Il richiamo – parte 5

6 terribili verità – Sesta verità

Tramortito, ma non del tutto assente, Matteo percepiva con un barlume di coscienza residua la pressione di piccole mani sul suo corpo, piccole mani che lo sollevavano facendolo fluttuare in aria mentre lo spingevano avanti, un nastro trasportatore vivente intento a farlo scivolare nell’oscurità lungo un percorso tortuoso, fatto di curve, tornanti, dossi, discese, rallentamenti e corse disarticolate.

Si rendeva conto di tutto quello che gli stava accadendo. Eppure stava anche sognando.

Nell’incubo era sospinto da una marea animata di arti biancastri e viscidi, le mani dei vermi umanoidi lo obbligavano a muoversi, a spostarsi per tutta la lunghezza di una galleria nella roccia. Le ombre della notte si confondevano con il buio eterno dei meandri sotterranei e con la tenebra assoluta degli sconfinati spazi esterni. La mente sovrapponeva le tre realtà – le infinite realtà – trasformandole in altrettante menzogne sensoriali, o semplicemente passava dall’una all’altra senza soluzione di continuità, precipitando da un abisso all’altro.

Nel mondo dei sensi, bambini lo portavano in luoghi sconosciuti, dimenticati, inaccessibili della città di superficie; mentre nel sogno, le creature lo obbligavano a tuffarsi sempre più in profondità nel sottomondo, sempre più addentro le viscere della terra, sempre più avanti nel tunnel. Finché non venne inghiottito da un vuoto denso e accogliente. Niente più mani, niente più rumori, niente più gravità, come galleggiare per un lungo istante nel vuoto del cosmo senza più un corpo, puro spirito liberato. Per un solo istante. L’istante in cui il condotto terminò per sfociare nella grande caverna dove aveva origine il richiamo, dove quelle parole impronunciabili uscivano dall’Oscurità di luoghi dimenticati e si riversavano come fiumiciattoli di scorie velenose nella fertile valle dello spirito umano, rendendola sterile, riarsa, avvelenata, adatta solo a nutrire i rovi intricati e taglienti della follia, cresciuti spontaneamente in sentieri labirintici che conducono senza alternative a seguire il richiamo e che si richiudono alle spalle di chi osa attraversarli.

Alla fine di quell’istante di pace inconsapevole, cominciò la caduta, breve, veloce, violenta, lo accompagnò con forza schiacciante fino al pavimento della grotta, diversi metri più in basso. Il rumore delle ossa rotte lo udì prima con le orecchie, ancora mezze assordate dal fischio dell’aria, e poco dopo punti di dolore cominciarono a moltiplicarsi e a spandersi in tutto il corpo. Provò a muoversi, ma era come una marionetta con i fili recisi e a ogni tentativo sentiva le schegge d’osso scavallare le fratture scomposte e lacerargli la carne. Sotto la prosodia isterica del richiamo poteva ancora sentire i suoi stessi gemiti, ma non era il solo in ascolto. Quando si fu arreso alla sua condizione di totale invalidità si accorse di essere circondato dalle creature. Nell’oscurità quasi totale biancheggiava la pelle di quei corpi glabri e scimmieschi, creando una parvenza di luce sufficiente a evidenziare alcuni dettagli, le unghie lunghe, spesse, gialle come i loro denti, sottili, appuntiti, innestati in ordine casuale nelle gengive rigonfie. Oscene voragini, deformazioni più o meno disgustose ed estreme di bocche umane, si aprivano nella metà inferiore di volti inespressivi, dai tratti somatici appena abbozzati nella carne gelatinosa, al di sotto di piccole narici vibranti e di un paio di piccoli occhi involuti, distanti tra loro e velati da una patina lattiginosa. Bava e altri umori colavano tra le file di denti imbrattando il mento sfuggente e il collo. Erano eccitati, fremevano di una bramosia bestiale, la fame.

Mentre sognava che le creature lo circondavano e si accalcavano per toccarlo, si agitava, si lamentava, cercava di allontanare l’orrore scalciando a vuoto. Si ritrasse con un sussulto quando dita esili e fredde lo toccarono; pensava solo a scappare, l’istinto di sopravvivenza gli gridava di andare via dalla grotta. Solo che non si trovava nella grotta. Non era mai stato in nessuna grotta.

