6 terribili verità, narrativa

Il richiamo – parte 1

6 terribili verità – Sesta verità

Il sogno di Dora era spaventoso. Ma Dora non poteva più raccontarlo a nessuno.

Matteo aveva preso l’abitudine di andarla a trovare tutti i giorni. Lei gli piaceva, le era piaciuta da subito, timida, rispettosa dei silenzi e degli imbarazzi altrui, quasi indifesa, aveva 14 o 15 anni, ma ne dimostrava 12 al massimo.

Gli piacevano i suoi capelli neri, lisci, lunghi appena oltre le spalle, pettinati come quelli di una bambola. Gli piacevano le orecchie, forse un po’ troppo grandi, forse un po’ troppo da bambina; adorabili sulla cornice del suo viso, dolce, roseo e innocente. Soprattutto gli piacevano i suoi occhi, grandi, dello stesso colore della crema di nocciole, persi a scrutare chissà quali mondi lontani.

Quando si erano incontrati per la prima volta nella sala da pranzo della clinica, alcuni mesi prima, le si era seduto vicino – un gesto molto coraggioso che la sua dottoressa aveva lodato – ma lei aveva continuato a mangiare senza guardarlo. Era stato bello, le aveva raccontato in breve la sua vita – anche se aveva solo 16 anni, di esperienze ne aveva avute – e aveva parlato di tutto quello che gli era venuto in mente, mentre lei ascoltava in silenzio.

Per la prima volta da molto tempo si era sentito importante e accolto, così al momento di separarsi le aveva dato appuntamento per l’indomani. Lei non aveva risposto né sì, né no, aveva solo dato la mano alla sua assistente per farsi portare in stanza. Matteo era rimasto a guardarla andare via pensando che quello scricciolo di ragazza aveva qualcosa da dirgli. Non parlava con nessuno, autismo o qualcosa del genere, ma con lui si sarebbe aperta, se lo sentiva, doveva solo essere gentile e costante.

La mattina presto, appena sveglio, prendeva le sue medicine e subito dopo correva nella stanza di Dora. Tutte le mattine. La trovava ancora nel letto, con le coperte tirate fino al collo e le mani strette al lembo superiore del lenzuolo. Si sedeva vicino a lei e le raccontava i sogni che aveva fatto quella notte. Di solito li ricordava bene – anzi, il suo problema era proprio riuscire a staccarsi dal sogno per rientrare nella realtà – quello che non ricordava lo improvvisava sul momento, oppure se gli ritornavano alla mente solo immagini confuse o particolarmente brutte ne inventava uno di sana pianta, solo per lei.

Questo finché anche Dora non cominciò a parlargli dei suoi sogni, o meglio, del suo sogno, sempre lo stesso, orribile, che la ossessionava, la attendeva tutte le notti al varco della veglia.

All’inizio percepì solo il disagio in quegli occhi marroni, la voglia inespressa di tirare fuori qualcosa e attese in silenzio, cercando di farle capire che se voleva dirgli qualcosa lui era lì. Col passare delle settimane il bisogno si trasformò in parole, proprio come aveva sperato Matteo, parole confuse, dal significato oscuro, espressione di una vita intravista solo attraverso le ferite dell’anima, dove l’oppressione aveva soffocato ogni gioia. Quando le parole divennero frasi, prima sconnesse, poi via via più coerenti, Matteo si trovò a discendere nell’incubo di Dora, un incubo più simile a un ricordo che a una fantasia. E d’improvviso ebbe paura che quell’incubo potesse portargliela via.

Era strano vedere le lacrime solcare quel volto di ragazzina, sempre indifferente, sempre distaccato, sempre distante, come se l’unico legame tra mondo interno e mondo esterno fosse il terrore che rendeva concreto ciò accadeva nella sua mente.

Anche quella mattina era corso da lei, non aveva neanche preso le medicine, come se sapesse che stava accadendo qualcosa di improvviso e terribile. Quella notte non aveva sognato, il suo sonno era stato occupato per intero da un’ombra priva di coscienza che aveva consumato ogni realtà onirica possibile. Era successo quello che più temeva: il sogno di Dora era diventato reale, era diventato tangibile e l’aveva portata via.

L’aveva trovata distesa, come sempre, la testa poggiata sul cuscino, le mani a pugno, gli occhi aperti. Dora era morta. La fronte e le guance erano bianche, le accarezzò con delicatezza il viso, era freddo al tatto come alla vista. Le labbra prive di colore erano contratte in una smorfia supplichevole. Le mani serrate sulla stoffa con una tale forza che le nocche sembravano dover squarciare la pelle e uscirne fuori. Gli occhi erano sbarrati, velati da una sottile patina opaca, spenti, le palpebre spalancate per sempre verso una dimensione d’angoscia e impotenza. Nessun movimento, neanche minimo, alterava l’esile sagoma: non respirava più.

