L’ora della scimmia – capitolo 10

La crepa sull’intonaco del soffitto non parte dalla plafoniera del lampadario, come aveva creduto, ci passa solo a fianco, molto vicina. È così sottile che nel buio della stanza Lolo non riesce a vedere dove comincia veramente, può solo seguirla con lo sguardo mentre serpeggia attraverso la superficie orizzontale sopra di lui; un paio di volte la perde, dove la vernice si è riaccostata alla perfezione, e poi la ritrova; arriva all’intersezione con la parete alla sua sinistra e corre quasi invisibile lungo tutto lo spigolo fino alla colonna portante e lì si dissolve circa a metà altezza. Ha letto da qualche parte che le crepe perpendicolari sono le più pericolose dal punto di vista strutturale. Forse erano quelle oblique, non ricorda, non è neanche molto importante, perché quello che teme possa crollargli addosso non è il soffitto di una stanza d’albergo al secondo piano, sebbene porti dei segni poco rassicuranti, bensì una struttura che ha scoperto di recente essere ben più fragile: il castello delle sue relazioni. Inclinate le une addosso alle altre in attesa che qualcuno batta il palmo sul tavolo.

È la prima volta che si ferma a riflettere da quando ha lasciato il campo – da molto prima in realtà – e non è neanche merito suo.

Dopo cena si è sdraiato sul letto, togliendosi solo le scarpe, con le mani incrociate dietro la nuca e ha cercato di sgomberare la testa da quello che gli aveva detto Maria. E chiaramente è l’unica cosa cui riuscito a pensare, almeno l’inizio. Sta scappando anche lei e non sa dove andare. Questo li accomuna. Maria ha una destinazione, una sorella vicino alla capitale, ma è solo una meta apparente, perché non hai idea di cosa succederà una volta raggiunta.

Nessuno dei due ha un piano eppure la storia di Maria è molto diversa dalla sua: non scappa da qualcosa che ha fatto, ma da qualcosa che le hanno fatto; se ha commesso un errore è stato quello di dare troppo, non di prendere indebitamente: è la vittima, anche se non lo ha detto.

Vittima di un “amore eccessivo”; così lo ha definito e Lolo è certo che fosse sincera; Maria crede davvero che quello fosse amore.

Quando il suo compagno, il suo capo al lavoro, aveva cominciato a darle ordine anche fuori dall’ufficio lei era stata felice che qualcuno si preoccupasse di lei, le piaceva far parte della vita di qualcun altro, come il lavoro, gli amici, lo sport ecc. E in quel senso ne faceva parte; mai presentata ufficialmente come compagna o fidanzata, ma sempre presente, lei andava dove andava lui o non andava, lui andava dove voleva. Maria non se l’era mai cavata nel mondo e con la gente, lui invece le sembrava sapesse sempre cosa fare e come comportarsi: era giusto che decidesse lui per tutte e due.

Questa sua disinvoltura però è tutta superficiale, Maria se n’è accorta presto: una specie di corazza per nascondere le sue fragilità ed è del bambino dentro l’uomo che lei si è innamorata.

Un bambino insicuro e capriccioso che le vuole bene, anche se non ha mai imparato a farlo nel modo giusto.

Un bambino geloso che ha bisogno di lei e per questo vuole sapere sempre cosa fa e dov’è, e deve controllare che lei non la abbandoni. E lei come potrebbe mai abbandonarlo? Lei, che ormai ha compreso così bene le sue debolezze. Dove tutti gli altri vedono solo arroganza, lei vede una richiesta d’affetto; dove gli altri tollerano un carattere prepotente in virtù della sua simpatia, lei accetta la complessità generata dalla sua richiesta di attenzioni.

