6 terribili verità, narrativa

Il richiamo – parte 4

6 terribili verità – Sesta verità

Matteo si lasciò rapire dal sonno perché sperava di incontrare di nuovo Dora, almeno nei sogni, solo per vederla, per parlarci ancora e perché gli desse delle indicazioni su dove andare per ritrovarla. Invece quando la nebbia del sonno si fu diradata si trovò nella stessa identica posizione di quando si era addormentato, solo che si sentiva in qualche modo staccato da se stesso, come se il suo corpo lo imprigionasse, senza rispondere alle sollecitazioni, e al contempo non fosse in grado di limitarne del tutto le percezioni. Vedeva e sentiva quello che c’era attorno, con la certezza di avere le palpebre calate e le orecchie coperte dalla coperta avvolta sulla testa. Era un fantasma eterico bloccato dalla carne viva.

L’oscurità attorno al suo corpo dormiente cominciò a muoversi, a gonfiarsi, a fuoriuscire viscosa dalle crepe nel muro alle sue spalle, dagli scoli fognari davanti a lui, a filtrare attraverso la rete, per poi scivolare via e ritrarsi da arti illuminati dalla pallida luce di lampioni lontani. Mani inumane, appendici mostruose e bestiali di un candore blasfemo e gelatinoso come la pseudo pelle di grosse larve. Le creature dell’incubo, i vermi generati dalla putrefazione della città stessa stavano strisciando attorno a lui, poteva sentirne i gorgoglii, i versi affamati, gli schiocchi che preludevano un imminente pasto.

Avrebbe voluto urlare, dimenarsi, scappare, ma non poteva farlo, qualcosa glielo impediva e più provava a pensare a una via d’uscita da quella situazione e più si agitava e soffriva per la sua impotenza.

«Devi calmarti!» diceva qualcuno sottovoce.

Ma non riusciva a calmarsi, era in preda al panico, sentiva mani viscide e appiccicose, toccarlo, sfiorarlo.

«Calmati!» ripeté la voce a tono più alto.

Le mani lo afferravano, lo stringevano, gli tappavano la bocca.

«Vuoi farti ammazzare?»

Gli occhi in cui si specchiavano i suoi erano decisi e risoluti. E lui smise di agitarsi.

«Molto bene… Ma devi fare silenzio, altrimenti c’è il rischio che qualcuno che non sono io si sveglia e tu finisci accoltellato.»

Gli occhi si allontanarono e vide che appartenevano a un volto sporco, ancora giovane sebbene invecchiato anzitempo. Il giovane clochard smise di stringergli le braccia e gli tolse la mano dalla bocca.

«Hai solo avuto un incubo – cercò di sorridergli – succede spesso, magari hai bevuto un po’ troppo ieri.»

Matteo scosse la testa, incuriosito dal quel ragazzo poco più grande di lui, che riusciva ad allontanare il suo senso di solitudine e con esso i vermi dell’incubo. Il suo aspetto trasandato lasciava intendere una storia molto più intensa, piena e sofferta.

«Sì, va bene, fa niente… Io sono Flick, cioè, non sono proprio Flick, mi chiamano Flick.»

Senza pensarci troppo afferrò la mano che gli veniva tesa e rispose.

«Io invece sono proprio Matteo.»

Si fidava di quel ragazzo. Pensò che sarebbero potuti diventare amici.

«Non sei da molto in strada, vero?»

«Si capisce?»

«Eh! Guardati, sembri uscito ieri da un ospedale.»

«Una specie»

Ci fu qualche attimo di silenzio, poi Matteo riprese a parlare.

«Flick, dicevi sul serio prima? – chiese – Sul finire accoltellato?»

«Scherzi? L’ho già visto, il manico che spunta dalla pancia, una brutta storia. Senti, non per farmi gli affari tuoi, ma perché uno… come te è finito in strada? Voglio dire, sei in pigiama… Se ti droghi io non ti biasimo però…»

«No no, io non mi drogo – pensò che non prendeva le sue medicine da molto tempo – Io sto cercando una cosa, cioè una persona…»

Pensava a Dora, ma l’immagine della ragazzina fu offuscata dalle parole incessanti e incomprensibili del richiamo, come il riflesso su uno specchio d’acqua infranto dalla pioggia.

«In realtà non so bene cosa sto cercando…»

Aveva in testa il richiamo.

«Mmm… Mi sembri un po’ confuso amico mio» disse Flick.

«E statevi un po’ zitti. Per la malora!»

Uno dei barboni si era messo a sedere e gli stava inveendo contro, mentre gli altri già davano segno di essersi svegliati a causa delle urla.

«Andiamo via, presto.»

Flick si alzò in piedi, raccogliendo un grosso zaino da terra, e lo aiutò a fare lo stesso, poi si allontanarono dal vicolo con passo svelto.

«Ci avrebbero accoltellato?» chiese Matteo guardandosi indietro con evidente apprensione.

«Ahah. Certo che tu prendi proprio tutto alla lettera. Io sono in strada da un pezzo, senti a me, di due cose ti devi preoccupare se fai il barbone a Littoria; di metterti troppo in mostra, capisci, se ti fai troppo bello finisci sul cazzo a qualcuno, magari qualche zingaro, meglio se te ne vai dalla strada allora, meglio se scappi e non ti fai più vedere.»

«E l’altra cosa?»

