Il richiamo – parte 6

6 terribili verità – Sesta verità

«Eccolo! Sta arrivando» ripeté ancora il vecchio.

Matteo lo guardò scappare spostandosi solo a forza di braccia fino a schiacciarsi tremando e scuotendo la testa contro la parete a cui era incatenato.

Dalla parte opposta i bambini cominciarono ad agitarsi in modo simile, si muovevano nervosi, si riunivano in piccoli gruppi per dividersi subito e sparpagliarsi, alla fine si crearono due ali di piccoli corpi che si aprirono per fare spazio a chiunque stesse arrivando. Fra le colonne di cemento più lontane si muoveva una sagoma enorme, che riempiva l’oscurità con la sua mole. L’incedere lento era accompagnato da un respiro roco e pesante e da un ticchettio cadenzato. Alcuni dei bambini cominciarono a piangere sommessamente poco prima che la sagoma si rivelasse.

«Mie piccole oche. Mie piccole ochette. Se non ci fossi io chi vi accudirebbe? Chi si prenderebbe cura di voi?»

Poteva vederlo finalmente. Il Guardiano delle oche. Un uomo imponente, dai muscoli rigonfi che il grasso distribuito sul corpo non riusciva a nascondere e messi in mostra dallo strato di unto sulla pelle, vestito solo con dei jeans laceri stretti in vita da una corda, le braccia coperte di folti peli neri, così come il ventre rigonfio, sul petto scendeva una lunga barba dello stesso colore e dall’aspetto sudicio. Camminava tenendo il mento leggermente alzato e picchiettando il terreno davanti a sé con una robusta canna di bambù. L’uomo infatti era cieco e al posto degli occhi aveva solo due crateri cicatrizzati.

Passò in mezzo ai bambini terrorizzati girando la testa da una parte dall’altra, come se annusasse l’aria, si fermò al centro del vuoto creatosi al suo passaggio con un’espressione piuttosto contrariata.

«Non siete forse contente di vedermi? Su, venite a salutare gioiose il vostro guardiano! Venite a me!»

I bambini si mossero in preda a uno strano fermento emettendo ghigni e stridolii isterici e gli si accalcarono intorno stringendolo in un abbraccio collettivo, la parodia meccanica di un’esultanza autentica.

«Brave le mie piccole ochette. Brave.»

Il sorriso delirante dell’uomo si spense quando parve percepire qualcosa che non andava.

«Un momento. Perché le mie piccole ochette non sono tutte qui a festeggiare?»

Allungò il braccio e con la canna andò a toccare un bambino mezzo nudo piegato sopra un barattolo di colla, gli usciva il sangue dal naso e le palpebre fibrillavano.

«Tu, perché non vieni a me? Non mi vuoi più bene? Ripaghi così tutto il mio amore?»

In ragazzino non si mosse, vittima di chissà quale shock chimico.

«Al diavolo, ochetta maleducata!»

Il Guardiano frustò l’aria con la canna che si andò ad abbattere sulla testa del giovane sventurato, schizzi di cervello volarono in tute le direzioni mentre il piccolo cadavere finiva a faccia in giù nel fluido appiccicoso per la violenza del colpo.

Ancora più terrorizzati i bambini si accalcarono attorno al brutale assassino lagnandosi e mugugnando.

«Su, su, mie piccole ochette – disse accarezzando alcune teste arruffate – è tutto finito adesso.»

Con passi lenti si andò a sedere su una specie di trono ricavato da una vecchia poltrona quasi disfatta poggiata su una catasta di pedane di legno che scricchiolarono sul punto di rompersi sotto il suo peso. Dopo aver tirato un lungo respiro cominciò a toccare le testoline una a una con la punta della canna e a sussurrare qualcosa che a Matteo potevano sembrare nomi o numeri, come se stesse contando i presenti o facendo l’appello.

Quando vide Dora vicino a lui, Matteo si lasciò scappare un verso. La bambina era abbracciata alla pancia voluminosa e sudicia, schiacciata a un rotolo adiposo dalla mano dell’uomo.

«Chi c’è?»

Matteo si tappò la bocca con le mani.

«Cuoco – insistette il Guardiano – C’è qualcuno che non conosco? Una nuova ochetta?»

Il vecchio rispose al suo sguardo di supplica con un ghigno malevolo.

«Sì, guardiano delle oche, ce lo ha portato Flick.»

«Uh… Allora non si tratta di una bella ochetta, ma di mangime. Lo sento respirare, è vivo? È cosciente?»

«Per ora.»

«Bene, macellalo e cuocilo, ho fame.»

«No! La prego, signor Guardiano…»

Matteo scattò in piedi sull’orlo delle lacrime.

«Il mangime mi supplica? E perché mai? Il mangime è solo mangime e deve fare il mangime!»

«Ma io…»

«Silenzio!»

Il Guardiano batté la canna a terra e i bambini si dispersero spaventati, molti si nascosero dietro i pilastri.

«Fallo a pezzi, cuoco, lo mangerò crudo!»

