Il richiamo – parte 8

6 terribili verità – Sesta verità

Da quant’è che andava avanti l’interrogatorio? Ormai Matteo aveva perso il conto delle ore, o forse dei giorni.

«Confessa, piccolo stronzo!» disse il primo uomo.

Gli faceva male la schiena e le gambe si stavano addormentando tanto era rimasto seduto dietro a quel tavolo di legno.

«Sei sordo, eh? O sei solo ritardato?» incalzò il secondo uomo.

Non riusciva a vederli in faccia e nemmeno a capire come fossero vestiti, per lui erano solo delle voci graffianti che si inserivano nel brusio di fondo provocato dal richiamo, delle sagome nere stagliate contro una forte luce alle loro spalle.

«Certo che è un ritardato, non lo vedi?»

Gli avevano chiesto mille volte di confessare qualcosa che non aveva capito e al suo silenzio ostinato erano seguite le urla, le minacce, gli insulti.

«Un ritardato del cazzo scappato da una clinica per ritardati come lui.»

Ma lui non avrebbe ceduto, non avrebbe detto una parola, anche se aveva paura, una paura matta, Volevano farlo parlare di Dora, volevano trovarla e consegnarla alle creature, ai vermi, il richiamo però gli ricordava cosa doveva fare, chi doveva proteggere. Quando le urla si facevano più forti e la paura sembrava incontrollabile si concentrava sulla cantilena che risaliva dal profondo della città e si faceva forza. A loro non avrebbe detto nulla.

Gli insulti furono interrotti dall’apertura di una porta, qualcuno era entrato nella stanza e le due ombre raggiunsero il nuovo arrivato dietro la luce che lo accecava. Della breve conversazione che seguì non capì quasi nulla se non che quello nuovo doveva essere il capo.

Quando la porta si richiuse il nuovo arrivato accese la luce al neon sul soffitto e spense il faretto puntato su di lui.

«Chiedo scusa per i miei collaboratori – disse – Direi che è il caso di ricominciare da capo. Io sono l’ispettore incaricato di seguire il tuo caso.»

Matteo lo squadrò con attenzione. Un signore, non un vecchio, poteva avere l’età di suo padre, ma con l’aria molto più stanca e nervosa, la giacca del vestito che indossava era sgualcita, così come la cravatta, e aveva addosso uno sgradevole odore di tabacco. In generale non gli piaceva, ma preferiva comunque a avere a che fare con lui che con i suoi colleghi in ombra.

«Bene, Matteo… Ti chiami Matteo, giusto?»

Annuì con la testa.

«Matteo, tu sai perché ti trovi qui?»

Scosse la testa.

«Me lo aspettavo» disse prendendo una sedia.

Si sedette di fronte a lui e poggiò sulla scrivania una carpetta rossa.

«Per un ragazzo nelle tue condizioni deve essere piuttosto difficile rendersi conto di quello che fa.»

Matteo ascoltava con un misto di curiosità e timore.

«I due ragazzi che ti hanno interrogato finora dicono che sei… insomma, che non comprendi bene quello che ti accade attorno. Io invece penso che tu capisca benissimo, solo che a quello che vedi e senti aggiungi altre cose che sono solo nella tua testa.»

Il poliziotto lo fissava come se stesse aspettando una reazione che non ci fu, dopo un minuto trasse un profondo respiro.

«Sei qui perché sei accusato di aver ucciso un uomo.»

«No!»

Il grido gli era uscito spontaneo e ne rimase sorpreso quanto il suo interlocutore.

«Bene, allora sai parlare.»

«Io non ho ucciso nessuno.»

«Non dico che tu l’abbia fatto, solo tutto porta a pensare che sia stato tu.»

«Ma io non…»

«Lasciami finire. Il giorno in cui sei fuggito dalla clinica, anzi la notte, l’infermiere che era di turno è stato trovato morto, ucciso, qualcuno gli ha spaccato la testa con un palo reggi-cartelli, o come diavolo si chiamano quei cosi, un tubo di ferro insomma.»

«Non sono stato io.»

«Peccato però che il pavimento della stanza, della scena del delitto, fosse tutto pieno di impronte rosse di sangue, impronte di ciabatte, le tue. Certo, chiunque potrebbe averle prese e indossate per compiere l’omicidio, tutte congetture per carità. Invece le impronte digitali sul tubo usato per massacrare quel poveretto sono proprio le tue.»

«Non sono…»

«Non sei stato tu, lo so! Ma se non sei stato tu perché diavolo scappavi?»

«…»

Matteo si morse il labbro inferiore è fissò la superficie in formica del tavolo.