Lei sa che un giorno riuscirà a portare in primo piano la profonda dolcezza di cui lui è capace e che solo lei ha sperimentato. Un giorno, se riuscirà a resistere. Di ciò è sicura, solo che a volte le difficoltà e le resistenze sono sembrate eccessive. Molte volte, quando pensava di aver conquistato appieno la sua fiducia, di aver aperto uno spiraglio nel suo cuore, ha fatto un passo falso, è stata troppo invadente, troppo pretenziosa e lui si è chiuso ed è andato in difesa.

«Non sono state le offese a fare più male, sai? – gli aveva detto Maria – E neanche le urla o gli schiaffi. Quelle sono solo manifestazione esteriori del bambino spaventato. No, è la solitudine. La cosa più terribile è che tutti quelli che credevo amici, quei pochi, invece di sostenermi hanno preferito giudicare la mia relazione “sconveniente”, era più facile, e se ne sono andati per la loro strada. Non hanno capito che solo dall’impegno e dalla perseveranza nascono le cose importanti.

«Forse però avevano ragione loro. Non sono resistente come credevo.

«Quando mi hai trovato, con la macchina ferma, me ne ero andata da poco. Avevo pensato tante volte di farlo, di andarmene e di lasciarlo, ma ero sempre stata più forte.

«Quella sera, invece, ho ceduto. Stavamo litigando perché avevo letto dei messaggi che gli aveva mandato un’altra ragazza che lavora sempre con noi, una stronza. Ho dato di matto e lui mi ha dato uno schiaffo per farmi calmare, stavo andando in apnea tanto urlavo, e ho messo male la faccia, non lo so, insomma ha cominciato a uscire sangue dal naso. Lui non voleva farmi del male, ma io mi sono spaventata. Mi ha abbracciato per consolarmi e quando è andato in bagno a prendere una salvietta sono scappata».

«Hai fatto bene» le aveva detto Lolo.

Una frase stupida, se ne rendeva conto mentre la diceva, ma anche l’unica che gli era venuta in mente. Il racconto di Maria l’aveva destabilizzato. Anche tra i nomadi succedevano cose del genere, alcuni uomini erano severi con le mogli e con i figli, e nessuna donna si sarebbe mai sognata di venire meno ai propri doveri familiari per questo. Aveva sempre pensato, però, che fosse una cosa accettabile lì, in quel contesto, tra la loro gente, dove le famiglie erano i pilastri che reggevano una comunità e una cultura. Fuori dal campo che senso aveva? La gente era libera e sciocca – così gli dicevano i saggi – e poteva fare quello che voleva, le famiglie non andavano più di moda e tutti facevano l’amore con tutti. Perché rimanere con qualcuno che ti fa soffrire? Se ne sarebbe dovuta andare molto tempo prima.

Solo che Maria non era d’accordo.

«No, non ho fatto bene – aveva risposto tra le lacrime – Ho mandato tutto a puttane. Me ne sono andata e per una stronzata ho perso l’unico uomo che mi abbia mai amato, con cui sia mai stata felice. Capisci?»

Di fronte allo sguardo lucido della ragazza aveva annuito, ovviamente, anche se in realtà non aveva capito. Quello che aveva sentito gli pareva tutto sbagliato e lo faceva sentire a disagio.

Aveva comunque finito per accettare la proposta di Maria di offrirgli una camera d’albergo per quella notte, avrebbero dormito in camere adiacenti, così lei non sarebbe stata da sola, non se la sentiva, e lui era finito a meditare sopra il letto.

Non è la sua storia. Non sono neanche affari suoi; Maria l’ha appena conosciuta e non è certo il più adatto a darle dei consigli di vita, figurarsi risolvere la situazione. Anzi, l’esperienza della ragazza gli ha confermato la facilità con cui si rischia di farsi male a giocare con i sentimenti.

Farsi e fare del male. Tutto sembra solido, chiaro, uniforme, come una parete bianca, poi una piccola scossa fa aprire una crepa nell’intonaco, non si sa esattamente quando e dove, la crepa si allunga e si allarga, si ramifica e l’intera facciata rischia di crollare, rivelando al di sotto un muro che non è fatto di mattoni squadrati disposti a regola d’arte, bensì da ciottoli dalle forme e dalle dimensioni diverse, cementati con dubbi, paure e pochi affetti.