Con la sensazione di cadere nel vuoto, distese le gambe con uno scatto e spalancò gli occhi. Stava guardando il soffitto di un edifico in cemento armato rimasto allo stato grezzo da chissà quanto tempo. Di sicuro era stato abbandonato prima di essere portato a termine, per sempre vecchio senza essere mai stato nuovo, incompiuto.

Era sveglio, ne era quasi sicuro, ma ancora faticava a tornare padrone del proprio corpo e la mente vagava tra riflessioni e percezioni in uno stato semi-allucinatorio. Faceva caldo, una sensazione anomala e fuori luogo da quando aveva lasciato la clinica, era un caldo umido, come si immaginava dovesse esserci in un locale caldaie. Il pavimento era duro, ruvido e polveroso: terra battuta o cemento grossolano

Si destò del tutto solo quando si accorse dei bambini.

Tutto attorno a lui dei bambini si sporgevano in avanti per guardarlo meglio, forse una decina, lo fissavano con occhi acquosi e spenti, in alcuni casi bianchi o con gli iridi sfocati. Vestivano di stracci o abiti sporchi e rimediati. Sui corpi esili, quando non addirittura scheletrici, erano evidenti i lividi, le ecchimosi, i tagli e gli altri segni di innumerevoli violenze subite.

In mezzo a loro scorse anche il volto noto della piccola Dora. La bambina se ne stava immobile come gli altri, a fissarlo; non aveva più i vestiti con cui l’aveva vista l’ultima volta, quando l’aveva inseguita per mezza città, indossava solo una canottiera ingiallita troppo grande per lei di almeno tre taglie, così abbondante che le arrivava appena sopra le ginocchia facendole da vestito intero.

Matteo cercò di tirarsi su a sedere, ma una mano nodosa gli calò sul petto schiacciandolo di nuovo a terra e tenendolo sdraiato nonostante i suoi sforzi.

«No no. Sta’ giù, altrimenti il Guardiano delle oche si arrabbia.»

Si trattava di un vecchio, seduto vicino a lui, mezzo nudo anch’egli, con le gambe nascoste da una coperta a quadri e stretta al collo una spessa catena arrugginita fissata alla parete più vicina, a qualche metro di distanza. L’aspetto tremendo convinse il ragazzo a dar retta al suggerimento e la pressione della mano si allentò mentre il vecchio allargava la bocca in un sorriso malato dal quale spuntava una manciata di denti gialli e neri disposti in ordine sparso lungo le gengive. Lo sguardo rimbalzava frenetico dagli occhi cisposi del suo carceriere al coltello incrostato di nero che teneva nell’altra mano.

«Belli vero?»

Con la punta dello sgraziato arnese da cucina indicò la fila di bambini.

«Sono le oche del Guardiano e lui è il loro padrone, fanno tutto quello che vuole, tutto, capito?»

In quel momento Matteo si accorse degli arnesi disposti in terra dietro all’uomo: pentole, tegami, spiedi, mannaie, forconi e altre cose del genere. Tutti sporchi e infestati da piccole larve bianche. I resti di fuochi ormai spenti gli confermarono la prima impressione: si trattava di una cucina.

Il sospetto sugli orribili pasti che venivano consumati in quel luogo fece capolino come un ospite sgradito. Lo ricacciò indietro spinto dalla necessità di non pensarci e dal pensiero più pressante di trovare Dora.

La piccola folla che aveva assistito al suo risveglio aveva perso interesse e si era dispersa, fra loro anche la bambina. La cercò con lo sguardo, indagando quanto riusciva a vedere del grande ambiente in cui si trovava. La scarsa illuminazione gli fece capire a mala pena che non si trattava di una vera e propria stanza, sembrava l’intero piano di un palazzo per quanto era vasto, vuoto, senza tramezzi a separare le stanze, solo pilastri rettangolari dagli spigoli sbreccati ogni tanto.

Dispersi in quell’ambiente enorme si aggiravano decine di ragazzini, il più piccolo aveva forse cinque anni, mentre il più grande non arrivava alla sua età. Non dicevano nulla, anzi, non facevano nulla. Immersi in un silenzio e irreale vagavano senza meta con lo sguardo assente, da soli o a piccoli gruppi, oppure stavano fermi attorno a qualcosa che riuscì a capire dovevano essere grossi barattoli di colla e solventi. Sniffavano colla e se ne stavano lì inebetiti, ma quello non doveva essere l’unico metodo di fuga dalla realtà, sul pavimento, infatti, erano buttate siringhe usate, tra cui correvano ratti pasciuti e grassi scarafaggi.

«Sta’ giù, ti ho detto!»

