L'ora della scimmia, narrativa

L’ora della scimmia – capitolo 5

Rasnia corre fino a sentire ogni boccata d’aria bruciarle nel petto; inala a forza dalla gola asciutta, mentre copre l’ultimo tratto di strada asfaltata che la separa dall’ingresso al campo nomadi.

Da quando è uscita dal palazzo abbandonato, ha sentito con urgenza crescente un senso di pericolo salirle dal basso ventre. Ha attraversato mezza città sperando che fosse davvero solo una brutta sensazione, come aveva detto a Lolo; una reazione stupida – infantile direbbe qualcuno – a una situazione di stress o di disagio. Immaginava già lo sguardo sbigottito di Bato e le prese in giro, di giorni e giorni, dei suoi amici che l’avessero vista aver fatto irruzione tra le roulotte e i container, zuppa di sudore e con l’aria stravolta per… niente.

Quello che è rimasto delle sue speranze quando ha superato il ponte della tangenziale è niente.

Perché da quel punto si vede il campo. Di notte le strade extraurbane sono poco illuminate, ma casa sua è in fondo a una conca: si vedono bene persino le luci elettriche all’interno delle abitazioni lontane, la luce sporca e rabbiosa di un incendio non lascia spazio a equivoci o a speranze.

Ha visto il fuoco nel campo, ha visto casa sua a bruciare ed è tornata a correre con la forza della disperazione, cadendo e rialzandosi sulla pavimentazione stradale piena di buche e crepe alzate dalle radici degli alberi. A qualche decina di metri dalla recinzione, vede seduti lungo il ciglio della strada, Sella e i suoi genitori; sono mezzi parenti, lei ha la sua età, anche se non sono proprio amiche. Sembrano spossati e sconvolti; le braccia e la fronte del padre sono sporche di nero, ma quando la vedono, si alzano e le si fanno incontro,

«Rasnia, dove eri?» chiede Sella.

«Fuori – risponde lei quasi urlando – Cos’è successo?”

Alla domanda risponde l’uomo, dopo aver mandato giù un groppo in gola.

«Sono arrivati degli uomini, saranno stati sei o sette, si sono fermati appena dopo il cancello e hanno cominciato a urlare insulti e minacce. “Siete delle merde” gridavano “Ve ne dovete andare, sennò vi facciamo andare via noi”. Sembrava la solita storia: un gruppetto di fanatici ubriachi che non sanno come passare la serata. Così Bato viene da me con altri uomini e mi fa: “Quelli vogliono farsi ammazzare, andiamo”. Si preoccupava che qualcuno al campo reagisse in maniera violenta, che la colpa di quello che succede poi è sempre la nostra. Comunque ci siamo andati a parlare, solo a parlare, ma quelli continuavano a ripetere che ci mandavano via a calci, come si fa con i cani, perché chi ammazza i poliziotti è un cane. Io non lo so chi ha cominciato… Siamo venuti alle mani, ma era un trucco. Cioè mentre noi perdevamo tempo a fare la rissa, altri gagé, tre credo, stavano spargendo benzina sulle giostre. Io non me ne ero accorto, altrimenti sarei andato anch’io. Se n’è accorto solo Bato: ha visto uno alle giostre che dava fuoco a un giornale arrotolato e ha capito. Allora ha gridato ed è corso per fermarli, ma non ha fatto in tempo. Le giostre sono bruciate… non siamo riusciti a spegnerle…»

«Guno! Guno! – lo richiama Rasnia – Stanno tutti bene?»

L’uomo è alto e corpulento, ma riesce sostenere lo sguardo della giovane solo per pochi istanti, poi abbassa gli occhi a terra.

«Quando Bato è andato a fermare quegli uomini, uno… uno di loro aveva una pistola…»

Guno non sembra in grado di proseguire il racconto, biascica delle parole incomprensibili impastate dalle lacrime che risalgono e gli stringono la gola.