Era rimasto a guardarla diverso tempo, incapace di muoversi e di parlare, temeva la perdita, l’idea di dover affrontare senza di lei quel giorno, quello dopo, quello dopo ancora e così via. E ancora di più temeva quello che era sfuggito al suo controllo ora che non c’era più la sua mente a contenerlo.

Eppure la guardava come si guarda un angelo, bloccato in un istante eterno dove il confine tra la vita e la morte è un puro atto di volontà e di fede. In altre circostanze si sarebbero potuti innamorare, ci pensava spesso, sarebbero potuti essere felici, ma non lì, non in una clinica per malati mentali, e non perché quel luogo fosse quel luogo, solo perché loro erano loro.

L’incanto malsano fu rotto da un urlo. L’assistente di Dora era entrata nella stanza in quel momento e si era resa conto della situazione. Mentre lei chiamava aiuto, Matteo si precipitò nel corridoio dandole una spinta e scappò nella sua stanza.

Vi rimase fino a che non vennero a chiamarlo per il pranzo. Le attività quella mattina erano state sospese, proprio a causa dell’inaspettato decesso della ragazzina, così nessuno si preoccupò di distogliere Matteo dal suo stato catatonico. Seduto sul letto abbracciava le ginocchia stringendole al petto, con le lacrime ai bordi degli occhi persi nel bianco della parete di fronte.

Nessuno si preoccupò neanche di chiudere la porta della sua camera; le voci cominciarono a serpeggiare per i corridoi e da lì a risuonare distorte e amplificate nelle orecchie del ragazzo, nella sua testa, nella sua mente persa dentro universi in bilico tra la meraviglia e il terrore, ma comunque migliori di quello in cui la sua migliore amica, la sua unica amica, lo aveva appena abbandonato, per sempre.

Le voci portavano notizie contraddittorie e inquietanti, alcune riferivano che Dora fosse morta per avvelenamento farmacologico, troppa chimica nel corpo e il suo piccolo cuore non aveva retto, altre al contrario affermavano che non aveva preso le sue medicine ed era stata colta da una crisi epilettica durante la quale la lingua le si era rigirata in gola soffocandola.

Per quanto brutte fossero le scene descritte dalle voci, per quanto si soffermassero sui più macabri dettagli delle ipotesi più terribili, nessuna coglieva il senso più profondo dell’orrore racchiuso in quell’evento: Dora era morta di paura.

Il suo sogno era spaventoso, glielo aveva raccontato spesso. Ultimamente però qualcosa era cambiato, i ricordi si erano fatti più precisi, le sensazioni più vivide, i racconti che lei gli faceva non sembravano più il frutto di rielaborazioni mentali di sofferenze interiori inespresse, sembravano più ricordi, come se avesse vissuto davvero le cose di cui parlava, una parte di lei almeno.

Soprattutto gli aveva confessato di non riuscire più a distinguere a pieno il sogno dalla veglia; quando si svegliava – le rare volte in cui aveva consapevolezza di essersi svegliata – sentiva che qualcosa, un pezzo del sogno, l’aveva seguita o era già lì presente, ad attenderla.

Non ne avrebbe mai parlato con nessuno, solo con lui, ma Dora era convinta che un giorno le creature da incubo che la perseguitavano diventassero reali e venissero a prenderla.

Questa era la più grande paura di Dora e la sua paura l’aveva uccisa.

Soltanto lui era a conoscenza della verità, nessun altro avrebbe capito, nessuno gli avrebbe creduto. Se non conosci qualcosa, questa può anche non esistere, ma se la conosci essa diventa reale. E può fare del male.

Le creature sarebbero venute a prendere anche lui?

Le creature erano una delle costanti dell’incubo. L’altra era il richiamo. Entrambi gli elementi aumentavano, si moltiplicavano, saturavano i sensi fino a soffocarli, sino a occupare tutto.

All’inizio era diverso. Dora non voleva rimanere da sola perché aveva paura del buio. Diceva che nel buio percepiva qualcosa, delle presenze che non le piacevano, e sentiva un suono, debole e attutito. Spiacevole, ma non ancora spaventoso.