«Me l’aspettavo.»

«Non è come sembra.»

Il ragazzo cominciava ad agitarsi, con il richiamo che martellava nelle tempie era difficile anche solo concentrarsi, impossibile seguire i ragionamenti trabocchetto dell’ispettore.

«Allora dimmelo tu com’è. Ascolta, non ho molta voglia di perdere tempo e a giudicare dalle tue occhiaie io e te non dormiamo dallo stesso numero di ore – alzò il braccio per guardare l’orologio che aveva al polso – giorni, tra qualche minuto, ma sono disposto a stare qua tutta la notte se serve. Avanti, parla.»

«Io, ecco… scappavo perché pensavo che voleste prendere Dora…»

«Dora?»

L’ispettore tirò fuori un fascicolo di fogli dalla carpetta sul tavolo e cominciò a sfogliarlo.

«Sì, io sono andato via dalla clinica per salvarla… per salvare il suo cadavere.»

«Questa Dora sarebbe morta?»

«Sì, di paura, o almeno così credevo, poi però l’ho vista, così piccola…»

«Quindi volevi solo salvarla? Proteggerla insomma?»

«Sì, solo questo.»

«Faresti di tutto per proteggerla?»

«Farei di tutto.»

«Uccideresti anche?»

La domanda lasciò Matteo senza fiato, per un attimo il suo cuore si fermò, perfino il richiamo sembrava provenire da un universo lontano. Balbettò qualcosa di incomprensibile cercando di trovare nel volto impassibile dell’uomo un’ombra di compassione che non riuscì a trovare.

«Saresti disposto a uccidere per Dora?»

«No – ripensò al vecchio cuoco – Io non… – ripensò al guardiano delle oche – Non lo so…»

«Io invece so una cosa – disse l’ispettore agitando il plico di fogli che aveva in mano – Fra i ricoverati assieme a te nella clinica non c’è nessuna Dora, o qualcuno con un nome o un cognome che possa somigliare a Dora.»

«Che cosa sta dicendo?»

«Sto dicendo che ti sei inventato tutto. Cioè, la tua mente pensa che sia tutto vero, ma la tua mente è malata e non ha trovato un modo migliore per giustificare l’omicidio che hai commesso se non quello di inventarsi una principessina da salvare e proteggere. Peccato che l’orco avesse moglie e un figlio piccolo a casa!»

«Non ho ucciso io l’infermiere, deve credermi, sono state le creature!»

Matteo cominciò a piangere.

«Sono stati i vermi usciti dall’incubo di Dora, ora è anche il mio incubo, sono usciti per prenderla e portarla con loro, all’origine del richiamo!»

L’ispettore rimase in silenzio a fissarlo mentre piangeva fin quasi a soffocarsi, la faccia sconvolta. Parlò solo quando si fu calmato.

«Ascolta ragazzo, facciamo che ti credo, ma è tardi e non ho nessuna voglia di perdere altro tempo a cercare di capire chi ha accoppato il bidello di una casa di cura per schizzati di cervello, per cui facciamo una bella cosa.»

L’ispettore tirò fuori dalla carpetta un foglio di carta scritto a caratteri fitti e una penna.

«Firma questa confessione scritta.»

«Io… non voglio finire in carcere – Matteo scuoteva la testa continuando a fissare il foglio – Non posso, io devo trovare il cuore.»

«Stai tranquillo, non finirai in galera, sei minorenne e poi se ripeti al giudice quello che hai detto a me ti darà di sicuro l’infermità mentale, magari tornerai in una bella clinica dove tutti ti vogliono bene.»

Matteo si alzò dalla sedia e arretrò fino a toccare con le spalle la parete della stanza.

«No, no!»

«Ragazzino, calmati e mettiti seduto.»

«No, io devo andarmene!»

«Non vai proprio da nessuna parte, mettiti seduto e firma quel cazzo di foglio!»

Il ragazzo diede e spalle all’ispettore e cominciò a picchiare con i pugni sulla parete, continuando a gridare e a supplicare di lasciarlo andare.

«Al diavolo! – imprecò il poliziotto – Non volevo che finisse così. Mi ci hai costretto. Ragazzi!»

Mentre Matteo picchiava sul muro e il richiamo picchiava nella sua testa, sentì solo la porta aprirsi e qualcuno che entrava, poi un cappuccio nero gli fu calato sulla testa e stretto attorno al collo.

«Portatelo nell’archivio.»

Venne trascinato via mentre si dimenava e urlava.

Il tragitto non fu lungo, percorsero diversi corridoi, poi fu aperta una porta e lo spinsero a scendere delle scale, poi ancora un pezzo di strada contorta e un’altra porta, di metallo stavolta.