Questa volta l’ordine fu sottolineato da una lama di coltello premuta contro la guancia. Andò a sbattere con la nuca sul pavimento e rimase immobile, con la bocca contratta e gli occhi sbarrati, aveva paura persino di respirare.

«Bravo, vedo che hai capito.»

Il vecchio fece scivolare via l’arnese affilato dalla sua faccia, lasciandogli un taglio superficiale ma doloroso.

«Fra un po’ il Guardiano verrà a vederti, se gli piaci diventerai una delle sue oche, altrimenti ti darà a me.»

«E tu mi aiuterai?» la voce era quella della disperazione.

«No, stupido!»

La faccia incartapecorita si contrasse in una smorfia d’odio, mentre con il coltello sottolineava le parole del folle.

«Io ti macellerò come un animale e poi ti cucinerò! Ahahah! Ti cuocerò per bene!»

Matteo si ritrasse strisciando sulla schiena, ma una mano gli serrò il polso strattonandolo indietro. La punta del coltello saettò più volte avanti e indietro punzecchiandogli il collo.

«Shh. Sta’ buono. Buono ho detto!»

Il ragazzo si immobilizzò di nuovo, stava andando in iperventilazione.

«Credi che mi diverta? Mi fa schifo la puzza di… bambino! Non sopporto le esalazioni quando metto a bollire la carne di qualcuno, mi viene la nausea.»

Il vecchio si avvicinò a Matteo strusciando sul sedere e gli abbracciò le spalle con un braccio avvizzito.

«Se fosse per me ti aiuterei, vi aiuterei tutti. Io adoro i bambini! Ma il Guardiano… quello che fa… come lo fa… Sai, è davvero un grandissimo bastardo.»

Un sorriso sdentato si aprì sulle labbra rinsecchite.

«Oh, ma io gliela faccio pagare, ogni tanto, quando fa le sue cose con le ragazzine io li guardo e mi faccio una sega–ahah. Lui non mi vede, ma… ecco… ahah… ma ogni tanto vengo nello stufato che gli preparo–ahaha. E lui se lo mangia–ahahah!»

Lo sguardo folle si abbassò a terra nell’istante in cui il sorriso si spense.

«Una volta però se n’è accorto… e me l’ha fatta pagare…»

Con la mano tremante il vecchio scostò la coperta che lo copriva dai fianchi in giù, rivelando delle gambe scheletriche, inerti, spezzate con un’angolazione indecente all’altezza delle ginocchia. Una delle due gambe terminava con un moncherino.

«Lo so cosa stai guardando. Prima ero legato alla caviglia, come te.»

Matteo non se ne era accorto prima, ma in effetti aveva una grossa corda, ruvida e sfibrata, legata alla caviglia; l’altro capo era saldamente fissato al pilastro di cemento più vicino.

«Visto che le gambe non mi servivano più mi sono tagliato il piede, ma non sono andato lontano…»

Tirò la corda, provò a sfilarla dal piede e saggiarne i nodi, ma non sembrava poter cedere.

«Comunque sei troppo grande per lui, ormai lo conosco, ti farà diventare mangime.»

«Io non posso! – disse Matteo sul punto di mettersi a piangere – Io devo andarmene, devo portarla via, in salvo! Non volevo venire qui, mi dispiace, sono stato ingannato. Ti prego. Sto cercando un posto…»

«Sìsì, bella storia, tutti cercano qualcosa–ahah, e nessuno vuole pagare le conseguenze, vorrebbero trovare quello che cercano, ma con la vita di un altro, con la sofferenza di un altro, con la fatica di un altro, e guarda un po’: nessuno vuole essere quello che è quando quello che trovano è solo merda, vero?»

«No! Io la porterò lì! Seguirò il richiamo, lo sento, deve essere da qualche parte. Flick mi ha detto che il guardiano sa che cos’è e da dove parte.»

«Flick è un piccolo ratto di fogna, se la sua carne non fosse già stoppacciosa lo sfiletterei volentieri – il coltello guizzò simulando l’azione – ti ha detto solo quello che volevi sentirti dire.»

«Ma il Guardiano…»

«Il Guardiano delle oche è solo un grosso pervertito che percepisce il mondo attraverso i suoi peli sudici, non sente neanche più il suo di cuore, sente solo le sue scorregge e i risucchi gastrici dei suoi appetiti più schifosi – si interruppe per guardare terrorizzato oltre le ombre che celavano i piloni più distanti – Eccolo!»

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