6 terribili verità, narrativa

Il richiamo – parte 2

6 terribili verità – Sesta verità

Un debole rumore, umido e strisciante, simile a quello dello straccio per lavare a terra che viene sbattuto e passato sul pavimento. Matteo si era svegliato spesso durante il turno di pulizie della mattina, non gli dispiaceva affatto sentire i rumori della giornata che comincia. Solo che quei rumori non c’erano, niente parlottii a bassa voce, niente ruote cigolanti dei carrelli di servizio, niente tonfi attutiti di oggetti posati o appoggiati alle pareti; solo quel fastidioso sibilo bagnato. In effetti la stanza era ancora buia, fuori dai vetri della finestra si vedeva solo la notte e il bagliore che filtrava da sotto la porta era senza dubbio quello delle luci di servizio, la luce del sole aveva un altro colore.

Però non era stato il sibilo a svegliarlo. Stava sognando di incamminarsi da solo, al buio, su una strada irregolare, quando qualcosa lo aveva strappato al sogno. Un tonfo. Era più lucido e ricordava meglio. Aveva udito un tonfo fuori dalla sua stanza.

Scostò le coperte e si mise a sedere sul letto con la faccia protesa in avanti. Quel rumore era ancora lì fuori, non a ridosso della porta, più lontano.

Immaginò che le creature fossero tornate per terminare il loro compito, non era stato sufficiente uccidere Dora, volevano prenderla, prendere il suo corpo, portarla con loro, sottoterra, giù, in profondità, sotto la città, dentro i cunicoli, fino al cuore.

Infilò di corsa le pantofole e scattò in piedi, pronto a salvare ciò che rimaneva della sua amica.

E se fossero venute a prendere lui?

Il dubbio lo sfiorò come una brezza mentre stringeva la maniglia per aprire: un refolo di paura che lo paralizzò all’istante.

Forse erano tornate a uccidere anche lui, a terrorizzarlo a morte. In fondo lui sapeva, Dora gli aveva raccontato tutto.

Scosse la testa e scacciò il tormento. Se anche le cose fossero state così lui non era una fanciulla inerme e spaventata, lui sapeva. Dora si era sacrificata affinché lui sapesse e quel sacrificio l’aveva reso in grado di affrontare le minacce che lo aspettavano lì fuori.

Girò la maniglia e si affacciò. Tutto era silenzioso e immoto. Il bagliore delle luci di servizio rendeva l’atmosfera claustrofobica. La luminescenza prodotta dai tubi lunghi e sottili attaccati sopra le porte non riusciva a contrastare l’oscurità profonda che penetrava dalle vetrate disposte lungo tutta la lunghezza del corridoio; si affacciavano sul prato in leggero declivio che circondava la clinica, filari di alberi in fondo impedivano di vedere il muro di recinzione e la strada appena oltre, sembravano isolati, in balia delle nuvole notturne, grandi e voraci creature dell’ombra.

Il rumore proveniva dalla sala ricreazione, così percorse a gran velocità il corridoio, cercando di non pensare alle nubi violacee che lo osservavano. Si strinse allo stipite dell’ingresso e scrutò nella grande sala. Tavoli, sedie, la televisione a muro, i carrelli in acciaio. Tutto come al solito. Tranne qualcosa nell’angolo vicino al divano che continuava a produrre quel suono.

Matteo si avvicinò con cautela, guardandosi attorno a ogni passo, non si aspettava certo di trovare lì Michele. L’anziano operatore della clinica non gli era mai stato troppo simpatico, ma ridurlo in quel modo…

Era riverso in terra, pancia sotto, una guancia schiacciata sul pavimento, lo sguardo vitreo, la lingua abbandonata tra i denti, una chiazza di liquido rosso si allargava dalla grossa crepa all’apice della testa, un buco grande come un pugno lì dove le ossa del cranio era state schiacciate a forza nel cervello portandosi dietro pelle e capelli un tempo bianchi. Il rumore era prodotto da un fremito della mano sulla pozza di sangue, una contrazione involontaria del palmo produceva un orrido “sciack sciack”.

Il sangue si stava espandendo fino a lambire il sostegno circolare di un tubo di ferro dove di solito era attaccato un cartello con indicazioni per i visitatori. Sulla fascia metallica del sostegno erano ancora attaccati brandelli di cuoio capelluto.

Indietreggiando in preda al panico, Matteo urtò qualcosa con la schiena, si girò di scatto per difendersi dalla nuova minaccia, ma si trattava solo dello spigolo di un tavolo. Si accorse però di un movimento all’imbocco della stanza, qualcuno o qualcosa si stava infilando nel corridoio da cui era uscito pochi attimi prima, il corridoio che dava alle stanze degli ospiti. La stanza di Dora.

Raccolse il tubo di ferro con tutto il sostegno, era pesante, ma almeno avrebbe avuto un’arma con cui difendersi. Era stato uno stupido, un ingenuo, era cascato a pieno nella trappola delle creature, lo avevano attirato lontano dalle stanze per poter operare indisturbate.

Corse all’inseguimento delle ombre che vedeva muoversi davanti a lui fino alla camera di Dora. La porta era aperta, il letto era vuoto. Era arrivato troppo tardi, l’avevano già presa.

Cadde sulle ginocchia in preda allo sconforto. Non era riuscito a difendere neanche le ultime vestigia della sua amica, fra poco sarebbe scomparso anche il ricordo di lei e lui sarebbe tornato a essere solo.

La faccia, spaventata e angosciata, si indurì in un’espressione decisa e rabbiosa. Si sarebbe ripreso Dora, l’avrebbe fatto per entrambi, per darle la pace che voleva e per sottrarla, almeno nella morte, dall’incubo che l’aveva perseguitato in vita.

Non aveva dubbi mentre frugava tra le tasche del camice di Michele. Sapeva dove trovarla. Il mazzo di chiavi tintinnò nella sua mano. Glielo aveva detto lei stessa. Si diresse verso l’ingresso principale non prima di aver preso un giacchetto blu da infermiere dall’armadio delle scope. Gli incubi di Dora finivano sempre nel medesimo luogo. Armeggiò un po’ con la serratura della porta principale provando varie chiavi. Sempre dove le creature rifluivano per adorare il cuore. Uscì fuori, nella notte, e si diresse con passo deciso verso il cancello del muro di cinta. Doveva trovare il messaggero, doveva seguire il richiamo.

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