L’ora della scimmia – capitolo 9

Il container è addobbato come per una festa: fiori e strisce di stoffa pendono da catene fatte con anelli di carta colorata appese alle pareti interne e trecce di nastri lucidi incorniciano le finestre. La porta è tenuta aperta da un grosso vaso con un alberello di mandarino per consentire l’accesso all’ambiente principale, dove i piccoli ospiti possono trovare ciotole piene di dolci, caramelle, frutta secca, oltre che caraffe di latte, the leggero, succo e acqua.

“Dare nelle mani dei bambini”. L’espressione ritorna alla mente di Rasnia mentre dà due grossi biscotti di riso al figlio di Simòn. La tradizione dei nomadi vuole che la veglia funebre sia vissuta con la gioia che il defunto ha portato nel mondo, per contrastare la tristezza la sciata dalla sua assenza. Per questo motivo si offrono cose buone da mangiare e da bere ai più giovani, che vengono a portare un saluto accompagnati dai loro genitori prima del rito funebre vero e proprio. Per lo più è onere delle ragazze come lei occuparsi di questa incombenza, infatti Rasnia se ne è voluta occupare personalmente ed è in compagnia di Sella e Guenda, vestite per il lutto con una gonna nera, un velo sulla testa dello stesso colore e una camicia bianca e vaporosa. Il foulard annodato sui fianchi invece è colorato – rispettivamente di rosso, di verde e di azzurro per le tre ragazze – con ricami astratti infilo dorato per richiamare vistosi gioielli che ornano mani, collo e orecchie.

Rasnia sente una manina tirarle la stoffa all’altezza delle cosce e si piega in avanti.

«Cosa c’è Corinna?» chiede alla bimba aggrappata al suo foulard.

«Non piangere – le dice la piccola – la mamma ha detto che Bato ci guarda lo stesso anche se è morto».

«Corinna, ma che dici» interviene subito il padre imbarazzato.

Ma Rasnia si inginocchia senza dare peso al rimprovero dell’uomo e si porta faccia a faccia con la bimba.

«Vedi, tesoro, sono triste perché vorrei che il mio papà fosse ancora qui con me, proprio in questo momento e in questo punto, per poterlo abbracciare, però sono anche felice perché tu sei qui e posso abbracciare te».

Avvolta dall’abbraccio della ragazza, Corinna ride, un po’ pensando si tratti di un gioco, un po’ per l’imbarazzo, che un attimo dopo la fa correre alla gamba del padre.

Quando si rimette in piedi, anche Rasnia si sente meglio, più leggera. Almeno finché non vede Pletra sulla porta che la fissa.

«È ora di andare» le dice.

Lei saluta con un cenno Sella e Guenda e segue la donna fuori dal container.

Viene condotta al centro del campo dove,nella piazzola tra le roulotte, è stata sistemata sopra due cavalletti la barra contenente il corpo di Bato. Di fianco alla lunga cassa di legno scuro sono poggiate due grandi corone di fiori variopinti, senza scritte. Sono un omaggio dei membri del kriss al vecchio capo,non c’è bisogno di specificarlo.

Sono presenti praticamente tutti gli adulti del campo, tutti quelli che non sono fuori Città per lavoro o che non devono badare ai bambini. Alcune donne preparano il caffè su fuochi all’aperto e lo versano in grosse tazze a chi lo richiede. Anche se alcuni preferiscono gli alcolici. Altre donne, le più anziane, stanno ultimando la sardara, una specie di arazzo lungo e stretto ricamato con le immagini del defunto, che verrà poi messo sopra la bara al posto del coperchio.

Quando passa, tutti la salutano e le rivolgono gesti e parole di cordoglio; anche l’agente Landi. La polizia è presente con due macchine e cinque agenti in tutto; ufficialmente sono lì per evitare che durante la cerimonia funebre qualche malintenzionato interno o esterno possa intervenire in modo inopportuno scatenando altri episodi di violenza. Se ci sono altri motivi dietro, a Rasnia non interessa.

Si avvicina quasi con timore al padre,circondato dagli altri membri del kriss: è stato pulito e vestito con un abito elegante nuovo e profumato. Viene investita dall’odore di acqua di colonia da uomo, quella di sempre, quella perle occasioni importanti; ha sempre pensato che Bato avesse quel profumo quando sposò sua madre.

«Tocca a te» le dice Lido accarezzandole la spalla.

Tocca a lei chiudere la vestizione in quanto parente più prossima. Prende i due estremi della fascia arancione posta sotto la schiena di Bato e li incrocia sulla pancia, li gira, li passa uno sotto l’altro per stringere la stoffa intorno ai fianchi e fissarla con un nodo doppio i cui lembi ricadano sul lato destro, come prevede la tradizione per i capi.

