L’ora della scimmia – capitolo 6

La porta del commissariato di polizia si chiude alle sue spalle, senza fare rumore, senza pietà la lascia in balia della luce accecante di mezzo giorno senza curarsi delle conseguenze.

Rasnia cerca di seguirne l’esempio: non fare rumore, non dare nell’occhio, scomparire ed essere indifferente.

Dopo quello che è successo tornare al mondo è difficile. È tutto così reale. Sarebbe meglio scomparire e non pensare. E invece pensa a tutto quello che le hanno detto alla centrale.

«Purtroppo non ci sono molti dubbi a riguardo» l’aveva informata l’agente Landi.

Si riferiva al fatto che fosse o meno stato Lolo a uccidere quel poliziotto nel vicolo. Probabilmente la poliziotta non avrebbe dovuto, ma nelle discussioni avute nel corso della serata e della notte, le ha fornito molti dettagli che ora Rasnia cerca di mettere insieme.

L’arma non è stata trovata, ma il luogo del delitto era pieno di impronte di Lolo. Questo torna anche con il racconto chele ha fatto lui; lì c’è stato e ha incontrato davvero il poliziotto. Qualcuno deve averlo visto entrare o uscire dal vicolo, e quando è stata diffusa la notizia dell’omicidio ha fatto una segnalazione; è spuntato un identikit – infondo tanti hanno assistito alla sua fuga dal supermercato – ed è stato identificato come nomade del loro campo. La sera prima erano venuti al campo proprio per prenderlo e metterlo in custodia preventiva, cioè ingabbiarlo per evitare che scappasse mentre verificavano le sue impronte e lo interrogavano.

La cosa è molto più grave di come avevano pensato: Lolo è ricercato per omicidio. Molto più grave, secondo la polizia,dell’aggressione portata al loro campo

«Anche mio padre è stato ammazzato!» era sbottata.

Ma l’agente Landi le aveva risposto che dalle descrizioni fatte, gli uomini che avevano appiccato l’incendio e i loro complici, erano tutti militanti ultranazionalisti, gente che entrava e usciva di galera in continuazione per risse e atti violenti; ma erano gli stessi che aiutavano le vecchine col giusto colore della pelle a portare a casa le buste della spesa.

«Non avrebbero fatto nulla – queste le parole esatte della donna – se il tuo amico non avesse ucciso quel poliziotto».

È arrabbiata con quei gagé, perché se c’è un nomade di mezzo, vogliono per forza che sia colpa sua. È arrabbiata con l’agente Landi, perché anche se è stata gentile e in apparenza comprensiva, non ha lasciato a Lolo neanche il beneficio del dubbio. È arrabbiata con Lolo per averla messa in questo casino. È arrabbiata soprattutto con se stessa, perché anche se si sforza di pensare il contrario,in cuor suo non riesce a escludere del tutto l’eventualità che Lolo abbia commesso un terribile errore, uno di quegli errori di gioventù che paghi per tutta la vita e che rovinano la vita anche a chi ti sta vicino, come sta accadendo a lei.

Mentre rimette in ordine i pezzi, vede muoversi sia la donna, sia l’uomo dall’altra parte della strada, ma la sua mente non riesce a decifrare il quadro pratico delle loro azioni, persa com’è tra riflessioni più emotive ed esistenziali. Così senza accorgersene si ritrova davanti alla bocca un microfono e la strada bloccata da un cameraman che punta su di lei l’occhio lucido del suo strumento.

«Buongiorno, lei è del campo nomadi, vero?» chiede la giornalista.

Rasnia si limita a rispondere con un’espressione infastidita.

«Ci può raccontare cosa è successo?»

«No!» ringhia.

Prova a sganciarsi dai reporter e allontana la telecamera con una mano aperta sull’obiettivo.

«Lei conosceva la vittima?» insiste la donna allungando di nuovo il microfono davanti al suo naso.

Con uno scatto d’ira, Rasnia glielo strappa dalle mani e lo lancia con forza addosso al cameraman, costretto a girarsi per proteggere la strumentazione.

«Andatevene affanculo! – grida la ragazza – Sanguisughe di merda!»

E subito dopo scappa piangendo. Gli insulti che la giornalista le urla appresso si confondono e si perdono nell’aria che le turbina nei timpani mentre corre.

Corre senza una meta in realtà. Potrebbe tornare al campo.

“Forse mi stanno aspettando. Saranno preoccupati” pensa.

Ma non se la sente ancora di affrontare luoghi e volti conosciuti.

“Capiranno”.

