6 terribili verità, narrativa

Il richiamo – parte 9

6 terribili verità – Sesta verità

Uno strappo deciso e le cinghie si spezzarono una dopo l’altra, prima di cedere gli avevano ferito la pelle, ma non aveva molta importanza: finalmente era libero.

A liberarlo, però, erano stati i suoi persecutori, questo Matteo lo aveva ben chiaro, per cui decise di rimanere comunque immobile. Le braccia e le gambe erano invase da un insopportabile formicolio, il sangue che tornava a circolare lo tormentava, si sforzò di resistere, non mosse un muscolo. Sentiva ancora quel brusio umido e inframezzato da schiocchi che lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio. Le creature lo avevano poggiato da qualche parte, lo avevano condotto dove volevano ed erano rimaste lì, ad aspettare qualcosa.

Passò forse qualche minuto prima che sentisse l’orribile chiacchiericcio scemare, ebbe l’impressione che i vermi si fossero allontanati, così, con estrema cautela si alzò a sedere sul carrello d’acciaio e si sfilò il cappuccio dalla testa.

Mentre si massaggiava i polsi escoriati e doloranti, guardò dove era stato condotto, più con curiosità che con timore. La situazione rispetto a quando indossava il cappuccio non era molto migliorata: il buio era pressoché totale. Una sorta di vapore fluorescente si ammassava in piccole nubi rarefatte molto sopra la sua testa; il bagliore era talmente debole da non riuscire a rischiarare l’ambiente, ma gli permise di percepire o forse solo intuire la presenza di sagome attorno a lui, ombre in movimento, dei volumi solidi, dei contorni confusi. L’aria era densa, umida, gocciolante, come compressa dal peso di un’immane massa oscura.

Lentamente gli occhi di Matteo si abituarono all’assenza di illuminazione e cominciarono a distinguere meglio le figure che popolavano il buio: esseri umanoidi contorti, deformi, alieni. Lo circondavano mantenendosi alla distanza di qualche metro. La prima impressione fu che non volessero violare uno spazio in qualche modo sacro e che si volgessero a lui con una deferenza primitiva e distorta, inumana.

Più i suoi occhi diventavano in grado di penetrare le ombre, più riusciva a distinguere le decine, le centinaia di teste lucide, i vermi che riempivano l’enorme grotta in cui si trovava. La sconfinata volta di roccia e terra millenaria era minata da un’infinità di buchi che si aprivano come tane di enormi lombrichi, alcuni coperte da grate da cui colavano liquami schiumosi, altri occupati da tubi di metallo e condotti di cemento in parte sporgenti dalle pareti.

Si mise in piedi e fece qualche passo rischiando di scivolare sul suolo duro e bagnato, ma si fermò quasi subito, non appena le piante dei piedi nudi gli trasmisero una sensazione che conosceva bene: una vibrazione. Dalle gambe l’impulso risalì fino alla spina dorsale, alla testa e alle orecchie, dove prese la natura di una cantilena. Lo sentiva, sentiva il richiamo, non come aveva fatto fino ad allora, come il riverbero di un’eco lontana che rimbalzava costantemente tra i caseggiati, bensì come ciò che era: un suono. Sentiva dal vivo il richiamo e non potevano esserci dubbi che fosse una richiesta d’aiuto. Era pronunciato tra singhiozzi e spasmi di agonia, come se si trattasse di uno sforzo enorme, a volte era così flebile da risultare quasi impercettibile. Chiunque fosse stava morendo.

I vermi si avvicinarono con andamento curvo, quasi intimorito, i più prossimi allungavano le mani per toccarlo e lui non si ritrasse, la loro pelle era fredda, umida, gonfia, elastica, ma lasciò che lo accarezzassero con gentilezza, che lo alzassero sopra le loro teste per trasportarlo ancora una volta, stavolta non come prigioniero; si comportavano nei suoi confronti con un rispetto e una devozione che nessuno gli aveva mai rivolto, erano gli stessi orribili mostri che lo terrorizzavano fin da quando Dora gli raccontava i suoi incubi, però non ne aveva più paura, si sentiva in qualche modo eletto a loro idolo, una piccola divinità.

Lo portarono fino a quello che immaginò fosse il centro della caverna, non perché vedesse i limiti di quel piccolo regno, solo perché lì il richiamo si faceva più forte, il terreno stesso vibrava all’unisono con il turbine di parole incomprensibili.

Davanti a lui, legato e sospeso ad alcuni centimetri dal suolo con catene, corde, filo spinato, tubi flessibili e fili elettrici che si perdevano in varie direzioni, c’era qualcosa, una creatura viva i cui dettagli erano indistinguibili nell’oscurità, più simile a un gigantesco grumo di carne che a una persona.

