L’ora della scimmia – capitolo 7

Quello che Lolo racconta a Maria

Me la cavo con i motori, con la meccanica in generale, questione di abitudine. Sai vivo in un campo di nomadi giostrai. Cioè, per lo più giostrai, ci sono anche rivenditori di macchine, stagnini, orefici, e così via.

In realtà dico nomadi, ma non siamo neanche più nomadi. Io non lo sono mai stato. Il capo del campo mi ha trovato per strada e mi ha preso con sé; io non ricordo nulla prima di quel momento. Comunque, quello stesso anno ha chiesto e ottenuto dal consiglio della città di insediarsi stabilmente. Erano una ventina di famiglie in tutto, ora ce ne saranno quasi quaranta.

Insomma, ci hanno dato questo “villaggio attrezzato”, uno spiazzo recintato all’estrema periferia della città. A mala pena ci arrivano luce e acqua, le fognature non hanno più ricevuto manutenzione da allora, puoi capire in che stato sono. Il terreno non è edificabile, quindi chi aveva la roulotte ci vive ancora dentro, agli altri sono stati dati dei container. Paghiamo tutti i servizi, ma non l’occupazione del suolo, così la gente della città pensa che siamo dei parassiti, soprattutto chi abita vicino al campo.

Ma non abbiamo scelto noi: gli adulti, al tempo, sapevano che non ci avrebbero accettato in città, e gli serviva spazio per le giostre, così hanno accettato di vivere ai margini; forse speravano che le cose sarebbero migliorate con il tempo, ma la situazione si fa sempre più esasperata e di integrazione non se ne parla.

I bambini del campo vanno a scuola con un pulmino comunale riservato ai nomadi e se qualcuno viene a farci visita da fuori viene guardato male; siamo circondati da reti, come in un carcere, ma un carcere da cui non vogliamo evadere, perché dentro abbiamo le nostre regole, i nostri valori e le nostre tradizioni e nessuno si intromette, né interessa a qualcuno, né gli verrebbe permesso.

Per i giovani non è facile: vorrebbero vivere la città, ma appena provano ad aprirsi vedono solo chiusure da parte degli adulti.

È un luogo un po’ straniante, una condizione di vita al margine della società: valori positivi come l’onore, il pudore, il rispetto, la famiglia, che potrebbero essere portati come bandiera della nostra cultura, purtroppo vengono collegati internamente sempre e solo con concetti come la vergogna, il giudizio, l’isolamento…

Tu pensa che i nomadi si sposano solo tra nomadi, cioè sono convinti che quello che portiamo avanti sia l’unico modo buono per vivere, l’unico stile valido; sembra che non vogliano vedere la miseria in cui viviamo, e non mi riferisco solo alla povertà.

Cioè, io non so come se la cavano i ragazzi fuori dal campo, posso solo osservarli e invidiarli, perché per me non è stato facile. Fin da piccolo ho sempre seguito la famiglia che mi ha accolto quando andava in questo o quel paese per montare le giostre in qualche fiera o luna park, davo una mano ed era bello, potevo stare alzato fino a tardi e fare tutti i giri sulle giostre che volevo, ma quando sono cresciuto mi mancavano delle relazioni vere, fuori dal campo intendo, i gruppi di amici che si formano a scuola e cose così. Sono sempre stato lasciato fuori dai gruppi. A scuola ci andavo poco perché ero spesso in giro per fiere e anche il pomeriggio per lo più avevo da lavorare; e quando c’è poca confidenza poi finisci per stare fuori anche dalle gite, dalle feste di compleanno…

I pregiudizi sui nomadi hanno fatto il resto. Ed è un peccato, perché la vita dei nomadi è interessante sotto molti punti di vista, quella dei giostrai in particolare. Voglio dire, quando arrivano le giostre in un paese si respira subito odore di festa.

Prova a ricordare l’emozione che provavi da bambina quando i tuoi genitori ti portavano al luna park. Dietro quel divertimento, quelle emozioni, c’è un grande lavoro, una grande passione e una tradizione. Questo passa in secondo piano a causa dei pregiudizi sulla mia gente e, purtroppo, anche a causa di alcuni fattireali. Gli incidenti, per esempio, un giostraio inesperto, magari, uno che non ce l’ha come tradizione di famiglia, può fare un macello e se ci scappa il morto diventa colpa di tutta la categoria; oppure se c’è un furto, una violenza o una cosa del genere nel paese quando ci siamo noi, è automaticamente colpa nostra, portiamo degrado, rubiamo, tutte queste cose qua.

