia il corso d’acqua da ogni lato.

Poco lontano da dove è seduto c’è un fuoco da campo acceso su cui si trova un pentolino con beccuccio. Attorno al fuoco, stesi su dei bastoni piantati in terra, dei suoi vestiti: una maglietta, dei pantaloni da tuta e una felpa largo con cappuccio. I suoi vestiti, poiché in effetti lui indossa solo un paio mutande.

Più vicine alla riva ci sono anche tre canne da pesca con i relativi reggicanne.

Immerso in una natura dal ritmo soporifero, dalla luce tenue e i suoni ovattati, Lolo prova il disagio dell’estraneo a rivestirsi alla svelta, a guardarsi intorno con sospetto e a volersene andare senza sapere cosa è successo. Il panico e la confusione sono gli unici sentimenti onesti di cui dispone al momento, i principali almeno, e riesce a contento a stento. Si ripromette di analizzare tutto quello che gli è accaduto quando troverà un po’ di calma. Per ora ha urgente bisogno di trovare la sua sacca e andarsene, ma della sacca o del suo contenuto non c’è traccia.

Sente un fischietto proveniente appena oltre la prima cinta di arbusti e contemporaneamente dei passi sul fondo boscoso. Una persona sola, uomo, robusto, passo calmo, ma deciso. Troppo vicino per pescare di nascondersi e proviene dall’unica possibile direzione di fuga a eccezione del fiume.

“Come ho fatto a non sentirlo prima?”

Anche sovrappensiero, le orecchie non lo avevano mai tradito. Se la prende contro la ferita alla testa e attende lo sconosciuto stando sul chi vive.

Un bell’uomo, maturo, sulla quarantina, la pelle di chi è abituato a stare al sole è all’aria aperta, capelli lunghi fino alle spalle, appena mossi, di colore marrone scolpito in grigio qui e là, barba incolta di una naturale eleganza, volto affascinante e gioviale, occhi luminosi e penetranti. Veste con stivali di cuoio, pantaloni robusti e una camicia dall’aspetto ruvido. In mano regge un secchiello di latta.

«Ti sei svegliato finalmente mi sono dovuto allontanare un po’ – gli dice alzando il secchiello – Avevo finito la pastura».

Lolo lo scruta con espressione corrucciata.

«Qui il fiume è tranquillo – continua poggiando la pastura vicino le canne – I pesci sono grassi e non si fanno pregare per abboccare, però si ingozzano come dei maiali».

L’uomo si avvicina al fuoco e controlla il pentolino, in cui, nel frattempo, l’acqua ha cominciato a bollire.

«Anche se forse ho esagerato; per oggi dovrei ritenermi soddisfatto da quello che ho già tirato su dal fiume».

Gli lancia un’occhiata di sottecchi che Lolo non riesce a decifrare.

«Chi sei?» chiede il ragazzo.

«Mi chiamo Yakof».

«Lolo» dice lui dopo qualche istante di silenzio.

Yakof mugugna e annuisce, poi prende un cucchiaino di polvere bianca da un sacchetto e lo mescola nel pentolino prima di toglierlo dal fuoco, lo poggia su una pietra piatta e vi aggiunge tre cucchiaini di polvere marrone scuro presa da un barattolo di vetro; dopo aver mescolato ancora con decisione lo rimette sul fuoco.

«Ne vuoi anche tu, Lolo?»

Lolo sporge il viso cercando di capire di che cosa si tratti.

«Puoi stare tranquillo: è solo caffè».

L’acqua, ormai scura, nel pentolino torna a bollire facendo una schiuma marroncina.

«Mi piace preparato alla vecchia maniera».

Yakof prende di nuovo il pentolino per postarlo in terra.

«Sono caduto in acqua» dice Lolo dopo un po’ con la voce impastata.

«Lo so, mi hai rotto una lenza mentre cercavi di affogare».

Yakof rimette il caffè sul fuoco.

«In realtà sono caduto in un canale».

«E il canale ti ha portato al fiume, è normale».

«Normale… se lo dici tu».

«In effetti la situazione non è proprio ordinaria».

«Comunque grazie per avermi salvato».

«Facevi scappare tutto il pesce».

Yakof sorride e riempie due tazze bianche con il contenuto del pentolino, aggiunge un goccio d’acqua a ogni tazza.

«Fallo riposare un po’» dice mentre ne allunga una al suo ospite.

Lolo annuisce, prende la tazza e si siede, la stringe tra le mani, è calda, la avvicina alle labbra, beve un sorso della bevanda aromatica e sente una sensazione di benessere diffondersi nelle membra intirizzite.

«Lo senti dopo» dice Yakof.

Lolo lo guarda incuriosito.

«Il freddo, lo senti dopo. Finché sei a mollo o sotto la pioggia senti solo il fastidio di essere bagnato, ma te ne accorgi solo dopo di quanto l’acqua ti sia entrata in profondità e ti abbia gelato».

Lolo porta lo sguardo sul fiume

«Ma niente che non si possa risolvere con una tazza di caffè caldo».

