Il richiamo – parte 7

6 terribili verità – Sesta verità

Il freddo gli stava facendo dolere anche le ossa e a niente serviva stringere al petto le braccia conserte. Dondolare avanti e indietro avvicinando la fronte alle ginocchia non scioglieva il gelo che risaliva dal bordo del marciapiede su cui era seduto, che dai glutei gli irrigidiva i muscoli della schiena fino a bloccargli il collo.

Un borbottio straziante salì dallo stomaco di Matteo.

«Scusami sai – disse sorridendo alla bambina seduta vicino a lui – ma sto veramente morendo di fame.»

Stava gelando. Dora, invece, benché fosse praticamente nuda, coperta solo da una grossa canottiera consunta, non dava segni di fastidio fisico, se ne stava immobile con lo sguardo catatonico e la bocca semiaperta.

Con un moto di vergogna aprì il giacchetto e la coprì con la stoffa felpata abbracciandole le spalle. La pelle era fredda come la pietra del marciapiede, la sentiva sul suo petto, dove era poggiata con la guancia, la sentiva sul collo e sul mento, in contatto con la testolina dai capelli arruffati.

All’improvviso Dora alzò la testa per fissare un punto sul marciapiede opposto.

«Che cosa succede?» le chiese.

Lei non rispose, si divincolò dal suo abbraccio e scappò di corsa in mezzo alla strada sparendo in una stretta traversa.

Matteo era così intirizzito che gli ci volle qualche attimo per riuscire ad alzarsi e a correrle appresso, nonostante la paura folle di perderla ancora. La seguì con la forza della disperazione in mezzo ai caseggiati popolari, erti come antichi guardiani di pietra sul punto di sbriciolarsi. Quando la raggiunse si sentì piuttosto stupido. Non stava fuggendo da lui. Si era fermata vicino l’angolo che dava sul retro di un palazzo, teneva le mani poggiate al muro e sporgeva la testa cercando di rimanere nascosta.

Con cautela le si avvicinò e sbirciò a sua volta. A metà del sudicio vicolo una porta di metallo verniciato era tenuta spalancata da una catenella agganciata a un chiodo nel muro. Un ragazzo con una cuffietta in testa e un grembiule sporco stava uscendo portando due grossi sacchi neri, con aria stanca premette il pedale di un grosso bidone dei rifiuti nel quale gettò i sacchi. Lo guardarono di nascosto mentre accendeva una sigaretta e aspirava qualche boccata chiudendo gli occhi, poi una voce da dentro il locale urlò qualcosa e il garzone gettò la sigaretta appena iniziata e rientrò nel retro del ristorante chiudendosi la porta alle spalle.

La catenella ancora dondolava appesa alla maniglia quando Dora si mosse con disinvoltura verso il cassonetto e si mise a rimestare tra i sacchi appena gettati, li aprì con le piccole mani e tirò fuori avanzi di cibo, prese solo i pezzi più integri, una braciola, un panino, e altre cose ordinate e buttate quasi senza essere state toccate.

Matteo sentì i crampi indurirgli la pancia, la saliva gli inondava la bocca, avrebbe voluto unirsi alla bambina, che nel frattempo strappava grossi bocconi e si riempiva le guance di avanzi. L’orgoglio e la vergogna fecero da deterrente solo i primi due minuti, poi decise che lo stomaco pieno era prioritario rispetto al mantenimento di qualunque decoro.

Si saziarono con i resti di pasti altrui, alla fine non guardavano neanche più cosa portavano alla bocca, tanta era la foga nel trangugiare i rimasugli che per poco Matteo non soffocò, cominciò a tossire e riuscì a sputare l’ultimo boccone incastrato in gola, allora vide i poliziotti. Erano in due, a bordo di un’auto di servizio ferma in fondo alla stradina da dove erano venuti loro, lo guardavano con aria sospettosa. Subito distolse lo sguardo, si asciugò la bocca con una manica e prese Dora per un braccio. La ragazzina allungava la mano per afferrare le ultime manciate di cibo, ma lui la trascinò di forza.

Si girò e vide che uno dei poliziotti stava venendo verso di loro.

«Ragazzo, fermati un momento» gridò l’agente accelerando il passo.

Matteo cominciò a correre portandosi dietro Dora, sentiva i passi di corsa del poliziotto alle sue spalle.

«Fermati! Voglio solo parlare!»

Corse con la forza della disperazione e il richiamo tornò a farsi sentire. O era il suo respiro affannato? Da quando aveva ritrovato Dora non lo aveva più sentito, aveva sperato che non tornasse più a invadergli le orecchie, aveva persino pensato che non fosse mai stato reale. Ma il richiamo era tornato a reclamare la sua attenzione, cercava di dirgli qualcosa, di metterlo in allarme, era talmente forte da coprire le grida del poliziotto. No, non era coperte, le grida erano cessate. Girò un attimo la testa: l’agente non lo inseguiva più, aveva rallentato ed era rimasto indietro.

«Ce l’ho fatta» pensò.

Era scappato dalla clinica, si era nascosto dalla città, era sopravvissuto al Guardiano delle oche, sentiva di poter fare tutto, sarebbe sfuggito anche a questo.

Ma quando tornò a guardare in avanti vide la volante sbucargli davanti e tagliargli la strada. Quasi andò a sbattere sul cofano mentre inchiodava sui talloni e invertiva la direzione. Un tentativo di fuga inutile poiché il primo poliziotto lo stava aspettando in posa di guardia.

La confusione, dentro e fuori, era tale da dargli le vertigini; la strada gli vorticava attorno, faticava a stare in piedi, in quelle condizioni non era più in grado di difendere la bambina.

«Vattene! Scappa!» gridò mentre la spingeva via e si gettava contro il poliziotto che li aveva inseguiti.

L’uomo ebbe ragione di lui con poche mosse, inutili i tentativi di caricarlo a testa bassa, così come i pugni e i calci, era troppo debole per l’agente, più grosso e forte; la lotta impari terminò con un violento manrovescio che lo gettò in terra. Sentì il naso cedere sotto il colpo della mano, poi si ritrovò con la guancia sull’asfalto, bagnato dal suo stesso sangue che usciva copioso dalle narici e gli impediva di respirare. Il poliziotto gli saltò addosso, le ginocchia piantate nelle scapole, le costole schiacciate al limite della resistenza, con l’aiuto del suo collega gli ammanettò entrambe le mani dietro la schiena. A lui non interessava più. Andava bene così. Allungando il collo riusciva a vedere il volto innocente di Dora che lo guardava attraverso la finestrella di un seminterrato. Lei ce l’aveva fatta. Il resto non aveva alcuna importanza.

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