L’ora della scimmia – capitolo 11

“Saranno un paio d’ore” pensa Lolo.

Sta cercando di stimare da quanto tempo sta costeggiando a piedi campi coltivati.

“Se avessi rubato un orologio che funziona…”

Invece quello al suo polso è fermo. La stima è comunque verosimile.

Uscito dal paese si è incamminato lungo la strada che gli sembrava più grande e quando ha trovato un capanno aperto vicino a una villa ci si è infilato per dormire. Svegliato dal latrato insistente dei cani, ha deciso di riprendere il viaggio, sebbene a notte fonda.

Comincia a rosseggiare all’orizzonte quando arriva a un distributore di benzina subito prima dell’ingresso al borgo segnalato dai cartelli.

Si ferma perché vede diverse persone – una trentina forse – radunate nel parcheggio attorno a un furgoncino malmesso, un tempo bianco, con la vernice scrostata in più punti. Tra loro ci sono uomini e donne e per lo più sono stranieri dalla pelle scura. Altri ancora stanno arrivando sia dall’abitato, sia da altre strade laterali.

Appoggiato con la schiena alla portiera del passeggero, c’è un uomo vestito con una vecchia camicia felpata e un cappello con visiera; fuma una sigaretta con aria scocciata. Aspetta che si siano avvicinati anche gli ultimi ritardatari, tra cui Lolo, poi butta la cicca e sputa in terra prima di rivolgersi ai convenuti.

«Me ne servono 15 – dice e poi scandisce – Quin-di-ci, avete capito?»

Lolo si avvicina a un ragazzo con i capelli rasati e una felpa simile alla sua.

«Che sta succedendo?» gli domanda.

«Sceglie chi va a lavorare oggi?” risponde lui a bassa voce, senza guardarlo.

«Voi quattro, tu e tu – l’uomo indica delle donne di colore – Potete salire».

Apre la portiera a scorrimento laterale e le donne salgono sul furgone, all’interno non ci sono sedili o altri appoggi, solo una corda tesa a mezza altezza sulla fiancata interna, così rimangono in piedi.

«Offre lavoro?» chiede ancora Lolo.

«Eh, nei campi, per la raccolta. Ti danno da dormire e da mangiare finché stai lì».

Nel frattempo l’uomo scruta i presenti e man mano che li indica quelli salgono sul furgone.

«E quanto si guadagna?»

«Se sei bravo ti porti a casa 25 al giorno».

Lolo comincia a fare dei conti mentali, ma viene distratto dalle urla dell’uomo.

«Oh! Scemi di guerra! Con voi due ce l’ho – si rivolge a Lolo e al suo interlocutore – Salite o no?»

«Subito capo» dice il ragazzo, che guarda Lolo facendogli cenno di seguirlo.

«Ammazza se sei brutto – gli dice l’uomo quando gli passa a fianco per salire – Che cazzo hai fatto alla faccia?»

«Io…»

Il ragazzo lo tira dentro per il braccio.

«Ma sei scemo davvero? Mica gli devi rispondere al caporale. Vabbè, io sono Nino».

«Lolo, piacere».

«Ti dico io come funzionano le cose, l’ho già fatto l’anno scorso».

«Grazie, ho bisogno di qualche soldo».

«Allora sei in compagnia».

Il furgone è già pieno, il caporale fa salire altre tre persone – quindici in tutto – poi sale al posto di guida e parte.

Durante l’ora successiva, i passeggeri vengono sballottati dentro una gabbia di lamiera senza sbarre dove non entra un filo d’aria. All’inizio la sensazione è di tepore e aiuta a mitigare il fresco e l’umidità che precedono l’alba; non appena il sole si alza oltre le colline, l’aria già pesante comincia ad arroventarsi e i corpi stipati nel poco spazio iniziano a sudare, odori acri si mescolano a odori dolci e speziati, odori di culture diverse si mescolano in un tanfo stantio. Isolarsi è impossibile, stanno troppo stretti. Le strade di campagna sterrate e piene di buche fanno balzare il furgone sugli ammortizzatori scarichi e i passeggeri vengono spinti gli uni contro gli altri a ogni curva, non cadono solo perché non c’è spazio a sufficienza, ma a ogni dosso i più alti sbattono sul tettuccio e sono costretti a viaggiare con le braccia sulla testa.

