L’ora della scimmia – capitolo 8

«Domani?!»

Dal piccolo parcheggio annesso, Lolo sente Maria lamentarsi ad alta voce con il gestore dell’officina. In effetti quando avevano portato l’automobile si sarebbe aspettato una soluzione più rapida. Non un “battibaleno” come aveva detto per rassicurare Maria, ma neanche un giorno intero.

«Come sarebbe a dire domani?» insiste la ragazza.

Nel frattempo Lolo continua a giocherellare con una lattina accartocciata dandole colpetti con la punta dei piedi e si avvicina all’entrata.

«Domani a tarda mattina, signora» è la risposta pacata del meccanico

«Signorina – puntualizza lei – ed è un sacco di tempo!»

«E lo so, signora, ma questa macchina c’ha un sacco di problemi» dice l’uomo senza scomporsi.

Lolo sorride per la risposta arguta mentre passeggia avanti e indietro davanti alla rampa d’ingresso.

«Signorina! – ribadisce ancora Maria – E lo so pure io che la macchina ha qualche problemino, ma lei non potrebbe, tipo, sbrigarsi? Le pago il disturbo, davvero».

«No no, signora, così mi mette in imbarazzo; io la credo, ma ci ho bisogno dei pezzi per aggiustarcela, la macchina, e quelli me li mandano domattina. Io questo posso fare, sennò deve vedere se riesce a pagarsi un santo che le fa il miracolo».

«Guardi, lasci stare il miracolo – dice Maria con tono disilluso – sarebbero soldi spesi male. Proceda con i ricambi. Le lascio il mio numero, non appena è pronta mi chiami, per favore».

«Ci conti, signora».

«Eh… arrivederci».

Lolo smette di passeggiare e aspetta di vedere Maria uscire dall’officina per andarle incontro.

«Allora?» le chiede.

«E allora “batti baleno” un c… Mmm, non farmi parlare. Me la ridanno domani».

«Sì, ho sentito».

Maria gesticola camminando verso l’uscita del parcheggio.

«Ho alzato un po’ la voce, ma pensavo che quel tipo volesse fregarmi. Sai com’è, vedi una donna sola, in compagnia di un ragazzetto… Questi se ne approfittano».

«Questi chi?»

Lei alza il sopracciglio e fa una smorfia di disappunto con la bocca.

«Eri più simpatico quando aggiustavi il motore».

Lolo fa spallucce.

«E tu quando avevi un’auto che funzionava. Adesso cosa hai intenzione di fare?»

«Non lo so, non riesco a pensare lucidamente a stomaco vuoto».

«Allora ti consiglio di dedicarti al pranzo».

Fuori dal cancello, il ragazzo indica la vetrina di un locale dall’altra parte della piazzetta in cui sono sbucati.

«Lo vedi quello?»

Maria annuisce con aria piuttosto insoddisfatta dall’aspetto spartano del ristorante.

«Mi sono affacciato prima – prosegue lui – Secondo me si mangia bene e si spende poco».

«E tu come lo sai? Ci sei già stato?»

«Mai, ma l’ho chiesto al proprietario, almeno credo che fosse lui, mi è sembrato onesto».

Maria lo guarda perplessa.

«Hai chiesto al proprietario se nel suo locale ci fosse un buon rapporto qualità-prezzo?»

«Me lo ha garantito».

«Ci credo… Va bene, non ho neanche voglia di pensare a un’alternativa».

Lolo porge in avanti la mano aperta.

«Allora ti saluto».

«Eh?»

«Io proseguo a piedi, grazie per il passaggio».

«Ma scusa, non vieni a mangiare? E poi non mi è sembrato che avessi tutta questa fretta».

«Non ce l’ho, in effetti, ma non ho neanche i soldi per andare in un ristorante».

«Uhm, capisco. Senti, facciamo una cosa: se tu non mi avessi aiutata, prima, con il coso, il radiatore, sarei finita sempre qui, ma avrei dovuto chiamare un carro attrezzi, quindi sono in debito con te e penso che un pranzo sia il minimo per sdebitarmi».

Lolo ci pensa su un attimo, poi scuote la testa.

«No, veramente, non mi devi nulla».

