6 terribili verità, narrativa

Il richiamo – parte 3

6 terribili verità – Sesta verità

Il mondo fuori non era più come lo ricordava Matteo. D’altronde era passato molto tempo da quando era entrato nella clinica. Anni. Quanti? Cercò di contare le immagini dei diversi natali che galleggiavano nella sua memoria, le immagini si sovrapponevano le une alle altre, come fotografie gettate a caso dentro una scatola da scarpe. Erano tutte simili, se non identiche tra loro: il grande albero di plastica in un angolo della sala, gli operatori della clinica che lo decorano con palline colorate e nastri lucenti, il panettone alla fine del pranzo, alcuni pacchetti da scartare con sopra nomi di parenti e amici, alcuni ospiti ricevevano anche delle visite, i più fortunati venivano presi dai loro cari per passare le feste nelle loro case.

Si aggrappò agli ultimi ricordi che aveva di un natale insieme ai suoi genitori. Era molto più piccolo, 8, forse 9 anni, passeggiava tra le bancarelle di una fiera tenendo per mano sua madre, lei gli aveva chiesto qualcosa, lui aveva annuito e si erano fermati davanti un banco che vendeva dolciumi, frutta secca e caramelle, l’uomo vestito di rosso si era allungato verso di lui da dietro il banco e gli aveva dato una ciambella fritta con dello zucchero spolverato sopra.

Di quelle esperienze riusciva a ritrovare soltanto il freddo intenso, tutto il resto era diverso. La città non aveva più nessuna delle tinte tenui di quando era piccolo, l’oscurità aveva coperto e inglobato il rosa dei volti dei passanti, il verde dei giardini, l’azzurro del cielo, il bianco delle nuvole, perfino il grigio del cemento. Nella notte la città provava a emergere e a sopravvivere trasformandosi in una colossale scultura di vetro e neon, dotandosi di esplosioni luminose per non essere dimenticata e combattere le ombre con altre ombre. Dominavano la scena tinte gialle, rosse e blu, su uno sfondo nero, pennellate elettriche che offuscavano i dettagli e confondevano la vista, abbagliata e aggredita da luci bianche e aliene, circondate da aloni indistinti e malsani.

L’udito era un altro senso offeso, non c’era nulla della calma pacatezza dei suoni della clinica, regolari, abitudinari, inseriti in un sottofondo ormai naturalizzato. Fuori, il silenzio che dominava tra la fine di un giorno e l’inizio del successivo avvicinava i suoi sensi all’idea di vuoto, era l’ultimo superstite di un mondo annientato dalla razionalità e si trovava a fissare le ultime vestigia di una ricchezza inventiva ostentata e inutile.

Seduto su una panchina di cemento nel parcheggio delle autolinee, il silenzio della sua mente era interrotto solo dal passaggio di alcuni automezzi, grandi autobus azzurri, esseri meccanici, creature notturne a cui non era concesso di riposare, e lungo la strada deserta oltre il parcheggio i camion della nettezza urbana, che come coprofagi crepuscolari facevano tappe fisse per fagocitare gli scarti di una società cancrenosa che nasconde dentro bare di metallo i parassiti incistati che produce e poi rifiuta, automobili che sfrecciavano in preda all’eccitazione indotta da stati di ebbrezza o carburanti chimici.

E poi sotto tutto, più in profondità del silenzio stesso, il richiamo, la nenia ossessiva che non abbandonava mai le orecchie di Matteo, anche quando era assordato dai pesanti rombi di motori ipertrofici.

Una voce persistente, un’ossessione illusoria, negata all’identificazione dei comuni sensi, ma sempre lì, in fondo ai timpani, dietro le orbite, alla base del collo. Unica costante nel mutare lento e vorticoso delle luci e dei rumori gli induceva uno stato confusionale di cui era consapevole, ma a cui non poteva opporsi. Cercò un appiglio, un elemento concreto a cui aggrapparsi per non finire risucchiato nel vortice. Dora.

Non il ricordo della sua amica. Quella era Dora. In carne e ossa.

Vedeva Dora in lontananza, vicino a dei cassonetti, sembrava più piccola della ragazza che aveva conosciuto alla clinica, come se fosse uscita anche lei dai suoi ricordi di quand’era bambino. Indossava calze di lana colorata infilate dentro scarponcini slacciati, coperta da una giacca di feltro troppo grande per lei, con i capelli lisci che fuoriuscivano da un cappello floscio con pon-pon.