Mentre questa immagine mentale si dissolve nel ricordo dei suoi di affetti – Bato, Rasnia e altri amici del campo nomadi – Lolo scorge un guizzo nello specchio appeso pochi metri oltre ai piedi.

La superficie riflettente ha catturato un movimento.

“Impossibile” è la prima impressione di Lolo.

La stanza è piccola e la testiera del letto è attaccata al muro, quindi nessuno può essere passato dietro di lui. Forse si è trattato solo di una variazione di luce.

“Una macchina con i fari alti, giù in strada”.

Non è sicuro che possa trattarsi di una spiegazione coerente, tanto più che le imposte della finestra sono chiuse. Così alla fine è la curiosità a farlo alzare e farlo andare di fronte allo specchio, dove il riflesso – quello di cui ha percepito lo spostamento – è fermo ad aspettarlo.

Non è una figura indipendente: fa tutto quello che fa lui, segue ogni suo movimento; semplicemente era già pronto per quel momento, preparato al confronto prima ancora che Lolo fosse consapevole che un confronto era necessario. Confronto con se stesso, anche se la sagoma che vede riflessa, scura, indistinta nell’oscurità, non è la sua: appartiene a una persona imponente, dai muscoli frementi, di portamento solido e fiero. Non è il riflesso che è abituato a vedere, non lo riconosce come suo, eppure non pensa mai che possa esserci qualcun altro nella stanza – stanza che nelle sue percezioni si è espansa a dismisura – e non si allarma per la particolarità della situazione. Non ne ha comunque il tempo.

Rumori secchi in rapida successione provenienti dall’altra parte del muro lo fanno sobbalzare.

Apre gli occhi e con la vista appannata dal sonno riconosce se stesso nello specchio.

“Merda, ora sono anche sonnambulo”.

La camera è tornata a essere quella piccola e logora di un alberghetto fuori mano; adiacente a quella di Maria.

Nella stanza della ragazza, la porta viene chiusa, piano, ma Lolo è allerta e ha buone orecchie. Pochi secondi di silenzio, poi la voce di Maria. Non capisce cosa dice, percepisce però agitazione nell’inflessione parole.

“Se avesse qualche problema serio urlerebbe”.

La razionale ovvietà del pensiero non mitica quel fremito di nervosismo che non lo fa smettere di spostare il peso da un piede all’altro.

“Meglio controllare” decide poco dopo.

Esce nel pianerottolo e con passo felpato si avvicina alla porta accanto.

«…lo so, lo so, non ci ho pensato abbastanza…»

Maria non sta pregando; era una delle ipotesi.

«Ma di questa cosa prima o poi dovevamo parlarne, no?»

Forse sta parlando al telefono con la sorella.

«Non c’è proprio un cazzo di cui parlare».

Una voce maschile, sgarbata. Maria non è al telefono: c’è un uomo con lei.

«Lasciami andare. Lasciami ho detto, mi fai male!»

La ragazza alza la voce, ma né il tono, né il volume sembrano a Lolo quelli di chi subisce un aggressione nel cuore della notte.

«Non ti lascio! – replica l’altra voce urlando – E lo devi capire che nemmeno tu lasci me!»

Tre colpi decisi dati con il pugno chiuso.

Lolo è stupito quanto i due nella stanza di aver bussato. Guarda la sua mano alzata e la ritira dietro la schiena, poi fissa la porta in attesa che al di là qualcosa gli dica se è stato un errore o meno.

«Chi cazzo è?» chiede l’uomo.

«Non lo so, fammi andare a vedere» risponde Maria

«Tu non vai da nessuna parte!»