Quando il furgone si ferma, il caporale li fa scendere su una strada di terra polverosa che corre a fianco di un campo di pomodori: ettari e ettari di pomodori da raccogliere, filari a perdita d’occhio di piante alte fino ai fianchi, distanti un passo le une dalle altre, piantate in filari interminabili con corridoi poco più larghi di un metro; i frutti rotondi e grandi come un pugno hanno un colore rosso intenso.

«Mettetevi qui, che vi faccio vedere che dovete fare».

Il caporale si mette dei guanti usa e getta, va a prendere una cassetta di legno da una pila distante qualche decina di metri e torna all’inizio del filare.

«Siccome sono pomodori da vendere e alla gente i pomodori bacati gli fanno schifo, voi li prendete uno per uno – ne stacca un paio e li mette con cura dentro la cassetta – E state attenti a non farli cadere, che poi sono cazzi vostri.

«Ora vi mettete uno per filare e raccogliete; alla fine di un filare ci sono quei grossi cassoni, si chiamano bins, tengono 300 chili di pomodori, quando avete la cassetta piena andate e la svuotate, piano, dentro il bin.

«Se volete fare giornata ne dovete riempire cinque – apre la mano mostrando le cinque dita – Avete capito?»

Aspetta che i braccianti annuiscano.

«Bene, allora a lavoro. Io giro a vedere se state facendo bene. Dai, muoversi!»

Un ragazzo di colore esce dal gruppo e gli rivolge una domanda.

«Dobbiamo lavorare così?»

«E che cazzo vuoi, l’invito?» è la risposta secca.

«Senza guanti? A mani nude?»

«In faccia te li do i guanti, muoviti, va!»

Dopo questo episodio nessuno dice più niente, ognuno si piazza in un filare e coglie pomodori, con la schiena piegata, stacca pomodori dalla pianta, con sole sulla testa, mette pomodori nella cassetta, con le braccia doloranti, va a scaricare pomodori nel bin, con le ginocchia indolenzite.

Così per ore e ore, finché il caporale non chiama il pranzo, li fa radunare in uno spiazzo all’ombra rachitica di un ulivo mezzo morto e passa con delle bustine di plastica da supermercato consegnandone una a testa.

Un panino al formaggio, una mela e una bottiglietta d’acqua. È quanto trova Lolo dentro la sua.

«Non vi preoccupate per i soldi – dice il caporale – Vediamo dopo, quando avete finito. A chi serve il bagno è da quella parte».

Indica una tenda fatta con un telone da serra da cui si intravede una buca scavata nel terreno.

Quando riprendono a lavorare, sono già stanchi, ma gli spettano altre ore.

«Qui si lavora fino al tramonto» lo informa Nino prima di essere ripreso dal caporale per aver parlato.

Giù, piegati a raccogliere pomodori, senza parlare, senza distrarsi. L’unica musica che ascoltano è quella dei continui incitamenti a fare di più, a fare più in fretta, a riempire altre cassette.

Un signore magro come un chiodo, la cui barba bianca risalta sulla pelle nera, lancia un urlo e alcune maledizioni in dialetto quando una cassetta piena gli cade su un piede. Non l’ha fatta cadere; il legno sottile e deteriorato gli si è rotto tra le mani mentre portava il carico al suo bin e ora tutti i pomodori, oltre dieci chili, rotolano sulla terra. Si sta chinando a raccoglierli quando riceve un pugno dietro la testa che lo costringe a mettersi seduto.

«Quelli te li tolgo dalla paga, hai capito? – gli urla il caporale – E devi ripagare pure la cassetta!»

Giù a lavorare, un pomodoro dopo l’altro, fino al tramonto.

Alla fine della giornata risalgono sul furgone e vengono accompagnati alla “casa” dove alloggeranno. In meno di due minuti sono arrivati, ma la casa non c’è, devono sistemarsi in una stalla in disuso infestata dalle zanzare, senza acqua, né elettricità, senza infissi, il pavimento, in parte allagato dalle piogge della settimana precedente, è cosparso di chiazze fangose. Non ci sono zone separate per uomini e donne e per dormire ci sono materassi a terra, uno ogni due persone.

«L’acqua la potete prendere al pozzo giù al campo» spiega il caporale.

Solo che il campo dista circa un chilometro e chi ha assaggiato l’acqua del pozzo nel corso della giornata dice che fa schifo, sa di pesticidi.

Tutti danno per scontato che il bagno sia lo stesso usato durante il lavoro.

L’uomo lascia in terra uno scatolone con la “cena”: pentolacce, riso, qualche verdura ammosciata e dei pomodori

«Siete fortunati, oggi il padrone ha dato pure la ciccia» aggiunge prima di andarsene.

La carne però ha un colore livido e puzza di carogna. Non molti ci fanno caso, iniziano a predisporre dei fuochi a terra per cucinare, nel frattempo qualcuno va prendere l’acqua per fare della zuppa.

Prima di cominciare a mangiare si formano due gruppi, senza che nessuno dica nulla: da una parte gli stranieri, anche se di etnie diverse, e dall’altra i locali, anche se non sono poi tutti tutti del luogo.

Lolo cerca Nino e ci si siede accanto, almeno per scambiare due chiacchiere con un volto noto.

«Sinceramente mi sembra un lavoro di merda, tu perché ci sei tornato?»

«O questo o niente. Almeno così mi faccio un po’ di contributi, senno la pensione me la scordo. Un po’ a noi del posto ci mettono in regola. Non è molto, ma è qualcosa. E perché a fine raccolto il padrone ci regala due buste di pomodori e una bottiglia d’olio. Coi pomodori mia mamma ci fa i barattoli di salsa».

Non ha molto altro da condividere con il ragazzo, così ascolta distratto le notizie che vengono dalla piccola radiolina che una signora si è portata dietro, stanno parlando di tumulti scoppiati nella Capitale, ma è troppo stanco per prestare attenzione. Fa vagare lo sguardo tra le facce in ombra dei suoi compagni di fatica, finché non viene incuriosito da un uomo che sta parlando seduto in mezzo al gruppo dei locali, anche se nessuno sembra dargli ascolto. Non gli pare di averlo visto nel furgone, né tra i filari, pallido com’è si sarebbe bruciato di sicuro. Parla a bassa voce, appena un sussurro, per cui, nonostante abbia un buon udito, percepisce solo stralci della conversazione. Sta dicendo le solite banalità: che il Paese fa schifo, che i politici sono corrotti, che loro perdono il lavoro a causa degli stranieri, perché lavorano anche per molto meno, anche se lavorano male, e si prendono tutta l’assistenza che spetta loro.

Un improvviso fischio nell’orecchio lo fa mugugnare per il fastidio, attirando così lo sguardo dell’uomo pallido, il quale smette di parlare, lo fissa qualche secondo, poi si alza e si allontana.  Gli altri rimangono là, indifferenti alla sua assenza come lo erano alla sua presenza.

«Allora, che si dice?» chiede loro andando a sedersi lì vicino.

Per lo più viene ignorato e non ottiene risposte. Quelle che ottiene sono date senza alcuna enfasi, senza alcuna riflessione, semplici lezioni apprese e ripetute.

«Questo Paese è ridotto una schifezza. Quand’ero piccolo io non era così».

«Si sono mangiati tutto i signori politici, che se ne stanno col culo comodo sulle loro poltrone, mentre noi ci spacchiamo la schiena».

«A mia mamma hanno ridotto la pensione, ‘sti stronzi, però i l’assegno per campare sette-otto negretti a quelli – indica l’altro gruppo – glielo danno».

«Io non sono razzista, ma se questi continuano ad arrivare, non ci rimane niente per nessuno».

Lo fanno andare a dormire con una profonda inquietudine.

***

Il giorno dopo, il caporale porta per colazione pane, burro e the. Una donna dà di stomaco fuori dalla baracca; i sintomi sono quelli di un’intossicazione da cibo avariato, ma vuole comunque andare sui campi assieme agli altri, perché – Lolo lo scopre solo ora – per ogni giorno di mancato lavoro si deve pagare una multa.

Durante la mattina, non è comunque l’unica a sentirsi poco bene, anche altri lamentano lievi malesseri dovuti al caldo e alla fatica. Allora il caporale distribuisce “integratori” a chi li vuole.

«Ti danno una mano con la fatica, non le devi pagare, vediamo dopo che avete finito».

Le ossa di Lolo urlano, è abituato ad altri tipi di sforzi, ma quando vede le pasticche di metanfetamine scuote la testa.