La ragazzina non si era accorta di lui, si allontanava da sola tra i miasmi nebbiosi verso la periferia, che già a una certa distanza appariva deserta e minacciosa.

Matteo si alzò dalla panchina e corse verso di lei, correva per raggiungerla e per salvarla, per un attimo la consapevolezza che Dora se n’era andata per sempre lo sfiorò, ma venne spazzata via dall’aria fredda che gli sbatteva in faccia. L’aveva vista morta nel suo letto e ora la vedeva lì davanti ai suoi occhi, viva. Dovevano essere vere entrambe le cose. Come era vero che il sogno di Dora era un sogno, ma era anche la realtà.

Per quanto corresse non riusciva a raggiungerla, la bambina non andava veloce, non fuggiva, non cercava di eludere il suo inseguimento, si limitava a camminare guardandosi attorno, incuriosita. Erano gli elementi stessi del paesaggio urbano che si confondevano, strade diritte che d’improvviso lo trascinavano in curve dalle strane angolazioni, palazzi dalle proporzioni impossibili e disorientanti che gli impedivano la vista, dossi che si innalzavano fino a ricadere su loro stessi. Ogni volta i tentativi di arrivare fino a lei venivano frustrati e ogni volta Matteo la vedeva ricomparire a una distanza raggiungibile e riprendeva coraggio per proseguire.

Quando vide Dora scomparire oltre una curva ad angolo retto della strada principale, le gambe erano ormai indolenzite e il battito del suo cuore gli attanagliava le orecchie: era giunto al limite. Coprì l’ultimo tratto di rettilineo senza concedersi il tempo di respirare, ma si fermò appena all’imbocco della curva. Dora era scomparsa, non c’era nessuno lungo la strada, solo la sua confusione. Poteva essersi infilata in uno dei tanti portoni dei caseggiati alla sua sinistra, forse si nascondeva tra gli alberi del piccolo parco sulla destra. Non aveva la forza per scoprirlo, nemmeno per provarci.

Il sudore gli si stava gelando addosso e le pantofole bagnate sembravano imprigionargli i piedi in dei blocchi di ghiaccio. Si sedette su un muretto per riprendere fiato, non ce la faceva più a correre appresso alla sua follia per scappare dalle sue paure. Doveva fermarsi e riflettere, col rischio che le paure lo raggiungessero.

Stette lì un po’. La testa gli girava e non se la sentiva di muoversi, neanche per asciugare il moccio che gli colava dal naso e gli impediva di respirare decentemente. Non gli dispiaceva respirare a bocca aperta, il suo respiro che si trasformava in nebbia gli suggeriva che anche le cose più importanti sono mutevoli e possono assumere forme inconsuete.

Stette lì un altro po’. Tremava per il freddo e per la febbre, ma aveva deciso di passare così la notte, il giorno avrebbe capito meglio cosa fare. Le palpebre gli si stavano chiudendo per il sonno quando percepì delle sagome scure muoversi davanti a lui. Dall’altra parte della strada, in prossimità del parchetto, si stavano radunando delle creature, non riusciva a vederle bene, erano d’aspetto umanoide, ma si muovevano ingobbite, contorte su loro stessi, strisciando i piedi e altre parti del corpo, con fare bestiale e osceno.

Erano i mostri del sogno, non aveva dubbi, e si stavano dirigendo in massa lungo la strada dove era scomparsa Dora. Lui si era fatto vincere dalla stanchezza, loro no, i persecutori non conoscevano fatica, la loro ricerca non sarebbe cessata, poteva solo sperare di arrivare in tempo.

Prese a correre lungo il suo lato del marciapiede, le gambe non ressero, cadde, rotolò in terra, si rialzò e ricominciò a correre di nuovo. I gridolini e gli ansiti delle creature accompagnavano la sua corsa, stavano procedendo parallele, al suo fianco, a pochissima distanza. Loro sapevano dov’era Dora, ma doveva arrivare prima di loro.

Le luci dei semafori, arancioni e lampeggianti, gli segnalarono un incrocio imponente, e là, oltre le strisce pedonali, c’era Dora, lo aspettava. Tutto quel tempo perso a crogiolarsi nella sconfitta e lei era sempre rimasta lì ad aspettare che lui trovasse il coraggio di essere vivo. Il coraggio lo aveva trovato, la forza anche, ma lei era dal lato sbagliato della strada, le creature si sarebbero riversate in massa su di lei entro pochi secondi. Allora perché lei non fuggiva?

Gli stava insegnando il coraggio di resistere ai propri tormenti fino alle conseguenze estreme.

«Dora, stai attenta! – urlò Matteo – Fuggi!»

Già vedeva nella sua testa tutta la scena: le belve che saltavano addosso alla bambina, la dilaniavano, lottavano tra loro per accaparrarsi i pezzi più grossi del suo giovane corpo.

Agì d’impulso e si gettò anche lui in strada, attraversò in diagonale l’incrocio, urlando, senza pensare alle conseguenze. Neanche si accorse dell’autobus notturno che per poco non lo travolse. L’autista suonò il clacson per avvertirlo e continuò a suonarlo anche quando lo ebbe schivato per un pelo sterzando all’ultimo momento e invadendo la carreggiata opposta.

Il ragazzo si trovò impietrito dallo spavento, con la fiancata dell’autobus che gli passava a pochi centimetri dal naso, un passaggio rapido che sembrò durare un’eternità. Dopo la brusca sterzata il mezzo inchiodò poco lontano, Matteo se ne accorse a mala pena, poiché per un istante la sua mente fu sgombera da ogni pensiero che non fosse l’orribile morte che aveva appena scampato. Solo dopo si ricordò perché era stato così avventato: voleva salvare Dora. Dall’altra parte della strada però non c’era nessuno. Ancora una volta le creature l’avevano presa e lui non era riuscito a impedirlo.

«Deficiente, per poco non ti ficcavo sotto!»

L’autista dell’autobus era sceso e si stava dirigendo verso di lui con aria furibonda, la voce era distorta da una nota di spavento e di tensione.

«Ehi, ragazzo, dico a te!»

Si girò a guardarlo, non voleva avere a che fare con quell’uomo, non voleva dover spiegare perché aveva fatto quello che aveva fatto, non avrebbe capito, avrebbe ostacolato la sua ricerca. Anche se qualcosa nell’atteggiamento dell’autista era cambiato, sembrava più preoccupato che arrabbiato.

«Stai bene? Sei scappato di casa?»

Matteo annuì lentamente cercando di decidere se fosse meglio tornare indietro o andare avanti. Corse a testa bassa fino al marciapiede e fuggì nel primo vicolo poco illuminato che riuscì a trovare.

Poteva sentire la voce dell’uomo gridare qualcosa alle sue spalle, forse lo stava inseguendo, non gli importava, continuò a spostarsi velocemente, cambiando spesso direzione, finché l’unico suono che riuscì a udire fu quello del suo cuore. E del richiamo.

Quello non sembrava il posto migliore dove fermarsi – una specie di slargo alla fine di un vicolo cieco, ricavato dove l’ultimo tratto di un palazzo aveva una rientranza in corrispondenza di una tettoia – ma non cerano posti migliori dove fermarsi, non che lui sapesse, non aveva idea di dove l’avesse condotto la sua fuga.

Appena gli occhi si furono abituati all’oscurità si accorse di non essere solo. Sul marciapiede in prossimità della tettoia c’erano una dozzina di sagome, sembravano dei bozzoli: in realtà si trattava di persone, barboni, avvolti in coperte per proteggersi dal freddo, o infilati in vecchi e laceri sacchi a pelo o ancora avvolti dentro cartoni ripiegati alla meno peggio. Si erano sicuramente accorti della sua presenza, qualcuno si era mosso per controllare, senza però dar segno di voler interagire in alcun modo, tanto meno ostacolarlo; un paio di mani erano state tirate fuori per avvicinare al corpo borse e altri pochi beni buttati nelle vicinanze. Nessun’altra reazione.

Matteo trovò un posto libero, uno degli ultimi prima della rete metallica che chiudeva il vicolo, e con la schiena appoggiata al muro si accucciò a terra. Alla pulsazione costante del richiamo si aggiunse un altro ritmo, macabro e frenetico: stava battendo i denti per il freddo. Non se ne era accorto, ma stava tremando come non gli era mai successo prima.

Uno dei barboni al suo fianco aprì un occhio, uno soltanto, mezzo nascosto da un cappello infeltrito. Il ragazzo provò a contenersi, a smettere di tremare, senza alcun risultato. Senza dire nulla il senzatetto tirò fuori dal sacco a pelo una copertina e gliela porse, la poggiò lì vicino e si ritirò a dormire.

Rinfrancato dal caldo telo di pile, lasciò vincere la tensione accumulata e si addormentò.

3 pensieri riguardo “Il richiamo – parte 3”

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...