«No, non può mangiarmi, devo seguire il richiamo!»

La massa enorme dell’uomo si sollevò di scatto dal trono, il lardo ballava per i fremiti di rabbia. Venne avanti come una furia, coprendo lo spazio che lo separava da Matteo con una rapidità impensabile per la sua mole, bestemmiando e imprecando a gran voce. Colpì il ragazzo con un avambraccio scaraventandolo contro la parete.

L’impatto lasciò Matteo senza fiato, provò a scappare non appena toccò terra, ma la mano del guardiano lo afferrò per la maglia, lo sollevò e lo sbatté di nuovo al muro, prima che potesse tentare di reagire ancora le dita ruvide e sporche si strinsero come una morsa sul suo collo impedendogli di respirare. Mentre si divincolava inutilmente sentì l’altra mano tastargli tra le gambe e chiudersi sui genitali. Un dolore lancinante lo invase mentre il Guardiano gli strizzava i testicoli, aumentò i suoi sforzi per liberarsi, ma senza ottenere risultati, finché il dolore non divenne troppo costringendolo a rilasciare la vescica. Sia la presa al collo, sia quella all’inguine si allentarono nel momento in cui il liquido caldo gli inzuppò i pantaloni, e cadde a terra tossendo.

«Che schifo! – urlò il Guardiano scrollando la mano bagnata – Tu non sei una delle mie ochette, sei solo una lurida bestia!»

Mentre diceva questo lo picchiava con la canna, non abbastanza forte da rompergli le ossa, ma a sufficienza per spaccargli la pelle, coprendolo di grossi lividi sanguinanti. Lo picchiava e continuava a bestemmiare.

«Mangiatelo, mie piccole ochette! Mangiatelo! È l’ora della pappa!»

Non appena la canna smise di sibilare per l’aria, i bambini si avvicinarono a Matteo, che tremava ancora in posizione fetale; da prima con timidezza, poi con sempre maggiore foga, finché non gli si gettarono addosso emettendo versi striduli, con le manine dalle unghie sporche in avanti e le bocche spalancate.

Tra il sangue che gli colava sugli occhi e il dolore delle decine di morsi su tutto il corpo, Matteo riuscì a distinguere Dora, la Dora bambina che lo osservava col volto indifferente da un’oasi di calma immersa nella calca di piccoli corpi famelici. Muoveva le labbra, in maniera quasi impercettibile, stava dicendo qualcosa, sempre le stesse parole. Le parole incomprensibili del richiamo.

Ipnotizzato da quella ripetizione infinita, si accorse solo dopo diverso tempo che i bambini avevano smesso di infierire su di lui, ora avevano lo sguardo perso nel vuoto e oscillavano al ritmo imposto dalla cantilena di Dora.

La voce che ripeteva in maniera compulsiva il richiamo era quella corale di tutti i piccoli schiavi presenti.

«Che succede?» urlò il Guardiano delle oche scuotendo la testa disorientato.

Ma nessuno gli rispose e al suono delle voci si aggiunse quello di decine di piedini sbattuti con violenza al suolo, con ritmo sempre crescente.

«Che succede? – continuò a gridare il Guardiano – Che cazzo succede?»

Matteo si fece largo fino a Dora, l’unica che non batteva i piedi in terra, e la abbracciò.

Sentì una fitta di dolore a un polpaccio mentre il vecchio cuoco gli serrava la mano scheletrica sull’altra caviglia: lo aveva ferito con il coltello, un taglio profondo, ma nulla di più. Scaricò tutto l’odio che aveva accumulato negli ultimi minuti con un calcio alla faccia dello storpio. Il coltello cadde in terra e prima che l’uomo potesse riprendersi del tutto, lo raccolse e tagliò fino alle ossa le dita che gli stringevano la caviglia. In breve la lama arrugginita ebbe la meglio anche sulla corda che lo legava al muro, ma il vecchio, con la faccia tumefatta, lo fronteggiava di nuovo e alle sue spalle sentiva avvicinarsi il Guardiano. Aveva il coltello in mano, un oggetto inutile per un debole ragazzino che se l’era fatta nei pantaloni neanche cinque minuti prima. Nell’altra mano stringeva il polso di Dora, quella era la sua vera arma.

«Sshh» le disse.

La bambina tacque, così come le era stato chiesto. Un attimo dopo tutti i bambini erano ammutoliti.

«È l’ora della pappa ochette!» gridò Matteo.

Si mise a correre nella direzione in cui le ombre nascondevano la parete. Mentre scappava, vide con la coda dell’occhio i bambini gettarsi all’unisono sul cuoco come uno sciame di cavallette, ignorando del tutto le sue suppliche e i suoi contorcimenti mentre gli strappavano via la vita a piccoli mozzichi.

Sentì spegnersi alle sue spalle le grida e le bestemmie del Guardiano delle oche che nell’inseguirli alla cieca era inciampato sulla catena legata attorno al collo del vecchio.

L’unica cosa a cui pensava era a uscire da quel posto maledetto, fuori, verso la salvezza.

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