Il contenuto delle tazze si dimezza un sorso alla volta, molto lentamente, il livello cala come cala il sole dietro gli alberi.

«Hai trovato uno zaino?» chiede Lolo.

«Ne ho trovato uno prima di ripescare te, ora è alla mia fattoria e so che è tuo». Finiamo il caffè e lo andiamo a prendere».

«A casa tua?»

«Sicuro, sei mio ospite se ti va».

«Non vorrei disturbare».

«Non è di disturbare che dovresti preoccuparti: se sei qui c’è un motivo. Tu sai qual è?»

Lolo scuote la testa.

«Sono partito… sono fuggito, per cercare di capire meglio chi sono».

«Sei l’assassino che molti cercano».

La faccia del ragazzo è una maschera di sgomento, mentre quella dell’uomo è impassibile e affabile come sempre.

«Lo hai visto in tv?»

«Non ho una televisione, mi dispiace».

«Ma allora…?»

«Shh. Prima il caffè».

“Deve averlo sentito alla radio o letto sul giornale” pensa Lolo mentre beve.

Il suo pensiero si perde su qualche argomento che dimentica all’istante quando vede Yakof alzarsi dopo aver finito il caffè.

«Non ho molto per sdebitarmi – dice – Se vuoi posso leggerti i fondi del caffè. Ho visto l’anziana del campo dove vivo farlo molte volte, forse mi ricordo qualcosa».

«Vuoi predire il futuro?»

Lolo fa spallucce.

«Se hai un piattino posso provarci: è solo un gioco».

Capovolge la tazza che ha in mano sul piattino che gli passa Yakof, ci tiene la mano sopra con gli occhi chiusi e l’aria concentrata. La gira e guarda al suo interno.

«Ciò che è sul fondo – spiega – è l’interiorità, ai lati, invece, c’è la materialità. Più il residuo è al bordo, più è vicino nel tempo, se esce fuori però è il passato, il futuro si deposita in basso ed è più difficile da interpretare. Quindi non so cosa sarò in grado di leggere».

Yakof si siede con una nota di soddisfazione sul volto.

«Molto bene, non resta che provare allora».

Lolo rigira la tazza tra le mani.

«Ecco, questa macchia qua sembrerebbe… Sembrano delle ali, di un uccello, un’aquila forse. L’aquila rappresenta un pericolo imminente, qualcosa di brutto in arrivo, un cattivo presagio per il futuro».

«Sei sicuro che sia un aquila?» chiede Yakof.

«Sicuro no, non è una scienza esatta, ma è l’unico uccello di cui ricordo il significato».

«A me pare più uomo che un uccello».

«Un uomo con le braccia allargate…»

«O con le ali».

«Ah, un angelo. In questo caso è una lettura diversa: indica un elevazione, un cammino spirituale».

«Mi sembra un po’ meglio, non trovi?»

«Per quello che vale».

«Già. Vedi altro?»

«Sì, si distinguono altri due forme. La prima è legata al passato, si direbbe una maschera, di quelle anonime, senza lineamenti. Hai presente?»

Yakof annuisce.

«La maschera è l’inganno, qualcosa che copre la verità, può anche trattarsi di una bugia».

«Nel passato hai detto?»

«Direi di sì».

«Una lettura facile, allora, il passato è pieno di menzogne».

«Se i fondi l’hanno mostrato deve essere qualcosa di grosso o importante».

«Possibile – dice Yakof pensieroso – E se invece fosse un volto?»

«Una faccia dici?»

«Sì, quello che vedi non è una maschera, ma la faccia vera di qualcuno».

«Eheh, non conosco nessuno ridotto così male, ma, se fosse, sarebbe il volto di una nuova amicizia o di qualcuno che sta pensando a te».

«Non necessariamente a me. L’ultima immagine?»

«Per me è una bocca».

Lolo mostra la tazza a Yakof.

«Non mi pare ci siano dubbi a riguardo».

«Comunque è un simbolo strano – si porta la punta del dito alle labbra – Anche una bocca vera può dire bene e può dire male, a volte anche nello stesso momento».

«Certo».

«Indica la verità, anzi quelle verità che fanno soffrire. Oppure può indicare cambiamenti in amore, anche qui nel bene o nel male».

«Forse su questo è meglio non indagare ulteriormente – dice Yakof alzandosi – Ti ringrazio per questa lettura, è stata molto interessante».

«Si tratta solo di un gioco» ribatte Lolo alzandosi a sua volta.

Yakof fa una smorfia di disappunto a queste parole, ma la sua espressione torna subito gioviale.

«Andiamo, sta facendo buio. La casa è vicina, ma è comunque meglio non farsi trovare dalla notte nei pressi della foresta».

L’uomo raccoglie le cose sparse nella piccola ansa, aiutato da Lolo, e si incammina tra gli alberi e i cespugli seguendo un sentiero sterrato disegnato dal frequente passaggio. Dopo qualche centinaio di metri, la fitta vegetazione lascia il posto a un’altra apertura di forma vagamente circolare dove si trovano una struttura su un piano in pietra e tronchi dotata di un piccolo portico, una specie di capannone in legno, una tettoia stipata di ciocchi da ardere e un orto con alcuni filari di piante diverse.

Il primo edificio è la casa, come immaginava Lolo, e una volta entrati Yakof poggia le cose che trasportano in una rientranza appena oltre l’uscio e lo fa accomodare in un salotto dall’aspetto rustico e austero: un tavolo di assi rettangolare con una panca da un lato attaccata a una parete e una dall’altro lato, una cassapanca in un angolo, un camino dalla parte opposta, sopra il camino una spessa mensola sostiene una manciata di grossi libri rilegati in pelle.

«Vieni, la tua sacca è nella cassapanca, ma prima voglio mostrarti una cosa».

L’uomo si avvicina alla mensola e prende uno dei libri.

«Eccolo, credo che questo faccia al caso tuo».

Soffia via la polvere dalla copertina e lo poggia sul tavolo. Lolo scruta con circospezione il tomo anonimo: alto come il suo braccio dal bicipite al polso e spesso un palmo, la rilegatura di pelle consunta non reca incisioni, né altri segni oltre quelli dell’usura.

«Di che si tratta?»

«Qualcosa che forse può aiutarti nella tua ricerca».

«Quale ricerca?» pensa Lolo.

Se anche avesse voluto esprimere il suo dubbio, Yakof non gliene lascia il tempo.

«Ti chiedo scusa, devo sistemare l’attrezzatura da pesca, è artigianale, l’ho fatta io, e tende a rovinarsi presto».

«Ah, certo, io allora ti aspetto qui».

«Sì, cerco di non metterci troppo. Ti offrirei un caffè, ma direi che per stasera ne abbiamo avuto a sufficienza».

Lolo risponde solo con un sorriso mentre il suo misterioso ospite esce. Con calma apre la cassapanca e recupera le cose che aveva perso – controlla che nella sacca ci sia tutto – poi si siede su una panca con intenzione di attendere il suo misterioso ospite ritorni senza fare nulla.

Come la maggior parte dei nomadi, è diffidente verso tutti coloro che non fanno parte della comunità del campo; Yakof, inoltre è strano anche per i parametri dei gagé, di quelli di fuori. Meglio non fare nulla finché non avrà chiarito che è innocuo.

“Però sul caffè ha ragione”.

Il pensiero anomalo lo tiene occupato nell’attesa. Non si è mai fidato troppo della caffeomanzia. Non è né uno scettico, né un razionale. Gli anziani del campo, soprattutto Tama, hanno insegnato ai giovani che non tutto è proprio come si vede: alcune immagini della realtà sono troppo nascoste, troppo piccole o troppo grandi per essere viste e comprese dagli uomini, però lasciano dei segni in quello che si può osservare, dei simboli. Quelle si riescono a vedere, invece, e le persone molto sagge sono anche in grado di capire cosa significano.

Quello che “possono” significare, in realtà. Ciò che ha visto nei fondi è stato simile, ma diverso da quello che ha visto Yakof e con un significato completamente diverso.

I fatti recenti gli hanno insegnato in maniera fin troppo drammatica che la realtà, la verità di un fatto, è condizionata da chi la osserva e da ciò che vuole credere sia vero.

“Io in che cosa credo?”

Il pensiero lo sfiora e attecchisce: può dimostrare di essere innocente, di essere ancora degno, se crede di esserlo.

“Ma come?”

La messa a fuoco passa dalla parete di tronchi al tavolo e al libro che c’è sopra.

“Se fosse questa la mia ricerca?”

Con la cautela di chi maneggia un reperto fragile e antico, Lo apre la copertina rigida e gira le prime pagine pergamenate fino a raggiungere la fettuccia di seta che fa da segnalibro.

“La storia del mondo”.

L’intestazione della prima riga lo lascia perplesso e incuriosito. Curiosità che aumenta andando avanti con la lettura.

Quando termina il racconto i suoi dubbi sono tutt’altro che mitigati, soprattutto non riesce a farsi un’idea e coerente circa le intenzioni di Yakof.

“Cosa dovrei farci con questo racconto?”

Dei versi striduli provenienti da fuori lo strappano all’improvviso dal suo ozio intellettuale.

Il verso di un uccello notturno o il richiamo di qualche animale ferito, probabilmente. Simile al vagito di un bambino e anche ai gemiti di un anziano. Il pianto soffocato di una giovane. L’urlo disarticolato e quasi muto di un morente. Il grido di paura di una madre.

Tutte queste immagini si affacciano insieme nella mente di Lolo.

“Che cosa cavolo è?”

Si alza per andare a controllare dalla finestra e in quel momento Yakof rientra nel salotto reggendo in mano dei pesci ancora all’amo.

L’uomo passa lo sguardo da Lolo alla finestra e di nuovo al ragazzo. Si schiarisce la voce e alza i pesci.

«Occupiamoci della cena. Che dici?»

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