Poi aveva cominciato a sognare di essere in un luogo buio, non la sua stanza, un luogo vicino e lontano allo stesso tempo e il suono era una pulsazione lenta e costante, che, notte dopo notte, aveva cominciato ad assomigliare sempre di più a una cantilena, un messaggio, un singolo messaggio ripetuto all’infinito. Sognava di camminare nell’oscurità più completa su strade che le erano familiari assieme a qualcun altro, molti altri, così vicini a lei da poterne sentire il flebile strusciare della loro pelle sul terreno, eppure celati dalle tenebre. Nel corso delle settimane Dora aveva dimostrato sempre maggiore consapevolezza di quello che accadeva nel sogno; le strade che percorreva erano cunicoli sotterranei, solo in parte naturali, tunnel intricati e interminabili, umidi e viscidi; un fitto reticolo di arterie scavate nella viva roccia da mani non umane, arterie che confluivano e defluivano verso l’origine del richiamo incessante regolare che pervadeva ogni cosa, ne sentiva la vibrazione sotto i piedi nudi, l’eco riverberava direttamente nel suo cervello. Allo stesso modo lo sentivano le altre creature come lei che per istinto sciamavano sottoterra fino alla fonte del richiamo.

Ogni notte il sogno era più realistico, più vivo, ma mai del tutto identico alla notte precedente: il cunicolo percorso non era mai lo stesso, il passo con cui lei stessa incedeva aveva un ritmo differente, come se appartenesse a più corpi, la durata del tragitto era a volte brevissima a volte interminabile. La fine però era la stessa. Ogni mattina, appena dopo il sorgere del sole, le vicende dell’incubo convogliavano nell’esito comune che faceva svegliare Dora tra scatti violenti e gemiti isterici. Alla fine i cunicoli terminavano tutti in un’ampia cavità sotterranea, una grotta enorme e permeata di spesse ombre in movimento e lei era già lì, al centro della voragine, immersa nella desolazione, seppellita da strati di roccia, circondata dai versi striduli e gutturali delle creature.

Le creature le si avvicinavano, convergevano verso di lei come affamati verso il cibo, come straccioni verso un forziere d’oro, come fedeli devoti verso un’icona sacra. Le si avvicinavano, incedevano claudicanti ondeggiando al ritmo della cantilena che si sostituiva al battito dei loro cuori. Il messaggero, colui che lanciava il richiamo senza sosta, era lì, vicinissimo, riusciva a vederlo solo come un’ombra scheletrica e gigantesca, se ne stava lì immobile e aspettava. Tutto attorno c’era la marea vivente delle creature, si stringevano attorno a lei, la toccavano, la graffiavano con unghie lunghe e sporche di terra e liquami raggrumati, si accalcavano così stretti attorno a lei da impedirle di muoversi, di gonfiare il petto per prendere fiato e urlare, mentre il richiamo aumentava di volume e di velocità fino a martellare ogni pensiero razionale e a ricacciarlo in profondità nella sua mente, sentiva le sue viscere contorcersi a ogni ripetizione, ogni volta che le sue orecchie sentivano il richiamo, il messaggio pronunciato in una lingua che non conosceva, ma che sapeva essere indirizzata a lei: “vieni”.

Quando si accorgeva di essere sveglia, nella stanza della clinica, gli occhi erano aperti, spalancati da chissà quanto tempo, erano asciutti e le bruciavano. Il suo cuore rallentava poco a poco, man mano che si rendeva conto le creature non l’avevano presa davvero, non quella notte almeno, ma si calmava solamente quando vedeva Matteo aprire la porta e darle il buongiorno con un sorriso timido e impacciato. Almeno lei gli diceva così, e a lui faceva piacere sentirselo dire.

Una lacrima scese di riflesso sulla guancia al pensiero che non lo avrebbe più sentito. Una sensazione gelida partiva dalla base della colonna vertebrate e si diffondeva su tutta la schiena gravandogli come un’ameba gigante sulle spalle. Era il peso di un unico pensiero.

Avrebbe potuto salvarla?

Dora si era rivolta a lui e aveva aperto non solo la bocca per parlargli, ma il cuore. Di tutte le persone che la assistevano nella clinica e che la venivano a trovare da fuori – anche se non era certo ve ne fossero molte – aveva scelto lui per raccontarsi. E lui non aveva capito, non era stato in grado di proteggerla. L’aveva tradita, eppure con un ultimo gesto di generosità e di condivisione lei gli aveva fatto un regalo: le creature gliel’avevano portata via, ma lui ne conservava ancora un pezzetto, il suo sogno, l’incubo di Dora era nella sua testa.

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