Si contorceva ritmicamente stretto in quei legami, esalando respiri cavernosi e gementi. Il richiamo veniva da quel corpo informe, ne era la fonte, eppure sentiva che c’era un’origine ancora più profonda.

I vermi deposero Matteo con delicatezza e fecero ancora una volta spazio attorno a lui e a quell’essere. Si avvicinò e lo osservò meglio.

Quella cosa un tempo era stato un essere umano, la cui umanità era a malapena intuibile: poco più di un tronco mutilato degli arti e una testa, con la carne gonfia di vesciche e di tumori, deformata da malattie e ferite, in alcune parti la pelle era strappata, i muscoli così corrosi da mostrare i tendini sottostanti o addirittura le ossa. La testa ricadeva inerte sul petto, nascosta dietro una tenda di lunghi capelli sporchi e infestati di parassiti.

Il ragazzo sentì i conati di vomito salirgli alla gola, riuscì a trattenersi solo perché un forte rumore lo costrinse a distogliere lo sguardo. Un gorgoglio aspirato simile a quello di uno scarico anticipò un getto d’acqua sporca espulso da uno dei grandi tubi segmentati che si infilavano su nella volta. Assieme ai liquami maleodoranti venne vomitata anche una persona a cui erano avvinghiati tre vermi. Quando caddero a terra le creature rotolarono via e rimase solo l’uomo a contorcersi e a urlare con le ossa rotte e profonde lacerazioni su tutto il corpo. Nonostante fosse ridotto in uno stato pietoso lo riconobbe: era Flick.

“Te lo meriti.”

Fu l’unica cosa che Matteo riuscì a pensare prima che le creature si avventassero sul giovane clochard come belve affamate su una preda. Forse avrebbe anche potuto aiutarlo, se avesse avuto più tempo e se avesse deciso di perdonarlo per il suo tradimento, ma si trovava a essere solo uno spettatore inerme di uno scempio. Le unghie delle creature penetravano a fondo nella pelle del giovane ancora vivo per strappargli via la carne dalle ossa, gli dilaniarono l’addome estraendo a forza le interiora ancora pulsanti e facendole a pezzi con le bocce irta di zanne. Questi trofei sanguinolenti vennero poi portati in processione verso l’essere incatenato davanti a lui e gli vennero fatti mangiare, tenendo sollevata la testa per i capelli gli ficcarono i resti umani ancora caldi spinti in profondità nella gola con le loro lunghe dita deformi. Durante questo pasto truculento Matteo ebbe modo di guardare quello che rimaneva del suo volto, le palpebre erano serrate e incrostate di umori giallastri, le orecchie erano state strappate, così come le labbra, lasciando visibili gengive tumefatte quasi prive di denti, ferite e croste coprivano ogni area di pelle. Oltre l’orrore c’era qualcosa di familiare.

Per un attimo sembrò che stesse per soffocare, le ombre calarono dalla volta della grotta e si addensarono attorno a loro, parevano muoversi, dotate di una loro volontà, si infilavano nel corpo mutilato, lo attraversavano come spettri, causando ogni volta scatti di dolore.

Il corpo fu scosso da forti colpi di tosse e rigurgitò in parte l’orribile pasto. Con la bocca grondante muco misto di bava e sangue aprì gli occhi, erano rovesciati all’indietro, ma un sospetto angosciante prese forma nel cuore di Matteo, quando gli occhi rotearono mostrando gli iridi malati, l’angoscia si trasformò in disperazione. Quegli occhi. Occhi del colore della crema di nocciole. Gli occhi di Dora. Quando quegli occhi si riempirono di lacrime, prese una decisione,

Scattò in avanti, arrivò da lei, le sorrise e cominciò a liberarla con foga dai legami che la tenevano sospesa, strappò corde e catene mentre i vermi si ammassavano per cercare di fermarlo e lui li respingeva con ogni mezzo per raggiungere il suo obiettivo.

Riuscirono a fermarlo, gli bloccarono le braccia e lo trascinarono via, via da Dora, ma l’opera era compiuta.

Gli ultimi fili che la sostenevano si spezzarono e quello che un tempo era stato un essere umano crollò a terra. La pelle si lacerò in diversi punti lasciando fuoriuscire carne e grasso fusi insieme in una materia gelatinosa e purulenta. Ancora viva, quella cosa alzò la testa e incrociò il suo sguardo con una muta supplica.