In quella pausa, Rasnia realizza il significato complessivo delle mezze frasi che le sono state dette e sente un’ondata di gelo ghiacciarle il sudore alla base del collo e sullo stomaco. Si precipita dentro il campo ignorando le grida di Sella alle sue spalle; oltre la recinzione regnano una calma e un silenzio innaturali, quelli di chi assiste impotente a una calamità naturale la cui portata non permette commenti e appanna i pensieri. Sullo sfondo, il prato dove vengono riposte le giostre smontate e i rimorchi, brucia ancora di qualche piccolo falò isolato. In primissimo piano, un gruppetto di adulti stretti attorno a qualcosa in terra. Tra i due livelli, dei nomadi sparsi che guardano i residui dell’incendio e i poliziotti che scendono dalle volanti e si avvicinano.

Rasnia si incammina a passo lento verso il piccolo gruppo, si infila e si fa largo fino al centro, tra i suoi conoscenti, dove si inginocchia – come se le ginocchia non la reggessero più – a fianco del corpo di Bato. Ha ancora gli occhi aperti, velati da una patina opaca, le labbra socchiuse tra la barba folta sembra stiano sussurrando qualcosa, il braccio destro è piegato sul petto da cui si allarga una chiazza umida e scura che intride il davanti della sua maglia bianca.

Mentre le lacrime le rigano il volto e il pianto le spezza il respiro, una mano familiare le si poggia sulla spalla, un gesto che con saggezza porta una presenza nella solitudine e fredda in cui si trova, ma senza invadere lo spazio del suo dolore.

Piange a lungo, Rasnia, e quando le lacrime finiscono, la mano è ancora lì.

«Mi dispiace, bambina mia» le dice Tama.

Rasnia alza gli occhi arrossati verso l’anziana donna, che inizialmente non la guarda, la sua attenzione pare rivolta alla collinetta boscosa oltre il campo, poi le offre un’espressione comprensiva e rassegnata, e una carezza sulla guancia.

«Avete visto gli aggressori?» chiede un agente al gruppo.

Qualcuno risponde, un uomo, ma Rasnia non presta attenzione a chi sia.

«Sono scappati appena hanno sentito le vostre sirene».

Una poliziotta con i capelli raccolti in una coda si avvicina alla ragazza e si piega sulle gambe per arrivare alla sua altezza.

«Ciao. Ti chiedo scusa per il disturbo. Sono l’agente Landi. Tu devi essere Rasnia».

Rasnia annuisce con aria confusa.

«Mi dispiace molto per tuo padre. Vorrei farti alcune domande, potrebbero aiutarci a capire cosa è accaduto. Te la senti?»

All’ulteriore cenno di assenso, la poliziotta si rimette in piedi e aiuta la ragazza a fare lo stesso, poi l’accompagna vicino una macchina della polizia che funge da ufficio mobile.

«Quello che è successo – le dice – può essere stato un incidente, oppure no. Ci sono stati altri episodi simili di recente?»

«No… Non che io sappia. Non sempre gli adulti ci dicono tutto».

«Capisco – prende appunti su un taccuino – Ascolta, sai se tuo padre aveva dei nemici? Qualcuno con cui aveva litigato, magari a cui doveva soldi?»

«Mio padre era una brava persona» è la risposta vaga.

«Ne sono certa, ma sforzati di pensare: qualcuno poteva volerlo morto?»

La reazione di rabbia è eccessiva, Rasnia se ne rende conto subito dopo, ma si lascia lusingare dal potere liberatorio delle urla.

«Se qualcuno lo voleva morto?! Secondo te?! Sì, lo volevano morto! Chi gli ha sparato voleva uccidere e l’ha fatto!»

«Rasnia, calmati – gli intima l’agente Landi – Siamo qui per aiutarvi».

«E dove eravate mentre ammazzavano mio padre? Non eravate qui».

La voce della poliziotta si addolcisce.

«Chiariremo cosa è accaduto, te lo prometto».

Rasnia fa un passo indietro, rifiutando la consolazione offerta da un gesto della donna.

«Non c’ero neanch’io…» rimprovera a se stessa.

Poi nella realtà distorta del campo al seguire della tragedia, si staglia l’immagine di Bato per terra, infilato in un sacco nero che viene chiuso sopra di lui, dai piedi e via via su verso la testa.

«Papà!» urla.

Colma i pochi metri che la dividono dalla salma con una corsa scoordinata e si getta letteralmente addosso al corpo senza vita del padre, spingendo via l’uomo che stava per chiudere la cerniera sopra il volto barbuto.