Mica lo sanno che noi paghiamo le tasse per mettere le giostre, e neanche basta, se non conosci qualcuno, qualche politico, non hai molte speranze di avere le autorizzazioni necessarie. In città è anche peggio che in paese, di solito, se c’è una festa o per la stagione turistica, le autorizzazioni ce le danno dopo, così non si prendono la responsabilità se succede qualcosa, con la scusa degli accertamenti, se hanno troppe lamentele trovano il cavillo per dire che è colpa nostra e lavarsene le mani.

Pensa che è stata la volontà di fare tutto per bene a spingere i capi famiglia a fermarsi; spostarsi sempre costa tantissimo e non ci stai con i guadagni se non fai gli impicci e vuoi stare alle regole.

Io… diciamo che ho preferito riprendere le vecchie usanze e partire, non so bene dove andrò, magari nella Capitale, in città facevo parkour con altri ragazzi del campo e non solo, magari posso puntare su quello.

Magari sono solo un illuso. E tu?

Quello che Maria racconta a Lolo

Io sono un’illusa. Non lo dico tanto per dire, insomma, non è solo un giudizio estemporaneo perché ora le cose non vanno tanto bene. Fa talmente parte di me da essere la prima cosa che mi viene in mente se devo descrivermi.

Sì, sono un’illusa di professione: investo costantemente in cose all’apparenza magnifiche, che poi inevitabilmente si rivelano essere dei vicoli ciechi o addirittura delle tagliole. Eppure non mi reputo una sprovveduta: ho una testa che funziona, ho una cultura, sono una che ha studiato, e tanto; forse troppo…

A volte penso che quella di voler sapere, conoscere, approfondire, sia stata la prima illusione, o forse la più grande. Beh, comunque è stata una grossa fregatura.

Ho studiato economia. Con questo ho già detto tutto: cioè, capire a cosa servono e dove vanno a finire e i soldi. Ahahah. Se non è un’illusione questa…

Comunque ho superato brillantemente l’università con il massimo dei voti e con una sessione di anticipo rispetto agli altri del mio corso. Devo dire che è stata una fatica immane, ma cavolo se n’è valsa la pena!

Sono ironica ovviamente…

Ho scritto una tesi di 300 pagine in “economia creativa”, cioè una materia che non esiste, l’ho inventata io. Ricordo ancora il commento del mio relatore dopo aver letto l’ultima bozza: “I soldi veri si possono fare solo alle spalle degli altri e sulla pelle degli altri”.

Alla faccia della creatività. Ho pensato che ci avrebbe tirato una riga sopra con un timbro rosso “cazzata”, invece si è messo a ridere e mi ha detto: “Tranquilla, lo considero comunque un ottimo esercizio di stile”.

Immagino che il vantaggio dell’esprimere una visione alternativa del mondo sia che finché lo fai in solitario nessuno ti prende sul serio, anche se in fondo, almeno all’inizio, pensano che tu sia una brava persona, solo un po’ troppo ingenua, fuorviata, al massimo, e si muovono a compassione.

Comunque sia, dopo ho frequentato due master: uno in finanza e l’altro in gestione aziendale.

E lì ho capito che il mio relatore era un vero stronzo, ma evidentemente sapeva come funzionavano le cose un po’ meglio di me. Insomma, aveva ragione lui. Non me l’hanno insegnato durante i master, non direttamente almeno, l’ho capito subito dopo, quando ho pensato che, forse, a trent’anni era il caso di fare qualcosa della mia vita e di tutti i miei studi.

Non avevo L’obiettivo di diventare ricca, davvero – cioè, un po’ di agiatezza chi non la vuole – ma io volevo fare qualcosa di bello, di utile, qualcosa di importante.

Figurati… lavoro in un’agenzia di recupero crediti e ho una storia con il mio capo.

A dirla tutta neanche li recupero i crediti, quello lo fanno gli studenti di diritto che non sono riusciti a diventare avvocati. Io sto ancora un po’ più in basso: chiamo quelli che devono soldi alle banche per dirgli che abbiamo rilevato il loro debito è che se non pagano con gli interessi “ci vedremo costretti nostro malgrado a procedere con le azioni legali”.