Fa lo stesso anche la donna intossicata, Lolo lavora nel filare dopo il suo. La sente lamentarsi e respirare a fatica, così lascia un attimo i pomodori, stira la schiena e va dal caporale.

«Ascolta, credo che quella donna stia male, forse…»

«Forse che?! – lo aggredisce l’uomo – Fatti i cazzi tuoi e torna a lavorare».

«Dico sul serio, fra un po’ sviene».

«È normale, scemo di guerra, quella lavora di merda: sta piegata male e poi si alza di colpo, ti va il sangue alla testa».

La discussione è interrotta dalle urla dei braccianti provenienti dal filare accanto a quello di Lolo. La donna ha la bava alla bocca e gli occhi sbarrati.

«Chiamate un’ambulanza!»

A parlare è stato lo stesso ragazzo che il giorno prima aveva chiesto dei guanti.

«Ma che cazzo dici! Ma chi vuoi chiamare!»

«Sta male, forse è il cuore» ribatte il ragazzo allarmato.

«Ma tu che cazzo ne sai! È arrivato il dottore, è arrivato. Mo vado a prendere la macchina e la porto al pronto soccorso. Voi tornate a lavorare, che se non vede i cassoni pieni il padrone vi butta tutti fuori a calci nel culo, forza».

Passa un quarto d’ora di pomodori e cassette prima che il caporale torni in compagnia di un altro ragazzo. Caricano la donna sul furgone e la portano via.

Agli altri rimangono anche i pomodori del suo filare.

All’imbrunire, Lolo sente un vociare confuso e concitato; alzando la testa vede piuttosto lontano il caporale che litiga con il ragazzo di colore. Gli sta facendo segno di andarsene e lo minaccia a gesti di picchiarlo, poi attraversa a passi lunghi e agitati il campo.

«Basta, avete finito stasera! Mo ve ne andate a fanculo a piedi alla casa, che l’amico vostro m’ha fatto incazzare di brutto».

Alla fine della camminata, Lolo è così sfinito che non vuole neanche aspettare la cena, ha ancora mezzo panino al formaggio avanzato dal pranzo, mangia quello senza troppa voglia, si sdraia su un materasso non ancora occupato e chiude gli occhi.

Si addormenta quasi subito, ma fa comunque in tempo a sentire una voce flebile, poco più di un sussurro, provenire dal gruppo di stranieri. Dice qualcosa sul fatto il Paese fa schifo, che è pieno di razzisti, che ai locali danno una paga maggiore per lo stesso lavoro e che se loro provano a far valere i loro diritti vengono mandati via, denunciati o peggio.

“O peggio”.

Le parole risuonano nella testa di Lolo quando si sveglia. Negli occhi ha stampate immagini di fuoco, sangue, terra e metallo; fotogrammi muti di una battaglia vista dall’interno. Non ricorda altro del sogno che stava vivendo prima di essere svegliato dalle urla.

È ancora notte fonda, un uomo di colore entra nel capanno strillando; porta sottobraccio il ragazzo straniero che ha litigato con il caporale. Il ragazzo si lamenta in uno stato di semi incoscienza. Ha le gambe e le braccia rotte.

Tutti gli si fanno attorno, ma nessuno parla. Nessuno osa suggerire di chiamare un’ambulanza. Si sente solo un fastidioso sussurro.

Alle spalle del gruppo, Lolo scorge l’uomo pallido della sera prima, mai in primo piano, sempre ricurvo sulla schiena per nascondersi alla vista; parla all’orecchio di uno, dell’altro e di un altro ancora: un borbottio sommesso che poco per volta diventano parole espresse dalle labbra degli inermi spettatori.

«Se l’è meritato».

«Ha sfidato il caporale».

«Doveva stare buono».

«Non si è fatto gli affari suoi».

Lolo esce dal gruppo per raggiungere la figura slavata, che in risposta alle sue attenzioni, smette di sussurrare ed esce fuori.

«Aspetta, voglio solo parlarti” dice mentre gli corre appresso.

Lo raggiunge nella radura davanti al fatiscente edificio, lo afferra per un braccio, ma ritira immediatamente la mano.

Ha sentito la manica dell’uomo cedere sotto la sua stretta, come se fosse vuoto, senza carne, né ossa.