«Papà! Papà!»

Rasnia lo accarezza, deterge il naso, gli occhi, la fronte esangue con le sue lacrime.

«Papà. Papà» ripete, quasi fosse un’invocazione o una formula magica, la stessa di quando era bambina e chiamava il padre per scacciare i brutti sogni.

“Gli incubi sono qui, papà – grida nella sua mente – Mandali via, ti prego”.

«Signorina, si calmi, venga con noi».

Non capisce neanche cosa le dicono i poliziotti, quando sente che delle mani la afferrano comincia a strillare più forte che può, si divincola e picchia alla cieca mentre la trascinano via.

 


 

Si convince sempre di più che ha fatto bene a non essere entrato nel campo. Inizialmente pensava di controllare al volo la situazione e andare via non appena Rasnia fosse uscita per tornare al palazzo dove l’aveva lasciato. Dalla collinetta di fianco al campo, in effetti riesce a vedere grossomodo tutto quello che succede all’interno, rimanendo però nascosto tra gli alberi, e da lì ha stimato che, seguendo i percorsi da parkour, impiegherà circa metà tempo rispetto all’amica.

Osserva lo strano caos quieto che grava sui nomadi venire interrotto dall’arrivo di Rasnia. Non capisce cosa sia successo, ma dalle reazioni degli adulti e dei poliziotti non gli rimangono molto dubbi: qualcosa di brutto. Cerca l’elemento estraneo, quello fuori posto, la causa dello sconvolgimento che sta osservando – l’incendio, certo, ma le giostre non prendono fuoco da sole – e mentre cerca, si accorge di riuscire a vedere il quadro di insieme molto meglio di quanto credeva. Come pezzi su una scacchiera, dall’alto vede mosse e posizioni di nomadi, poliziotti e… altri uomini, che si aggirano nel boschetto dietro al campo cercando di uscirne, si guardano indietro, stanno fuggendo.

“Che devo fare?”

Se lo chiede perché in fondo anche lui sta fuggendo, anche lui per un crimine che non è sicuro di aver commesso, e poi se ha deciso di andarsene, quello che accade al campo lo riguarda ancora?

Cerca Rasnia con lo sguardo per avere un qualche tipo di conferma o di segnale. La vede di spalle, inginocchiata; Tama vicino a lei guarda nella sua direzione, nel fitto della collinetta, direbbe che sta guardando proprio lui. Scaccia la sorpresa per quell’ipotesi assurda, però coglie nello sguardo della vecchia, un’ombra di rimprovero che scioglie i suoi dubbi su come agire.

Si getta a capofitto giù per il declino della collina. Alberi, palazzi, non fa differenza: ogni alzato, ogni sporgenza è un punto di slancio per Lolo che attraversa il bosco come una scheggia impazzita; e come la scimmia, di cui porta il soprannome, si getta dall’alto dei rami sulle spalle di uno dei fuggitivi. D’impulso punta al più pericoloso dei tre; non è il più grosso, ma in mano ha una pistola e, al di là di ogni dubbio, gli sembra una prova sufficiente di colpevolezza.

Finiscono entrambi a terra e la pistola cade nell’erba scomparendo alla vista. Lolo tempesta di pugni la sua vittima fino a farle perdere i sensi; vi riesce più per l’effetto sorpresa che per l’abilità in combattimento. Infatti, appena gli altri due si riprendono, finisce per avere la peggio sotto i loro calci. Rannicchiato su un fianco per difendersi dai colpi, allunga una mano, afferra l’estremità di un grosso ramo e colpisce alla cieca verso l’alto. Il legno sbatte contro qualcosa che cede con uno schiocco sonoro e uno dei suoi avversari cade all’indietro con la mandibola spostata di lato. Lolo ne approfitta per rotolare avanti e rimettersi in piedi, appena prima che l’ultimo uomo faccia scattare il braccio verso di lui. Lo vede solo all’ultimo e non fa in tempo a schivare del tutto la lama sottile, che per fortuna taglia solo la felpa sotto l’ascella. Alza il braccio per provare a parare il nuovo attacco e si ritrova con un lungo taglio sull’avambraccio. Evita il terzo affondo con un salto di lato e inaspettatamente la punta del coltello va a piantarsi nel tronco dell’albero che era alle sue spalle. Lolo afferra la nuca dell’uomo e accompagna la proiezione in avanti spingendogli la testa contro l’albero con tutta la forza.

Un colpo solo ed è tutto finito: l’uomo si accascia a terra e Lolo rimane solo nel piccolo spiazzo verde, ansimante, con l’adrenalina in calo all’aumentare della consapevolezza di essersela cavata per un pelo.

«Lo hai fatto di nuovo».

La voce gracchiante gli gela il sangue, anche se appartiene a una persona conosciuta.

«Tama, avevano una pistola, volevo solo fermarli».

«E lo hai fatto – replica l’anziana donna – ora la tua violenza ricadrà su di noi e ancora una volta porterà conseguenze drammatiche».

«Che intendi dire?»

Tama raccoglie una manciata di terra.

«La morte adesso dimora in mezzo a noi».

Sputa sulla terra che ha raccolto.

«Per colpa tua! Che tu sia maledetto!»

Getta la terra umida addosso a ragazzo.

«Vattene! Vai via! Da ora sei disonorato, gavaló

Lolo non reagisce, non ribatte; con aria sconvolta indietreggia di qualche passo, poi si gira e fugge nel bosco.

Quando Lolo sparisce oltre gli alberi, Tama guarda gli uomini a terra, ridotti male, ma tutti vivi, poi va verso il coltello e prova a fare forza sul manico per sfilarlo dal tronco. Continua a lavorarci e non si gira neanche quando sente la voce calma e fastidiosa. Non è per nulla sorpresa.

«Stai facendo un gioco pericoloso, Tama».

«Bato è morto – risponde lei – So bene quanto sia pericoloso il tuo gioco».

Avanza nel piccolo spiazzo, poggiandosi a un bastone lucido, un uomo pallido, calvo, con indosso un cappotto di buona fattura e un paio di occhiali da sole; nonostante l’unica luce sia quella della luna.

«Me ne dispiaccio” dice l’uomo senza alcuna convinzione.

Tama si volta a guardarlo con espressione rabbiosa.

«Avevamo un patto, dovevi proteggerci».

«Dovevi consegnarlo a me, era questo il patto».

«È avvolto dalle menzogne, puoi prenderlo quando vuoi».

«Immagino di sì».

«Devi tenerlo lontano, hai capito?».

«Sto pensando a un modo».

«Cosa pensi di farne non è affare mio».

«Vedremo».

«Ho detto che non mi interessa».

«So quello che hai detto».

Tama estrae il coltello dal tronco e si gira completamente verso di lui con lo sguardo torvo. La lama è ancora sporca del sangue di Lolo.

«E tu cosa pensi di farci con quello?» le chiede l’uomo.

«Quello che è necessario».

«Come sempre. Ma ho portato qualcosa di più adatto».

La figura in abito scuro tira fuori un mattone sporco di liquami scuri rappresi. Tama lo guarda con sospetto.

«Il ricordo di un incontro interessante».

Il breve silenzio che segue è accompagnato da un sorriso che si allarga sulle labbra esangui e poi viene rotto da Tama.

«Sei malvagio, Nahel».

«Quando diventerai vecchia quanto lo sono io penseranno lo stesso di te».

«Morirò molto prima».

«È una tua scelta» fa spallucce.

«Morirò libera».

Nahel alza un sopracciglio, perplesso, poi torna a sorridere con compiacenza.

«Oh, ma certo. Beh, è un peccato».

Si avvicina a uno degli uomini che si lamenta mentre riprende conoscenza, si china per constatare la sua condizione, poi lo colpisce in mezzo agli occhi con il mattone. Quando si rialza il suo volto è rigato da schizzi di sangue.

«Alla ragazza però voglio dare questa opportunità».

Tama sgrana gli occhi in una maschera di sgomento.

«Rasnia? La farai diventare una di voi?»

«Io non farò niente, sono un umile osservatore della trama degli eventi».

«Perché lei, Nahel?»

Nahel si china a raccogliere qualcosa nell’erba alta e si rialza sorridente.

«Perché la luna prima o poi raggiunge sempre il sole».

Le porge una pistola.

 

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