Fu allora che lo vide. Poco oltre l’intrico di legami che tenevano sospesa Dora, si trovava una specie di trono, sopra una montagnola di detriti e calcinacci era stato innalzato uno scranno con mattoni, pietre, blocchi di cemento e altro materiale di recupero. Sul trono era seduto, reclinato all’indietro, un uomo, o qualcosa di simile, era alto, come il gigante dell’incubo, esile, spigoloso e contorto, come un ramo secco, aveva un aspetto antico e bestiale, il volto scimmiesco e contratto in una smorfia di malvagia indifferenza. Poteva essere una mummia, di certo non una persona viva, gli occhi erano spalancati, ma erano bianchi e vuoti, come delle biglie di vetro, la pelle era tirata e lucida, sembrava cuoio o pergamena. Lo sterno era squarciato, aperto lì dove fuoriusciva il lungo manico di un arpione. Nessuno sarebbe potuto essere vivo in quelle condizioni.

Solo che quell’essere era vivo, gravemente ferito, a un passo dalla morte definitiva, ma era vivo, lo sentiva, ne sentiva la volontà aliena e oscura insinuarsi nella sua mente, raccontargli di epoche lontane e dimenticate dominate dalla Razza, di pratiche così abominevoli da essere state cancellate dal ricordo della specie umana, dell’Oscurità che avvolge la luce e di infinite altre verità terribili. E gli raccontò della vita che non è vita, dell’esistenza che si perpetra per secoli e per millenni. Era vivo, si muoveva, in maniera impercettibile muoveva le labbra rinsecchite, il mento aveva dei tremiti, la creatura stava parlando, stava recitando una frase, sempre la stessa, una cantilena, il richiamo. Tutto attorno al trono il buio erano così fitto da essere impenetrabili: lo specchio della Tenebra esterna che tutto avvolge oltre il confine in cui tutto finisce.

Matteo si liberò dei vermi che lo trattenevano, ormai tornati a essere creature miti e intimorite. Si trovava di fronte a un dio e a un dio fece la sua supplica.

«Mi hai chiamato e sono arrivato. Ho seguito il richiamo. Sono venuto per salvare Dora. Sono qui. Ti prego, liberala.»

L’antico essere stese due dita della mano destra, un movimento appena percettibile; la testa di Dora esplose. Lo schianto di un liquido gettato in terra e tutto ciò che rimaneva era una chiazza rossastra sulla pietra grezza.

I vermi circondarono Matteo, senza alcuna aggressività negli occhietti gialli, erano in attesa.

Matteo affondò per un istante lo sguardo nella Tenebra, poi girò con lentezza su se stesso, dando le spalle al trono, fino ad abbracciare con la vista tutti i vermi nella grotta e li invitò ad avvicinarsi; sorrise, chiuse gli occhi e aprì le braccia rivolgendo il volto al cielo di roccia che lo sovrastava.

Le creature obbedirono con mansuetudine; raccolsero i tubi, le liane e gli altri legami che erano rimasti penzolanti e abbandonati senza scopo e li legarono, li strinsero, li fissarono al suo corpo, alle braccia, alle gambe, al torso all’addome.

Quando ebbero finito e i suoi piedi erano sospesi ad alcuni centimetri dal terreno, Matteo venne inondato da una serie di emozioni e sensazioni, arrivavano a ondate costanti sotto forma di suoni, immagini, odori, come colpi di fucile si abbattevano nel suo cervello e sul suo petto, costringendolo a inarcarsi per lo shock in una sorta di orribile danza fortemente cadenzata, mentre il suo cervello mandava il comando involontario di muovere la bocca, di parlare, di ripetere sempre la stessa frase, un richiamo.

Tramite l’essere sul trono era collegato con le ombre della città, tutta la sofferenza e la pazzia che correva per le strade, si dipanava tra i vicoli e albergava nelle menti malate dei folli che la abitavano. Dita lunghe e sottili gli riempirono la bocca con pezzi di interiora raccolti dal corpo disfatto di Dora.

***

«Dora che cosa stai facendo?» chiese l’assistente con dolcezza.

La bambina si scostò dal letto e le rivolse un sorriso malinconico.

«Niente, parlavo con Matteo.»

L’assistente guardò il ragazzo disteso sul letto, aveva gli occhi aperti, ma lo sguardo era fisso sulla parete bianca che aveva di fronte, un filo di bava gli scendeva dall’angolo della bocca mezza aperta.

«Gli racconto sempre i miei sogni» continuò Dora.

«Lo so bambina mia. Adesso però è meglio lasciarlo riposare.»

«Io gli racconto anche quelli brutti. Gli stavo raccontando un incubo che ho fatto stanotte. C’era un gigante e altri mostri più piccoli. Ed era tutto buio»

La donna si avvicinò e le fece una carezza sulla testa.

«È stato molto spaventoso?»

La risposta fu un cenno con la testa e un principio di broncio.

«Non ti preoccupare, adesso è tutto passato. Da brava, saluta Matteo, è l’ora delle medicine.»

La bimba accarezzò la mano inerte del ragazzo e diede la mano all’assistente per uscire.

«Secondo te può sentirmi?» chiese.

«Io credo proprio di sì.»

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...