«Ok, ma non voglio mangiare da sola. Insomma… preferirei stare in compagnia».

“È sincera” pensa Lolo.

Non ha dubbi, così come è certo che si tratti di poche parole messe davanti a un discorso molto più ampio.

«Beh, se posso farti un favore – risponde alla fine – allora accetto il tuo invito».

Il volto di Maria si distende in un accenno di sorriso.

***

«Devo dartene atto – dice Maria svuotando nel calice il fondo della bottiglia di vino – Era all’altezza delle aspettative».

Lolo annuisce risucchiando l’ultimo spaghetto che ha nel piatto.

«Tutto a posto, signori?» chiede Erasmo, il proprietario del locale.

Li ha seguiti durante tutto il pranzo come ospiti d’onore; spontaneo e cortese, non ha voluto sentire ragioni: ha dato loro un’occhiata e ha stabilito il menù di cui avevano bisogno, sempre a prezzo fisso per primo, secondo, contorno e acqua o vino.

«Tutto fantastico, davvero» risponde Maria.

«Un liquore lo volete? Omaggio della casa».

«Lei è troppo gentile, ma no, no; se bevo ancora mi prendono per alcolizzata».

«Eeehh, signorina… Un caffè almeno ve lo fate offrire?»

«Quello sì, volentieri. L’ho già detto, ma lei è molto molto gentile».

«Dovere, signorina».

Il gestore guarda verso Lolo, che sta ancora masticando e risponde alzando la mano.

Maria si lascia andare sullo schienale della sedia con un sospiro di soddisfazione.

«Aah, che mangiata».

Lolo svuota il bicchiere d’acqua prima di commentare.

«Sì, niente male».

La ragazza si sporge in avanti, poggia i gomiti sul tavolo e lo fissa con gli occhi stretti.

«Tu non me la racconti giusta».

«Perché?»

«Eri già stato qui, dimmi la verità, sapevi che ci avrebbero trattato bene».

«No, te l’ho detto, ho solo chiesto. Ho le orecchie grandi io – le muove entrambe – Se qualcuno dice cavolate me ne accorgo subito».

La piccola esibizione del ragazzo strappa a Maria un’espressione divertita e sorpresa, che è ancora stampata sul suo viso quando Erasmo torna con i caffè.

Lo bevono senza parlare, ognuno immerso con i pensieri dentro la propria tazzina.

I pensieri di Maria vengono distratti ben presto dal brusio di sottofondo proveniente dai pochi tavoli nella sala e poi si focalizzano sull’unica voce stabile, quella della televisione.

Il volto pulito e abbronzato in primo piano è quello di Giano Mahir: i capelli brizzolati, la barba curata, lo sguardo intenso. Padroneggia la scena mettendo nettamente in secondo piano la conduttrice del programma di approfondimento.

«Ti ringrazio per la domanda – dice il politico – Non credo sia possibile esprimere altro che disappunto per quanto è successo. Vivo il disagio attuale, come lo vivono tutti i cittadini, ma è proprio da cittadino, oltre che da esponente di un movimento, che mi dissocio in tutto e per tutto da questa aggressione, non c’è altro modo di definirla, un gesto che, purtroppo, temo possa non rimanere isolato. E mi stupisce come da altre forze di maggioranza e opposizione non si sa ancora giunta nessuna ferma accusa di quanto accaduto».

«Però mi scusi, Giano – la giornalista si inserisce in una pausa del discorso – A lei non sembra che la situazione sia un po’ confusa? Lei sarebbe tranquillo nel dire ai nostri telespettatori di accusare gli uni piuttosto che gli altri, quando le vittime sono da ambo le parti?»

L’espressione di Mahir si incupisce e l’uomo ritarda la risposta di alcuni secondi.

«Confusa, dici? Sì, penso che la situazione sia molto confusa, a livelli drammatici. E nel dirti che è una confusione pianificata, per ora, posso solo dare voce a un sospetto ed è la voce di molti. Ma di sicuro, il gesto criminale di un gruppo senza legami con la società, come viene spacciato, è l’eco dei lamenti di moltissimi cittadini esasperati, ripeto e-sa-spe-ra-ti. E facciamo attenzione a vedere la causa di tutto questo nel singolo gesto di un criminale; i motivi vanno trovati in un disagio reale e diffuso, provocato dalla politica cieca con cui i vecchi partiti rovinano il Paese da oltre vent’anni».

Lolo finisce di bere il caffè e osserva i fondi depositarsi sulla ceramica bianca in forme mutevoli. “Quindi secondo lei – prosegue la giornalista – il nomade che avrebbe ucciso l’agente di polizia, prima, e, si pensa, tre degli aggressori del campo, dopo, non avrebbe alcuna responsabilità?»

I fondi di caffè assumono la forma di un volto grottesco, uno di quei mascheroni del teatro antico, con la bocca larga è aperta in una smorfia, che in base a come li si guarda sembrano stiano piangendo o ridendo, comunque in modo eccessivo.

Secondo te può avere la responsabilità di milioni di cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà? Ha la responsabilità di ciò che ha fatto ed esiste un sistema penale per fargliene pagare le conseguenze. Per tutto il resto è solo un capro espiatorio, utile a distrarci e a metterci gli uni contro gli altri. Io invito tutti, non solo alla calma, ma alla solidarietà, verso le famiglie dei nostri agenti che rischiano, e purtroppo a volte perdono, la vita per la nostra sicurezza, ma anche verso tutte le minoranze etniche sociali e religiose di ogni tipo”.

«A tale proposito, cosa ne pensa della proposta di sfollamento del campo nomadi di Fondovalle?»

La maschera si scioglie, i residui scuri si raccolgono e scivolano sul fondo della tazzina.

«Sono contento. E non mi riferisco alle illazioni che vogliono il campo come luogo di legge alternativa e fuori dal controllo delle forze dell’ordine; è una questione di responsabilità civica. A quelle persone bisogna dare delle case decenti e una reale possibilità di integrazione. Questa è la verità».

Un fischio acuto penetra le orecchie di Lolo fino al timpano interno; la distorsione acustica proviene dalla televisione, ma nessuno degli altri clienti ne sembra disturbato, anzi, molti guardano con interesse le riprese in esterno del servizio che è appena partito: una ragazza dalla carnagione olivastra e i capelli nerissimi fermata appena fuori dalla centrale di polizia.

«Tenuta in stato di fermo, non ha voluto rilasciare dichiarazioni, la giovane figlia del capo riconosciuto dell’accampamento nomade…»

«Rasnia» dice Lolo a voce più alta di quanto avrebbe voluto.

Maria si gira verso di lui; il suo sguardo sconvolto è inquinato da una sfumatura di paura.

«…che ricordiamo essere stato, tra i nomadi, l’unica v…»

«Sei tu!»

L’esclamazione copre la voce narrante del servizio e attira l’attenzione dei presenti sulla giovane donna che si alza e indietreggia lentamente, tenendo sempre d’occhio Lolo, come se fosse una minaccia immediata.

«Maria, calmati, per favore» le dice il ragazzo guardandosi attorno con preoccupazione.

«Nonono! Non ti permettere!» dice puntandogli il dito contro.

«Se ti metti seduta, posso spiegarti» prova a calmarla.

«Non voglio spiegazioni!»

«Fidati di me, ti prego».

«Non dirmi così, non sono mai stata brava scegliere gli uomini di cui fidarmi!»

«Maria, io non… non hai mai fatto un errore?»

La domanda smonta la rabbia della ragazza, che improvvisamente si rende conto di trovarsi al centro degli sguardi dell’intero locale. Nel silenzio creato dal suo scatto d’ira, la televisione continua a spargere le opinioni di nomadi sconosciuti intervistati dalla reporter.

«Non è stato lui».

«Finitela di dire cazzate».

«Avrà avuto i suoi motivi».

«La polizia ci ferma e ci picchia anche se non abbiamo fatto niente».

Poi una voce reale rompe l’imbarazzo.

«Tutto bene, signorina» chiede Erasmo passando lo sguardo da lei a Lolo.

«Sì, sì, grazie, ho solo avuto… un problema, le chiedo scusa».

«Tutto a posto, signorina, basta che state bene».

Maria guarda Lolo, seduto al tavolo con aria contrita e preoccupata.

«Sì, stiamo bene. Stiamo bene».

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