Non se la sente di affrontarli da sola. Bato non c’è più e Lolo se n’è andato. Se è furbo è scappato più lontano possibile o si è nascosto, altrimenti è stato arrestato. In ogni caso non può essere assieme a lei.

“Sarebbe bello se fosse ancora lì” pensa alzando lo sguardo.

Dopo ore a girovagare a vuoto è capitata senza rendersene conto sotto il palazzo abbandonato. Facendo il giro vede che è tutto come lo ha lasciato: nessuno si è preso la briga di rimettere a posto il pannello sopra la finestra; sembra che nessuno sia entrato o uscito dal seminterrato.

Nel salire le scale si aggrappa al corrimano e alla speranza che Lolo sia rimasta lì ad aspettarla.

“Perché no? Gli avevo detto che sarei tornata”.

La stanza è vuota. Prima di decidere a che cosa credere, esplora con calma tutto il piano e alla fine raccoglie la bottiglia che ha lasciato lì il giorno prima e si porta al limite della grande finestra che si affaccia sulla città.

“Perché sei andato via? Perché non sei venuto da me? Perché non mi hai contattato?”

Sono le domande che fa all’immagine di Lolo tra un sorso di acquavite e l’altro. I pensieri si fanno presto confusi e rabbiosi; parte con l’accusare quella figura nella sua mente di tutto ciò che è accaduto, poi accusa se stessa e inconsciamente misura la distanza che la separa dalla strada molto più in basso.

«Da qui è facile cadere».

La voce è calma, ma del tutto inattesa e l’inflessione quasi monotòna tocca una corda nelle profondità di Rasnia che la spaventa e la fa sobbalzare per la sorpresa. La bottiglia le sfugge di mano e la vede precipitare dando sostanza alle parole della voce sconosciuta; si volta, però, prima di poter vedere il vetro infrangersi al suolo.

Nella stanza assieme a lei c’è un uomo con un cappotto scuro e un cappello intonato; è pallido e porta elementi fuori luogo, come il bastone da passeggio di foggia antica e gli occhiali da sole.

«Dovresti stare più attenta» aggiunge il nuovo arrivato.

«Non mi ero accorta che eri qui…» dice Rasnia con diffidenza.

«Ci vengo ogni tanto – spiega l’uomo – Da qui si vede la mia casa».

Rasnia gira solo la testa un attimo per guardare fuori.

«Un tempo si vedeva anche la mia, ora vedo solo… niente».

«Esatto» dice lui sorridente.

La ragazza scruta lo sconosciuto cercando elementi di pericolo e non ne trova.

«Sei un tipo strano» dice alla fine.

L’uomo fa spallucce, non dando segni di essersi offeso.

«Mi hanno detto di peggio».

Allunga la mano pallida e si presenta.

«Piacere, Nahel».

Con un po’ di esitazione anche Rasnia ricambia il gesto e mette il palmo nella stretta fredda e debole dell’altro.

“Forse è malato” pensa.

«Tu invece cosa facevi qui?» le chiede Nahel.

«Ero venuta qui per cercare una persona…»

«Una l’hai trovata».

«Non quella che cercavo: se n’è andato».

«Le persone se ne vanno tutte prima o poi».

«Cos’è, una gara di frasi fatte?»

«È solo quello che accade».

Rasnia si appoggia con la schiena al bordo lungo della finestra.

«Quindi è meglio rassegnarsi alla solitudine?»

«Quindi è meglio preservare quel poco che c’è, a ogni costo».

La ragazza guarda fuori, verso il campo nomadi.

«Non ci sono riuscita».

«Devi ancora metterti alla prova».

Nahel raccoglie la spilla fiordaliso, nel totale disinteresse di Rasnia per le vicende esterne.

«Ho perso tutto e ora… mi sento così…»

«Vuota?»

Nahel le sorride. Un sorriso che lei non riesce a sostenere e la costringe a rivolgere lo sguardo al sole che incede all’orizzonte.

«Chissà dov’è adesso…?»

Quando torna a guardare l’interno dell’edificio, Nahel è scomparso

***

Notte all’addiaccio e insonne. Il pensiero che quella possa essere la sua vita d’ora in poi lo accompagna senza spaventarlo. Non sapeva cosa si sarebbe dovuto aspettare dalla sua fuga solitaria. Ora lo sa.

A tenerlo sveglio tutta la notte non è stata la scomodità, né il freddo: sono stati i pensieri.

Pensieri esistenziali: “Chi sono? Dove vado? Cosa faccio?”

Che nella sua particolare condizione assumono connotazioni molto contestuali e concrete. Scacciato con disonore dalla sua gente e dalla sua casa, svuotato della sua identità.