Non arriva a minacciare nessuno – quello lo fanno i mezzi avvocati che dicevo prima – No, io mi accontento di portarli al punto in cui si mettono a piangere o mi urlano al telefono.

Avevo intenzione di cambiare lavoro, davvero, ce l’ho ancora in realtà, ma non credo di riuscire a trovare molto altro e poi, come dicevo, c’è questa… storia, diciamo, con il mio capo; il mio superiore, uno che organizza il personale: è un team leader.

Sì, utilizziamo tutti questi termini; lui è il team leader e noi siamo il dream team. Lui è di un’altra categoria, è uno che si è fatto da solo; ha lasciato la scuola a 15 anni e si è formato sul campo. Non ha mai avuto illusioni, si è dovuto sudare ogni centesimo e ogni riconoscimento. Forse è per questo che è riuscito a raggiungere dei risultati, a differenza mia.

E vabbè, insomma, ho questa storia. Non è una storiella “così tanto per”, è una cosa più seria; decisamente seria. È una vera e propria relazione, lui non è sposato, intendiamoci, non è una relazione in quel senso, è… è una relazione seria, non una relazione, come si dice, clandestina, anche se non ancora una cosa ufficiale.

E a questo punto credo che non lo diventerà mai…

Quello che accade quando Maria e Lolo finiscono di raccontarsi

Maria si morde il labbro inferiore e tamburella le dita sul volante con gli occhi incollati alla strada.

Lolo non riesce a decifrare con chiarezza l’espressione della
ragazza: imbarazzo, pentimento, nostalgia; tutto mischiato o forse nulla del
genere. In ogni caso è chiaro che, per il momento, di Maria non saprà altro.

“È giusto – pensa – Mi ha appena conosciuto”.

Guarda fuori dal finestrino per alcuni minuti: il paesaggio verde,
giallo e marrone gli scorre davanti confuso mentre attraversano la campagna.
Pensieri, ricordi, paure si affastellano gli uni sugli altri e quando decide di
esprimerli per dargli una forma è un senso, le parole escono da sole, senza
alcuna ipotesi di conseguenza.

«Anch’io ho lasciato qualcuno» dice al suo riflesso sul vetro.

Maria sente un’affinità con i propri pensieri e si lascia
coinvolgere, accettando di condividere il suo isolamento mentale.

«Posso chiederti di chi si tratta?»

«Una ragazza, si chiama Rasnia, lei è la mia… più cara amica».

«Uhm. Ho capito».

Maria ha capito davvero, ma non è soddisfatta della risposta.
Rimugina una domanda facendo smorfie con le labbra, finché non trova la formula
giusta, che poi la più semplice e la più diretta.

«Ma scusa, se siete così… amici, perché l’hai lasciata? Avete
litigato? Non devi rispondermi per forza. Insomma, sono cose che possono
succedere».

«No, non abbiamo litigato, almeno credo. L’ho lasciata, cioè me ne
sono andato mentre lei è rimasta. Dovevo farlo. Siamo cresciuti insieme, per me
lei è era una certezza. Purtroppo l’unica che avevo; invece io voglio essere
sicuro di chi sono e di qual è il mio posto. Credo che a quel punto potrei
sentirmi bene, in pace, con me stesso, con gli altri, in qualsiasi luogo».

«Ah, auguri» è il commento ironico di Maria.

«Pensi sia difficile?»

«No no, non fraintendermi: penso sia impossibile. Tu vuoi delle
certezze?»

Lolo annuisce.

«Sai qual è l’unica certezza?»

Lolo scuote lentamente la testa.

«La sfortuna! La maledetta sfortuna».

Prima che il ragazzo possa ribattere, l’automobile comincia a
singhiozzare e lunghi strappi al motore fanno sobbalzare la vecchia carrozzeria.

«Appunto…» commenta Maria.

«Tranquilla – dice Lolo vedendo che è sul punto di mettersi a
piangere – Adesso rallenta un pochino ed esci alla prossima. Ecco, laggiù».

«E poi?» chiede Maria con voce stridula.

«Troveremo un meccanico e ripartiremo in un battibaleno».

«Dici?»

Lolo espone i suoi dentoni in un largo sorriso.

«Ne sono certo».

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