Non appena terminato, una musica triste si diffonde per il campo e accompagna i movimenti solenni delle giovani mentre si incamminano portando sotto un braccio delle ceste contenenti fiori di campo,che gettano a manciate sulla strada percorsa. La sardara viene posta con cura sopra la bara che viene poi sollevata dagli uomini del kriss e portata a spalla lungo il sentiero cosparso di fiori, preceduta dalle corone floreali. Al seguito si forma un corteo con tutti gli altri nomadi, chiuso dalla banda.

La processione funebre segue il perimetro esterno del campo e raggiunge lentamente lo spiazzo dove di solito vengono tenute le giostre inattive, dove di recente è stato appiccato l’incendio. Al centro dell’area di erba bruciata e secca è stata portata la roulotte di Bato,così come era il suo ultimo giorno di vita.

Il feretro viene deposto con cura e solennità dentro la piccola abitazione, poi sono i portantini stessi a lasciare per primi i loro omaggi presi dalle mani delle mogli e messi accanto alla bara.Cose gradite a Bato quando era vivo: una bottiglia di vino rosso forte, una teglia di carne d’agnello, un libro di storie antiche, un paio di guantoni da pugilato e così via. In ordine di rilevanza sociale e di anzianità, ognuno porta il suo omaggio materiale al capo defunto. Solo la famiglia stretta, in questo caso Rasnia, non lascia nulla, poiché ha già rinunciato a tutti gli averi del morto: tutte le sue cose periranno con lui, non c’è eredità se non nel ricordo e negli insegnamenti. Solo i beni rilevanti per la comunità, quindi le giostre, rimangono ai familiari, anche se probabilmente Rasnia deciderà di farle amministrare a qualcun altro – questo è il pensiero comune del campo,nonché l’usanza – , forse la famiglia del giovane nomade che vorrà sposare.

Dopo gli omaggi, un lungo silenzio accompagna la notte mentre le anziane distribuiscono una tazzina di caffè a ciascuno.

Tama interrompe le riflessioni in cui sono assorti i presenti versando in terra una goccia di caffè; ripete il gesto altre due volte, imitata dal corteo. Tre gocce scure cadono ai piedi di ognuno e intridono il terreno.

«Vasu mule!» dice Tama.

Alla formula rituale risponde il coro.

«Fuoco ai morti!»

«Fuoco ai morti» recita per ultima Rasnia.

Il fuoco si fa largo tra i convenuti al termine di una lunga torcia tenuta da Manolo. L’uomo aizza le fiamme sotto la roulotte, dove da legna e sterpaglie imbevute di benzina divampa in pochi secondi un incendio che assale le pareti e l’interno della roulotte trasformandola in una pira funebre.

L’ultimo saluto di Bato è uno spettacolo di vampe scarlatte alte più di tre metri e di ombre che danzano selvagge. Per quasi un’ora tutti, nomadi e non, rimangono in silenzio a osservare due mondi che si incontrano e si danno battaglia, poi, quando l’incendio comincia a scemare ed è chiaro che la notte avrà la meglio sul fuoco, piano piano, da soli o in piccoli gruppi, gli abitanti del campo fanno ritorno alle loro abitazioni.

Se ne va anche la polizia, chiudendo entrambi gli occhi sul divieto di accendere fiamme libere.

Rimangono solo i membri del kriss e, un passo avanti, di fronte alla porta della roulotte in fiamme, Rasnia, che si sforza di non chiudere gli occhi nonostante il calore e la cenere nell’aria. In un istante ben preciso si rende conto che suo padre non è più lì, non è più con lei e non è più neanche tra i resti carbonizzati della sua vecchia casa; non è neppure nei filamenti di fumo nero che salgono in cielo per dissolversi. Si gira verso i saggi del campo e sorride.

«È andato – dice – possiamo andare anche noi».

I capifamiglia si guardano tra loro, ma è Tama a parlare per tutti.

«Non ancora, Rasnia, non è ancora il momento».

Il sorriso sparisce dal volto della giovane.

«Non ci trattiene più nulla» dice con serietà quasi minacciosa.

«Prima dell’aggressione al campo – continuala vecchia – il kriss è stato chiamato a decidere le sorti di Lolo per quanto è accusato di aver fatto».

«Questo non ha nulla a che fare con mio padre».

Rasnia prova ad allontanarsi con un moto stizzito, ma viene trattenuta da Tama per il polso.

«È l’ultima cosa che ci ha detto di fare Bato, sono le sue ultime volontà».

«E allora decidete! – urla lei liberandosi dalla presa con uno strattone – Io cosa c’entro?»

«Il kriss aveva già deciso. Non l’avevamo ancora comunicato a Bato, ma era intenzione di tutti noi allontanare Lolo dal campo».

«Arrivate tardi. Se n’è andato».

Il sorriso vorrebbe essere di sfida, ma si rende conto che il risultato è patetico e offre una crepa nella sua difesa preventiva di cui Tama approfitta.

«Hai ragione, bambina mia, è proprio questo il punto. Bato era saggio e, d’accordo o meno, avrebbe accettato la nostra decisione: avremmo mandato via Lolo per proteggere la nostra comunità,per evitare che le accuse sui suoi comportamenti sconsiderati avessero conseguenze tragiche su qualcun altro. Su un innocente. Ma non abbiamo fatto in tempo. Siamo arrivati tardi, proprio come hai detto tu».

Rasnia tace, il tempo di fissare in volto uno a uno gli adulti davanti a lei: Manolo, Auro Lido, Saria, Pletra. Affrontai loro sguardi passivi e torna a rivolgersi alla vecchia.

«Lolo non è responsabile della morte di mio padre. Non più di quanto noi tutti siamo responsabili per la diffidenza e l’odio nei confronti dei nomadi. Questo ha ucciso mio padre».

«Violenza chiama violenza. La morte chiamala morte. Bato è stato ucciso perché Lolo è ritenuto responsabile di un omicidio».

«Lolo non è un assassino!»

«Scoprilo».

Rasnia scuote la testa, non comprende l’invito della donna.

«Sei la persona che ha sofferto di più per questa vicenda, solo a te spetta l’assoluzione o la giusta vendetta; è giusto che sia tu a scoprire cosa è realmente successo. La verità è un tuo diritto.Alcune cose sono cambiate e molte altre cambieranno, ma ricorda, la verità è un diritto che nessuno potrà mai negarti. Il krissti investe del mandato di trovare Lolo».

«Lolo è innocente» dice Rasnia con voce tremante.

«Trovalo. E chiedilo a lui».

«Non voglio…» le lacrime brillano di riflessi rossastri sulle guance in ombra.

«Lo so, bambina mia, vorrei proteggerti dalla verità, ma stavolta non posso. È stato deciso, se non sarai tu, andrà qualcun altro a prenderlo e non chiederà alcuna giustificazione».

«Lui è innocente, lo sento».

«Lui è stato qui, Rasnia, e se n’è andato. È scappato».

«Non ti credo».

Auro fa un passo avanti e le mostra un sacchetto di plastica trasparente all’interno del quale c’è un mattone sporco di un liquido rappreso.

Il cuore di Rasnia perde un battito.

«Posso proteggerlo dalla legge degli uomini – dice Tama – ma non dal giudizio divino. Devi scoprire la verità».

Succube delle parole di Tama che le si confondono nella testa in un misto di intenzioni e di emozioni, quasi in trance, Rasnia obbedisce senza ribellarsi a quanto le viene indicato di fare.

Tama le prende la mano e le incide un profondo taglio obliquo per tutta la lunghezza del palmo. Usa un coltello a serramanico, quello che ha estratto dal tronco dell’albero nella radura la notte dell’aggressione al campo; è ancora sporco del sangue di Lolo.

Rasnia pensa che non fa male come dovrebbe e osserva con attenzione mentre Saria le benda la ferita con una striscia della sardara che ricopriva il cadavere di Bato.

Nel frattempo, Tama prende tra le dita una spilla che Rania riconosce immediatamente: quella con il fiordaliso che le ha regalato Lolo. Dovrebbe chiedersi perché ce l’ha lei, lo sente come un formicolio alla base della nuca, ma il fastidio non sboccia in sospetto coerente, poiché la sua ragione è avvolta e rapita ancora una volta dalle parole che escono dalle labbra grinzose e che le suggeriscono cosa pensare.

«Il tuo cuore è stato ferito due volte: dal tradimento e dalla perdita».

Tama le appunta la spilla fiordaliso sul petto, nella carne, all’altezza del cuore. Rasnia sente una fitta di dolore della durata di un istante e una stilla di sangue correrle sulla pelle. Nulla più, un’indolenza anestetizzante la pervade.

«Se è stato lui, che cosa devo fare?» chiede.

«Col cuore sanguinante colpirai al cuore» è la risposta, parte integrante del rituale fin dall’inizio.

Lido le consegna la pistola con cui è stato ucciso Bato.

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