Quando si è svegliato quella mattina, Lolo non sapeva proprio che fare, non aveva neanche fame, si è aggirato un po’ per le strade della periferia, provando a non dare nell’occhio, seguito dall’idea molesta che lo stessero cercando attivamente. Constatato che nessuno gli prestava attenzione più del solito, si è infilato in un fast-food dove, al costo di una bottiglietta d’acqua minerale, ha occupato un tavolo e ci si è messo a dormire sopra con la faccia nascosta nelle braccia conserte.

Quando un giovane inserviente lo ha scosso sulle spalle, si è tirato su bruscamente.

«No! Non sono stato io!» ha farfugliato.

In continuità con il sogno, era sicuro che lo avessero riconosciuto.

«Tu sei quello della tivù? Sei tu l’assassino? Hai ucciso quel poliziotto e quegli altri tizi!»

Nessuno aveva detto nulla del genere.

«Stai tranquillo – gli ha detto il ragazzo – mi dicono che dovresti lasciare libero il tavolo. Insomma… prima dell’ora di cena».

L’orologio a muro indicava che al massimo era l’ora di merenda.

«Uh. Certo. Scusatemi».

Si era messo la sacca in spalla ed era uscito tra gli sguardi infastiditi dei gestori del locale.

“Avranno pensato che sono un drogato – si è detto – Meglio drogato che assassino”.

Siccome la prudenza non è mai troppa, ha deciso di allontanarsi e di imboccare una delle strade secondarie che escono dalla Città.

Dopo un paio d’ore di cammino verso destinazione ignota rivaluta la saggezza della sua decisione: manca ancora un po’ al tramonto, ma passare la notte all’aperto in Città non è uguale a dormire in mezzo ai campi; inoltre a camminare da solo lungo il ciglio della strada attira molto più l’attenzione di quanto avrebbe potuto fare nei vicoli urbani e se qualcuno lo avesse voluto fermare, la polizia magari, non avrebbe dove fuggire o rifugiarsi.

E in effetti sente arrivare una macchina, il rumore è inconfondibile, e dalla curva che ha superato qualche minuto prima vede sbucare una macchina rossa. Non è della polizia, per sua fortuna, e prova ad approfittarne. Si mette un passo in mezzo alla strada e allunga la mano con il pollice alzato.

“Magari funziona”.

Non ci crede molto, è la prima volta che prova a fare l’autostop e non ha mai capito perché qualcuno dovrebbe fermarsi e caricare uno sconosciuto.

E infatti la macchina passa oltre; la donna al volante gli rivolge un fugace sguardo quasi di scusa, senza però rallentare.

Passano altre due macchine prima che Lolo si stufi di essere ignorato. Abbandoni l’idea dell’autostop e si rimette in cammino.

Pochi minuti a passo spedito e scorge di nuovo la macchina rossa, ferma a cavallo della linea che separa la carreggiata dai campi incolti. Fuori dalla vettura c’è una ragazza con i capelli lunghi e castani – quella che guidava – con le braccia incrociate: guarda con aria disperata il cofano da cui esce un regolo di fumo.

Appena si accorge che Lolo sta andando verso di lei, sale in macchina con atteggiamenti allarmati e prova a mettere in moto, più e più volte, nonostante il motore emetta solo stanche lagne a ogni nuovo giro di chiave.

«Così finirai per rompere tutto» dice Lolo spingendosi dal finestrino chiuso.

La ragazza lo guarda di sfuggita con la coda dell’occhio giusto il tempo di una risposta nervosa.

«Grazie! Grazie mille, sto bene così».

Lolo guarda la macchina che soffre sotto i colpi dell’accensione e si riaffaccia.

«Dico davvero, non credo che sia una cosa grave, ma così la rovini».

«E tu che cavolo ne sai?» urla lei.

Lolo la guarda arrossire dopo lo sfogo d’impeto e ribatte con tranquillità.

«Succede spesso anche alle nostre macchine, sono abbastanza vecchie».

«Oh. Ehm, io non me ne intendo di auto, questa l’ho comprata usata».

«Eh, si vede. Se vuoi posso aiutarti».

«Io non scendo!»

Lolo la fissa perplesso, indeciso se mandarla a quel paese, poi lei imbarazzata riprende.

«Cioè, scusami, non è per te, ma con tutto quello che si sente… insomma…»

«Va bene, va bene, rimani dentro, basta che apri il cofano».

La ragazza arrossisce e rimane ferma con le mani sul volante.

«Mica ti rubo il motore» le dice Lolo.

«Non è per quello…»

«Non sai aprire il cofano?»