«Vedi, ragazzo, lo sappiamo che sei stato tu.»

La voce proveniva da un punto davanti a lui, molto vicino alla sua faccia, il mondo di Matteo però si era fatto buio e soffocante, il cappuccio gli rendeva faticosa la respirazione e smorzava tutti i suoni, attutiti e coperti dall’incessante blaterare del richiamo. Aveva riconosciuto la voce, era quella dell’ispettore, mentre le mani che lo tenevano bloccato dovevano essere quelle dei suoi colleghi. Mani pesanti, callose, macchiate di sangue e di lacrime anche se appena lavate. Mani che gli legavano i polsi a dei tubi con lacci ruvidi e taglienti, così stretti da bloccargli quasi la circolazione. E dopo i polsi fu la volta della caviglie.

Era immobilizzato con le braccia e le gambe aperte, su una superficie fredda e liscia, una lastra di metallo. Percepiva comunque una certa sensazione di movimento, immaginò di essere su un carrello a rotelle, di quelli portavivande che usavano gli inservienti della clinica per portare i pasti dalle cucine alla sala da pranzo.

«Magari tu non lo sai, la tua testa non funziona come dovrebbe.»

Provò a forzare i lacci che lo trattenevano, ottenendo come risultato solo delle profonde escoriazioni sulla pelle.

«Se tu ti fossi fidato tutto questo non sarebbe stato necessario, ora invece dovremo convincerti a collaborare. Alla salute.»

Il cappuccio gli venne stretto sul volto e subito un fiotto di acqua gelata gli inondò la testa. Sorpreso e spaventato, non riuscì a prendere fiato, provava a respirare, ma dal tessuto bagnato non filtrava aria, gli sembrava di affogare. La tortura durò fino a che non sentì il petto bruciargli, poi la stoffa venne allentata quel tanto che bastava per fargli prendere tre respiri. Tre boccate di vita prima del secondo giro d’acqua. E del terzo.

«Che ne dici ora di mettere una firma sulla tua confessione, eh?»

Matteo provò a dire di sì, lo avrebbe urlato con tutta la forza, ma l’unica cosa che uscì dalla sua gola fu un colpo di tosse e il rigurgito di un fiotto d’acqua che gli salì fino al naso.

«Lasciamogli il tempo di riprendersi un attimo. Secondo me lo abbiamo convinto.»

L’ossigeno che tornava a irrorare il sangue e a riempire i polmoni fece scomparire poco per volta la sensazione di oblio che precedeva la perdita di sensi e il fischio che sentiva nelle orecchie si trasformò in una serie di flebili rumori indistinti. Aveva l’idea che qualcosa si muovesse nell’ambiente attorno a lui strisciando e sibilando. I suoni più vicini erano però quelli familiari di scarpe che toccano il pavimento, uomini che si girano su loro stessi cambiando di scatto direzione e posizione.

«Ispettore, che succede?!»

«Cosa diavolo sono quelli?!»

I movimenti si facevano più convulsi e i sibili più vicini. La superficie su cui era legato si mosse, urtata probabilmente da uno dei poliziotti.

«Non lo so! Scappiamo!»

Si sentirono dei versi disumani, delle urla, colpi, grida, strappi, lacerazioni, ringhi e suoni disarticolati, come se una muta di cani rabbiosi avesse attaccato e sopraffatto il piccolo gruppo di uomini.

Poco dopo era tutto finito. Regnava la calma e il silenzio, screziato solo dal rumore di un’autoclave in funzione e da decine di respiri viscidi e sibilanti.

Matteo rimase immobile, tradito solo dal ritmico alzarsi e abbassarsi della cassa toracica. Pensò che forse i vermi – perché delle creature dell’incubo si trattava, ne era certo – non lo avevano visto, non si erano accorti della sua presenza, forse erano lì per caso.

Ogni speranza venne meno quando sentì il carrello su cui era sdraiato che veniva sollevato e spostato.

Si era prefigurato questa scena nella sua testa e aveva immaginato di urlare e dimenarsi fino a strappare i legacci che lo trattenevano per poi fuggire con le caviglie e i polsi sanguinanti attraverso una folla di esseri deformi dalla pelle bianca.

Non accadde nulla di tutto ciò. Quegli schiocchi, quei versi cacofonici, quei fischi stonati che sentiva erano un tentativo di comunicare, se non proprio una lingua. I vermi gli stavano parlando, un discorso, un canto incomprensibile e blasfemo che lo calmò e anestetizzò le sue percezioni per poi confondersi in un unico e costante battito.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: