L’ora della scimmia – capitolo 12

Di nuovo in cammino, Lolo percorre sin dal tramonto una strada provinciale a due carreggiate.

Non se l’era sentita di passare la notte nel Borgo. Provava un senso di forte disagio che lì per lì non era stato in grado di spiegare fino in fondo, poi camminando si era palesata la reale motivazione della sua fuga precipitosa da quella breve esperienza: la vergogna.

Era stato testimone muto, e quindi complice, di un abuso immane e progettato alla dignità umana. Era stato debole tra i deboli, quando avrebbe potuto essere forte, ispirare gli altri come faceva Bato e forse fare la fine di quel ragazzo a cui non aveva mai chiesto il nome.

Il problema non era il borgo o i suoi abitanti; dal un punto di vista tutto interno era lui.

Non aveva voluto incontrare altre persone, ignare o consapevoli che fossero, doverle guardare negli occhi e restare in silenzio; così ha preferito andarsene da solo, mettersi a camminare sul ciglio di una strada troppo stretta per consentire un agevole transito dei pedoni.

Grossi alberi distanti pochi metri gli uni dagli altri crescono attaccati alla linea esterna della carreggiata da entrambe i lati. Appena oltre gli alberi alla destra di Lolo, serpeggia un grosso canale. Una volta doveva trattarsi di un semplice fosso che veniva pulito una o due volte l’anno da sterpaglie e ostruzioni; solo terra, erba e radici che facevano scorrere via quello che non riuscivano ad assorbire. Poi qualche ingegnere del demanio deve aver avuto l’idea geniale di cementare tutto per risparmiare sulla manutenzione e da allora si allaga tutto a ogni pioggia.

Il campo nomadi era fuori città; cose del genere Lolo le ha viste fin da quando era ragazzino.

Quasi che i suoi pensieri fossero in sintonia con gli agenti atmosferici, comincia a piovere su di lui una pioggia fitta e sottile, creando uno strato umido che lo isola ancora di più dal mondo circostante.

Perde la cognizione del tempo guardando l’acqua accumularsi e scorrere nel canale, finché l’insistenza della pioggia che cade come lapilli ghiacciati sui suoi vestiti zuppi riesci a scuoterlo un minimo dall’indifferenza.

Con i brividi addosso, tira fuori dalla sacca un ombrello pieghevole e lo apre. Un riparo molto instabile e transitorio; la speranza di avere sollievo si spezza alla prima folata di vento più impetuoso assieme alle stecche che reggono il tessuto dell’ombrello. La pioggia muta a un tratto in tempesta, contro cui Lolo si aggrappa con ostinazione al manico dell’ombrello rotto che viene strattonato da una parte e dall’altra.

Prova inutilmente a ridargli una forma consona al suo scopo, anche se ormai non c’è più nulla da aggiustare e comunque, bagnato com’è, non farebbe alcuna differenza. Si rifiuta in ogni caso di accettare il fallimento e continua ad armeggiare finché un colpo d’aria non capovolge di scatto il tessuto e la punta di una stecca non saetta vicino all’occhio e lo graffia sullo zigomo.

La frustrazione accumulata esplode in gesti inconsulti e dà sfogo alla rabbia con un urlo contro nessuno, inascoltato sotto il boato del temporale. Afferra l’ombrello con entrambe le mani e lo sbatte alla cieca contro il tronco dell’albero più vicino, più e più volte e, quando la parte superiore vola chissà dove, la forza del colpo andata a vuoto lo sbilancio in avanti. Non riesce a recuperare l’equilibrio sull’erba bagnata e scivola lungo la sponda del fosso assieme ai rigagnoli sporchi. I tentativi di rialzarsi in fretta sono frustrati dalla melma che gli scappa via da sotto i piedi e dalle mani senza offrire alcun appiglio solido. Batte i pugni sulla superficie increspata dell’acqua fangosa e urla ancora insulti alla sua impotenza. Una cosa assolutamente inutile che quasi subito appare ridicola anche a lui; così ridicola da farlo scoppiare a ridere.

“Sono impazzito” pensa.

Sebbene la stessa razionalità del pensiero Gli confermi il contrario.

Seduto sul fondo di un canale con l’acqua sporca che gli scorre sotto le ascelle, Lolo ride di tutto quello che non comprende, dei sentimenti e delle percezioni che gli fanno vedere il mondo diverso da come lo vedono gli altri, più grande, forse, più nitido, con più sfumature di colore.

A parte adesso. La pioggia battente rende il piccolo mondo attorno al fosso una vecchia foto in toni di seppia in cui è presente un intruso, qualcuno che prima non c’era o che lui non aveva visto.

La sagoma imponente dell’uomo, che lo fissa, è immersa fino alla cintola nell’acqua, al limite della breve distanza oltre la quale il canale viene inesorabilmente offuscato dalla pioggia.

Lolo si accorge della sua presenza solo quando l’uomo si muove per andarsene.

Pazzo o meno, decide di seguirlo. Con qualche difficoltà si alza in piedi e segue il corso del canale cercando di vincere la spinta della corrente e di restare in equilibrio.

L’uomo rimane una sagoma sfumata e sbiadita sempre al confine del grigiore ovattato che inghiotte ogni cosa.

L’avanzata è sempre più faticosa, la tempesta si abbatte su Lolo con furia crescente ingrossando il canale.

“Fermati, ti prego!” grida alla figura.

Neanche lui riesce a sentire la sua stessa voce sotto gli scrosci dell’acqua e si ritrova solo.

Il canale qui è più profondo, scorre come un piccolo fiume impetuoso addosso alle sue spalle. Prova a muoversi sul fondo concavo per avvicinarsi all’argine; la corrente lo aggredisce e lo manda sotto. Riemerge, prende una boccata d’aria e si allunga alla ricerca di appigli, anche se non ci sono appigli sul cemento limaccioso. Viene sommerso di nuovo, salta, ma nell’acqua è pesante e goffo, l’acqua stessa lo trattiene e lo trascina sempre più in basso.

È convinto di non avere più speranze, così quando una speranza si presenta davanti alla sua faccia, ci si aggrappa. Anche se si tratta solo di una pallida visione, stringe forte la mano che gli viene tesa.

È piccola e la sua presa è debole; l’istinto e il panico ignorano questi dettagli e Lolo allunga l’altro braccio per afferrare il polso sottile. Tira a sé per issarsi fuori dall’acqua e per poco non trascina il suo soccorritore tra i flutti.

Quando la mano scivola via dalla presa bagnata, Lolo ha già risalito abbastanza l’argine da riuscire a prendere una radice sporgente per arrampicarsi in salvo sul bordo della strada.

La prima cosa che fa da uomo ancora vivo è vomitare tutta l’acqua che ha inghiottito a forza e che preme per entrargli nei polmoni. La seconda è espirare; tossire e respirare. La terza è cercare con lo sguardo il suo salvatore.

Piegato in ginocchio e ansimante nel fango, davanti a sé vede Rasnia.

Stenta a riconoscerla: il volto è sangue, sembra esausta, gli occhi infossati nelle occhiaie hanno pianto per ore, è ferma, scossa da brividi persistenti. Indossa gonna nera e gioielli dorati – l’abbigliamento delle ricorrenze tristi – e sulla sua camicia bianca si apre una larga macchia rossa che imbratta il dolce rigonfiamento dei seni.

Una macchia che la pioggia non è in grado di lavare via.

«Rasnia, sei tu?» chiede Lolo.

È certo che sia lei, la domanda serve solo a ricreare una qualche forma minima di stabilità mentale ed emotiva; a confermare a sé stesso di non essere impazzito.

“Eri tu, quando avevo bisogno? – vorrebbe chiedere ancora – Era tua la mano tesa verso di me?”

Era sua la mano che lo ha salvato, come sua è la mano che impugna la pistola puntata contro di lui.

«Rasnia che succede?»

«Sei scappato» risponde la ragazza con un sussurro roco.

Lolo non comprende il senso di quello che sta accadendo, ma rispondere a Rasnia è la priorità; chiarirsi tra loro, mettere a posto le cose. La comprensione può attendere.

«Me ne dovevo andare, ne abbiamo parlato».

«La notte dell’incendio sei scappato dal campo».

«Ho avuto paura».

«Paura di quello che hai fatto».

Non è una domanda, quello di Rasnia è un giudizio di fronte al quale Lolo si sente inerme e fragile come di fronte la canna della pistola.

«Le cose non sono come sembrano…»

«E come sono?»

Lo sta minacciando di morte senza che Lolo riesco a scorgere rabbia in quello sguardo lucido. Il dolore, sì, così profondo da coprire ogni altro sentimento con una coltre di confusione.

«Rasnia, neanche io capisco perché ci sta accadendo questo. Ti credevo al sicuro al campo…»

Un colpo esplode dalla pistola e affonda nel fango da qualche parte vicino ai piedi di Lolo.

Solo un altro tuo nella tempesta.

Il cuore del ragazzo si scatena in una danza selvaggia dentro un corpo paralizzata dallo sconcerto.

«Dimmi come stanno le cose!» gli intima Rasnia.

Lolo non è sicuro che siano lacrime quelle che bagnano il volto pallido schiaffeggiato dalla pioggia.

«Io non lo so».

«Devi saperlo! – grida lei – Solo tu sai qual è la verità. Dimmelo, ti prego».

«Sto cercando di capirlo anch’io, ma è successo tutto così in fretta».

«Se non me lo dici, dovrò ucciderti».

Non sta mentendo. Anche se sono entrambi sconvolti, se lei mentisse, lui lo capirebbe.

«Non ti farei mai del male» dice Lolo.

«E a qualcun altro? Lo faresti?»

«Quegli uomini al campo… Volevo solo difendermi. Difendervi».

Poi ripensa l’uomo nella stanza di Maria e al ragazzo straniero disteso nella stalla. Guarda le sue mani e le vede ancora sporche di sangue.

«Giurami che non c’entri nulla con la morte di quel poliziotto».

Non riesce a guardarla negli occhi.

«Non posso. Non ne sono più sicuro…»

Da Rasnia provengono singulti soffocati e Lolo non ha il coraggio di alzare lo sguardo e vederla piangere.

«Dimmi che non c’entri nulla con l’uccisione di mio padre».

«Bato è morto?»

Tra i suoi occhi e quelli di Rasnia c’è l’occhio freddo e vuoto della pistola.

«È morto per colpa tua!»

Il lampo nella notte cristallizza le gocce di pioggia su cui si riflette. La testa in fiamme. Il dolore è una conflagrazione al calor bianco, prima che tutto si faccia scurita e silenzio.

***

Lo vede reclinare la testa all’indietro di scatto, colpito da una forza invisibile e inarrestabile. La forza che avrebbe voluto dare alla rabbia che gli ha urlato addosso.

“È morto per colpa tua!” ha gridato.

Lo vede flettersi come un fuscello e cadere nel canale e non sa più se crede o no alle sue stesse parole. Ci ha creduto però; per un breve istante l’assassino di suo padre ha assunto le sembianze di Lolo e lei ha sparato. Ha esercitato il suo diritto alla vendetta. Ha fatto adesso quello che avrebbe fatto quando Bato è stato ucciso. Solo che invece di proteggere ha aggredito. Invece di salvare ha condannato.

Lascia cadere la pistola.

«Lolo» chiama incredula.

Non riesce a credere di avergli sparato. Non aveva mai preso in mano una pistola prima d’ora; non può averlo colpito.

Va verso il bordo del fosso dove lo ha visto cadere, ma non ci arriva. Cade prima, colpita da fitte insopportabile; le gambe non la leggono, si accascia in ginocchio e urla. Tutto gira in un grande vortice privo di colori e lei avanza aggrappandosi al terreno fangoso fin sul ciglio della strada.

Il fiato le si smorza nel petto proprio quando il dolore si fa più intenso: lo sente nelle ossa, le sembra di averle tutte fratturate, arriva ai tendini e i muscoli mentre si rialza per pura forza di volontà, quando è di nuovo in piedi barcolla incapace di pensare e soffre come se stesse bruciando, percepisce ustioni estese sulla carne viva anche se la sua pelle è intatta.

Un’auto le sfreccia accanto; non la investe per un pelo, la colpisce però al fianco con lo specchietto riportandola a terra.

Vorrebbe piangere e strillare e chiedere aiuto, ma non controlla più il suo corpo. I muscoli perdono vitalità all’istante, non deglutisce più, si asciuga ogni goccia di saliva in bocca e nella gola, le palpebre non si chiudono più, anzi si ritirano nelle orbite e gli occhi spalancati diventano due sfere aride e opache.

Prima che la vista si appanni del tutto, vede le luci dell’auto che l’ha colpita fermarsi ad alcuni metri di distanza per poi ripartire quasi subito.

Ormai persa in una densa foschia lattiginosa priva di suoni e di odori, l’unico legame con il mondo esterno rimasto al suo corpo rannicchiato è il tatto, il senso della superficie. Percepisce solo attraverso la pelle. Percepisce solo la pelle.

Non sente più dolore, solo un forte formicolio, sotto l’epidermide man mano che si stacca dai muscoli e sopra mentre un sudore oleoso la ricopre e i vestiti le soddisfano addosso.

Lungo la schiena nuda sente aprirsi una lacerazione, un taglio dal coccige alla nuca da cui Rasnia sente fuoriuscire una grande massa. Espelle in una sola volta tutto il peso del dubbio, dei giudizi, dei sentimenti e si sente di nuovo in forze.

Il petto le brucia lì dove è trafitto dalla spilla, brucia del fuoco della rabbia, il motore che diffonde nelle nuove energie e la spinge a muoversi e ad alzarsi

Porta la mano alla spilla; il fiordaliso intriso di sangue si è indurito, cristallizzato, e i petali aguzzi, affilati come schegge di vetro le tagliano le dita. Abbassa gli occhi sulla sua mano: non esce sangue e non le fa male.

Si è liberata dal peso di ogni sofferenza, interna ed esterna.

Si sente leggera, libera di muoversi e svincolata. Nel fango vicino ai sui talloni, giace riversa in posizione fetale una carcassa scuoiata con cui non ha più nulla a che spartire. Lo spettacolo raccapricciante non le procure neanche un piccolo fremito.

Si è liberata del peso di ogni paura.

Il cielo è coperto di un alone luminoso simile a un impalpabile velo cangiante mosso dal vento.

Mentre Rasnia si perde nella contemplazione di un’aurora boreale totalizzante, nel profondo del petto si chiede come possa far parte di un cielo così pieno e sentirsi così vuota.

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