Al gemito di dolore della ragazza Lolo rientra di corsa nella sua stanza, spalanca la finestra e si sporge fuori con tutto il torso: anche la finestra della camera a fianco è aperta, le ante sono state solo accostate. Con movimenti rapidi e precisi si siede sul davanzale, poi si gira sull’addome e appoggia la punta dei piedi sullo stretto cornicione poco più in basso. Un respiro lento, fuori l’aria, e un piccolo balzo indietro nel vuoto. Cade per la sua altezza parallelo alla facciata esterna dell’albergo, a pochi centimetri, e si aggrappa con le dita al cornicione. Così appeso si muove a forza di braccia lungo la sporgenza fin sotto la finestra della camera di Maria, si issa sulle mani, spinge con un piede sul cornicione e si mette in piedi aggrappandosi al davanzale.

I due litiganti non si accorgono neanche quando Lolo apre a finestra e li guarda.

Maria è seduta sul bordo del letto con la schiena arcuata all’indietro, il volto reclinato di lato sulla spalla, gli occhi chiusi, la bocca serrata, i muscoli tesi in preparazione di quello che accadrà, un braccio bloccato nella presa ferrea del uomo ben vestito che le è di fronte, in piedi, con la faccia rabbiosa abbassata su di lei, l’altra mano aperta, alzata sopra la testa, pronta a colpire.

Puntellandosi con i palmi sul davanzale, Lolo balza dentro con i piedi in avanti e con due falcate copre la distanza che lo separa dall’uomo prima che possa muoversi.

Gli si butta addosso di peso e lo spinge lontano da Maria. Non gli dà tempo di parlare, non gli permette di chiedere nulla, di giustificarsi in alcun modo, non vuole sentire le sue bugie, gli dà un pugno sul naso e al basso ventre, quando si china in avanti per il dolore lo colpisce al mento e all’occhio, poi una raffica allo sterno che gli fa scricchiolare le costole. L’uomo alza le braccia davanti al volto per difendersi, ma Lolo continua ad accanirsi, pugno dopo pugno lo piega e quando non può andare più in basso lo mando a terra con un calcio.

Quand’è l’ultima volta che si è sentito così bene?

Il pensiero e la vergogna che ne segue ha un effetto calmante sulla sua foga  e dà il tempo alla sua vittima di ritratti strisciando sulla schiena con l’espressione terrorizzata sul volto tumefatto e sanguinante.

«Basta, fermati!» urla di nuovo Maria mentre si stringe sul uomo a terra per difenderlo.

Lolo si rende conto che solo ora riesci a sentire le suppliche della ragazza.

«Ti stava per picchiare…» le dice.

«Basta, ti prego».

Maria parla tra le lacrime e accarezza la guancia del compagno sotto shock.

«Volevo solo aiutarti».

«Basta…»

Le altre parole si perdono tra i singhiozzi e Lolo fa un passo verso di loro.

«Così non te le libererai mai. Continuerà a farti del male».

«Non è così».

Maria è sincera, Lolo lo capisce, ma ha la sua ragione da vendere e lo fa alzando la voce.

«Sì che è così! Tu scapperai ancora e lui tornerà a prenderti!»

«L’ho chiamato io!» strilla anche lei.

«L’ho chiamato io» ripete con tono più moderato.

Lolo scuote la testa, incapace di credere alla verità assurda di quelle parole.

«Sono stata io a chiedergli di venire da me».

«Perché, Maria? Ce la potevi fare…»

Maria non risponde, piange e abbraccia l’uomo che a sua volta l’abbraccia e nasconde la faccia nel suo petto.

«Per favore – gli dice alla fine – vai via».

Lolo esce dalla porta senza voltarsi e torna nella sua stanza. Ha la testa così piena di pensieri da sentirla vuota. Ogni idea, ogni giudizio, ogni possibile reazione, tutto è ovattato da uno strato informe di incomprensione.

Quando tira fuori dalla tasca la chiave della camera vede le tue mani sporche di sangue. Entra si lava le mani e rimette le scarpe, prende la sacca con le sue poche cose e se ne va, lasciando la porta aperta dietro di sé.

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