L’uomo si gira mostrando una bocca spalancata dove non si vede nulla oltre le labbra, solo il vuoto contenuto dalla pelle biancastra. Le sue dita sono allungate, ricurve e aguzze come uncini e le agita contro Lolo con furia animalesca, lasciando a ogni assalto tagli sui vestiti e segni sanguinanti sulla carne.

Lolo scappa verso il campo di pomodori inseguito dall’uomo vuoto, alle sue spalle un fruscio inconsistente, finché non riflette sull’assurdità di quanto gli sta accadendo, a quel punto sente un altro rumore, di corsa quadrupede, di zampe felpate e forti che si aggrappano al terreno con le stesse battute del suo cuore sovraeccitato, come se fosse inseguito da un grosso cane.

Sente artiglia piantarglisi nella schiena. Non è riuscito a sfuggire all’uomo vuoto, l’unica alternativa che ha, l’unica speranza di sopravvivere, è combattere la paura che lo attanaglia e rischia di paralizzarlo e combattere. Colpire il suo aggressore è inutile, la pelle di piega e si deforma sotto i suoi colpi, solo per ritornare alla sua forma, come un pallone pieno d’aria, e a ogni pugno le dita affilate raccolgono un’offerta scarlatta.

Lolo spinge via l’uomo vuoto con tutta la forza che ha, i muscoli, spossati dalla giornata di lavoro, urlano, ma per sua fortuna l’uomo è leggero, così leggero che la spinta lo allontana di diversi metri. Il nemico atterra in piedi e Lolo fa uno scatto verso i filari; viene raggiunto e aggredito tra le piante, ma stavolta è pronto: afferra con entrambe le mani uno dei bin non ancora pieno e con un grido liberatorio lo schianta addosso all’uomo vuoto.

Il colpo getta a terra l’avversario e lo spigolo del cassone lo pianta nella terra polverosa all’altezza della vita. L’uomo vuoto continua a muoversi, agita verso Lolo le mani mentre gli soffia tutto il suo odio; si aggrappa con gli artigli e prova a trascinarsi verso di lui. Il rumore della lacerazione è orribile, suona come unghie sulla lavagna nelle orecchie di Lolo quando il corpo dell’uomo vuoto si strappa in due; la parte inferiore rimane schiacciata sotto il bin, il tronco superiore fa pochi metri trascinandosi sulle braccia, poi si affloscia e si sbriciola.

Nel giro di una manciata di secondi, dell’uomo vuoto non c’è più alcuna traccia.

Lolo rientra alla stalla, il cuore galoppa ancora e deve sedersi per riprendere a respirare regolarmente. Nessuno gli fa domande. Il ragazzo martoriato è ancora lì, è stato lasciato da solo su un materasso, non si lamenta più. Neanche Lolo fa domande.

Nino gli si siede accanto, ma non lo guarda.

«Il capo se ne occuperà domani».

«Lo ha ridotto lui così».

«Tu questo non lo sai».

«Dovremmo denunciarli».

«Qui abbiamo tutti bisogno di lavorare, chi ha famiglia, figli malati, chi tira a campare. Forse tu no e non puoi capire».

«Forse no».

Rimane seduto tutta la notte, si addormenta in quella posizione e si risveglia intontito e con l’animo anestetizzato. Lavora tutto il giorno in silenzio, non parla con nessuno, non fa caso a cosa succede attorno a lui. A sera chiede al caporale di essere accompagnato via.

Il caporale lo fa scendere alla pompa di benzina dove era stato raccolto tre giorni prima. Gli allunga una banconota da cinquanta.

«Tutti tuoi, ci ho tolto solo il passaggio all’andata e al ritorno, il vitto e l’alloggio, l’affitto dei cassoni, che ti credi, che pure io ci devo mangiare».

Lolo non dice nulla, mette i soldi in tasca e si incammina verso il borgo. Sente una scintilla di rabbia bruciargli in fondo all’anima, ma il vuoto attorno gli impedisce di divampare in un incendio.

Trova un alimentari – l’unico nell’abitato aperto dopo il tramonto – ed entra a prendere un panino e una bottiglia acqua.

“Quello che ho guadagnato – pensa Lolo mentre il cassiere conta il resto – Quanto poco vale. Quanto è costato”.

Quando esce dà tutto il suo denaro a un ragazzo che chiede le elemosine sul marciapiede.

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