«Della polizia. A me non m’hanno mai beccato, ma se ti beccano è la fine. Se succede un casino e non sanno chi incolpare prendono uno di noi, uno della strada, uno a caso, e lo fanno confessare.»

«Anche se non ha fatto niente?»

«Sicuro. Ti portano nell’archivio e lì ti fanno confessare quello che vogliono, pure che fai le pompe ai cavalli per colazione.»

«Che fai ai cavalli?»

«Ahahah. Dai, scherzo. Devi essere proprio un verginello. Dai, muoviamoci.»

Camminarono per diverso tempo. Flick lo portò in molti dormitori improvvisati, simili a quello da cui erano andati via, ma in nessuno c’era posto.

«Sta a vedere» aveva detto a un certo punto il giovane clochard, prima di sparire dietro l’angolo di una palazzina, ed era tornato dopo pochi minuti con dei vestiti per Matteo, sporchi e rovinati, ma caldi e asciutti.

«Dove li hai presi?» aveva chiesto lui.

«Me li ha dati uno che non li voleva più – fu la risposta – Tu però fai troppe domande. Te ne faccio una io allora. Cos’è che stai cercando?»

Matteo ci rifletté su. Aveva già deciso che si fidava di Flick, era alla prova del “quanto”.

«Sto cercando una mia amica. Sia io che lei sentiamo un richiamo.»

Flick sgranò gli occhi e lo fissò come avrebbe potuto fissare un santo o un pazzo.

«Un… un richiamo?»

«Sì, mi ripete di andare da qualche parte, ma non so dove. So solo che lì troverò anche lei.»

«Ahah, tu sei un po’ toccato. Su, muoviamoci.»

«No, davvero, puoi aiutarmi ad andare dove devo andare?»

I due ragazzi erano fermi sul marciapiede, uno di fronte all’altro, Matteo con le mani sul petto dell’altro che lo fissava con aria interdetta.

«Mi sembri deciso.»

«Lo sono, è molto importante. Per favore.»

«Mmm… Ascolta, non posso esserti molto d’aiuto. È solo una leggenda quella del richiamo. La “voce della città”. Ogni tanto qualche barbone va fuori di testa e sparisce. Così dicono che ha sentito il richiamo e l’ha seguito. Capisci?»

«Anche io lo sento, Flick, ce l’ho sempre nelle orecchie, anche in questo momento… Ti prego, non ho nessun altro da cui andare, tu devi aiutarmi.»

Flick spostò lo sguardo sulla strada, incerto su cosa dovesse fare.

«E va bene – disse alla fine – Se qualcuno può sapere qualcosa quello è il Guardiano delle Oche. Sbrighiamoci, dobbiamo arrivarci prima dell’alba.»

Camminarono a passo spedito, senza parlare, col fiato pesante che si trasformava in nuvole di vapore a ogni respiro. Attraversarono così buona parte della periferia fino a fermarsi davanti alle barriere in lamiera ondulata di un cantiere.

«Non ti preoccupare – disse Flick sollevando una lamiera – è abbandonato da anni, lo usano come discarica.»

Matteo seguì con riluttanza il compagno dopo che questi si fu infilato sotto la lamiera. Al di là c’era una gigantesca buca – dovevano essere gli scavi per le fondamenta di un palazzo o per un parcheggio sotterraneo – sembrava non dover finire mai ed estendersi oltre il limite della vista, all’interno era ammucchiato, accatastato, abbandonato, buttato ogni sorta di bene mai prodotto dall’uomo, nella sua versione corrotta dal tempo e dall’usura.

«Allora, ti muovi?»

Flick lo stava aspettando in piedi sul cofano di una station-wagon mezza arrugginita. Scalò a fatica un alto cordolo di macerie e scivolarono insieme lungo le pareti interne del cratere al centro della discarica. Tra elettrodomestici rotti, sacchi neri bucati dai topi, pozze di liquame, mobili in frantumi scesero fino al fondo della conca, dove la matrice originaria dei rifiuti non era più individuabile in mezzo a quel materiale amorfo e fangoso.

Quando la sua guida gli mise un palmo sul petto, Matteo si fermò di colpo. Flick tese un orecchio, poi lanciò tre fischi in rapida sequenza e rimase immobile.

«E ora che facciamo?» chiese dopo un po’.

«Ora aspettiamo» rispose Flick.

«Cosa?»

Il ragazzo di strada fece spallucce e si mise a scrutare verso l’alto il bordo del cratere. Nel chiarore chimico che aleggiava diffuso al livello superiore della discarica, si stagliavano delle piccole sagome umanoidi e altre ancora ne sbucavano mentre le prime scendevano saltellando goffamente verso di loro.

«Chi sono quelli, Flick? Cosa sono?»

«Quelle sono le oche.»

Un colpo secco dietro la testa fece perdere a Matteo l’uso del proprio corpo, ma non i sensi, non subito, il violento impatto accese davanti ai suoi occhi un bagliore bianco che accompagnava il fuoco del dolore che si diffondeva per tutto il corpo. Quando la luce si spense era in terra, la bocca impastata di polvere dal sapore acido e metallico. La vista cominciò ad annebbiarsi, la voce di Flick, accucciato al suo fianco, ancora con il bastone in mano, fu l’ultima cosa che sentì prima di svenire.

«Mi dispiace, ho solo fatto quello che dovevo. Se prendono te, lasceranno in pace me…»

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