«Te l’ho detto, non me ne intendo di auto».

«Ok, una cosa per volta. Se abbassi la mano sotto il volante, sulla sinistra, dovrebbe esserci una levetta».

«L’ho trovata».

«Tirala».

«È dura…»

«Almeno non corri il rischio di aprire per sbaglio».

«Gh… già… Uff!»

Il cofano si sblocca con un sonoro scatto.

«Ah! Ce l’ho fatta!» esulta la ragazza.

«Bravissima».

Lolo solleva il cofano e ci si infila sotto.

«Il problema è il radiatore» dice dopo qualche secondo.

«E che cos’è?»

«Una malattia molto contagiosa» risponde riemergendo.

«Simpatico…»

«Anche tu non sei male».

«Pff… Puoi aggiustarlo?»

«Dovrebbe bastare riempirlo. Puoi darmi dell’acqua?»

La ragazza rovista nella borsa e tira fuori una lattina.

«Ho una cola».

«Vuoi che metta della cola nel radiatore?»

«È senza zucchero…»

«Non importa, faccio io».

Lolo tira fuori Dalla sua sacca una borraccia e ne versa il contenuto nel serbatoio del radiatore.

«Ecco fatto».

Ripone la borraccia e riabbassa il cofano.

«Ora è a posto?» chiede la ragazza.

«Per ora è apposto, ma devi farla guardare al più presto».

«Cioè, potrebbe capitare di nuovo?»

«È praticamente certo».

«E io che faccio?»

«Ti fermi sul ciglio della strada e mi aspetti».

Lei risponde con uno sguardo perplesso all’ampio sorriso.

«Oppure viene a vedere come rimboccare l’acqua» continua Lolo tornando serioso.

Dopo aver tamburellato le dita sul volante per un paio di minuti, la ragazza esce e si porta sul davanti dell’auto, dove Lolo la aspetta per porgerle la mano.

«Piacere, Lolo».

«Lolo…»

«Significa rosso».

«Ah, sì sì, no no, dicevo solo per… ehm… io sono Maria» stringe la mano e la scuote con vigore.

«Ciao Maria. Vieni, ti faccio vedere».

Lolo le mostra dove è collocato il radiatore e quale tappo deve svitare, come e quando, per rimboccare l’acqua.

«In teoria dovrebbe esserci anche una spia sul cruscotto che ti dice quando la temperatura si alza troppo, di colore rosso».

«E… per curiosità, in… che lingua? Cioè, scusa stavo pensando a prima… Lolo che lingua è?»

Lolo fa spallucce.

«La mia».

«Già, domanda stupida».

«Davvero, non saprei come chiamarla, è la lingua che parliamo da dove vengo io».

«Mmm… Vabbè. Ora ti aspetterai che io ti dia un passaggio».

«Fossi in te è quello che farei, la macchina potrebbe fermarsi di nuovo».

Maria guarda nel vuoto e poi si dirige verso il posto del guidatore.

«Facciamo che mi fido. Per ora».

«Grazie!»

Prima di entrare, Lolo si toglie la sacca e la felpa e le poggia sui sedili dietro.

«Dove vai di bello?» le chiede.

«Di bello da nessuna parte – risponde lei più a se stessa che a lui – Scusami, vado da mia sorella, nei pressi della Capitale».

«Capisco».

In realtà non capisce e si limita ad annuire. Maria forse si aspetta qualcosa di più, perché anche mentre guida continua a gettargli un’occhiata di tanto in tanto.

«Tutto a posto?» le domanda alla fine.

«Oh! Sì sì, tutto a posto».

In quel momento Lolo si accorge che l’oggetto delle sue attenzioni erano le sue braccia. Con indosso la felpa non si notava che le braccia sono coperte da una peluria rossiccia piuttosto folta. Una scomoda caratteristica che lo accompagna dall’adolescenza, come la sproporzione degli arti, ma a cui nessuno al campo prestava attenzione.

Maria si accorge di essere stato un po’ troppo esplicita nella sua osservazione e improvvisa qualche goffa scusa.

«No, io… scusa, stavo solo…»

Lolo la tranquillizza con un sorriso.

«Non ti preoccupare, sono un tipo strano».

«No, davvero, mi chiedevo… quella te la sei fatta riparando motori?»

Lolo abbassa lo sguardo sulla grossa cicatrice che ha sul palmo della mano destra.

«Oh, scusa, non so proprio stare zitta».

«Figurati, questa in realtà ce l’ho da sempre, almeno da quando mi ricordo».

«La tua deve essere una storia particolare».

«Non più delle altre».

«Ah, più della mia di sicuro…»

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: