Serena – parte 3

6 terribili verità – Quinta verità

«Fausto. Fausto. Non so cosa farei senza di te.»

Come facesse a sentire la voce della ragazza seduta dietro di lui, Fausto non se lo chiedeva. Nonostante il casco integrale attutisse ogni aspetto sonoro della realtà circostante, le parole affettuose, pronunciate in tono calmo e sensuale, giungevano alle sue orecchie chiare e distinte sopra il rombo poderoso della 883.

«Da quanto tempo sei sulla strada?»

Diana aveva ragione. Erano ore ormai che correvano come dei matti senza mai fermarsi, percorrevano strade statali, provinciali e migliare attorno a Littoria alla ricerca del rettilineo perfetto, il percorso definitivo, la direzione giusta. Direzione che, tra l’altro, non aveva la più pallida idea di dove lo avrebbe portato.

Di contro alla sua ostinata ignoranza l’indicatore del carburante segnalava che non gli rimaneva molto altro asfalto da mordere, se era fortunato una ventina di chilometri.

Fermarsi sarebbe stato come morire, invece lui si sentiva bene, si sentiva vivo, vivo come non lo era mai stato, a cavallo di una moto puntata come una freccia nella notte. E non voleva morire.

«Fausto. Fausto. Perché non ti fermi un po’?»

Per Diana sarebbe morto. Se glielo avesse chiesto sarebbe morto, si sarebbe fermato e sarebbe morto.

«Ecco, laggiù, quelle luci. È un locale per camionisti. Ti aspettano un pieno di birra per te e un pieno di benzina per lei.»

Lei, la moto. Quella moto che lo faceva sentire vivo. Per lei sarebbe morto. Per lei avrebbe ucciso. Mise la freccia per svoltare a sinistra e cominciò a rallentare.

Alcuni dubbi, sprazzi di noiosa lucidità, gravitarono appena pochi istanti nella mente di Fausto, poi furono cancellati dalla stanchezza e dalla strana familiarità della voce di Diana, che aveva conosciuto appena… non ricordava nemmeno quando l’avesse conosciuta. Forse aveva davvero bisogno di fermarsi e di bere qualcosa. Imboccò il vialetto d’ingresso all’area parcheggio illuminato dall’insegna al neon di un bar-tavola calda.

Non aveva veramente sete, la gola era secca e impolverata, ma non aveva sete, aveva solo voglia di scolarsi una birra dietro l’altra, eccedere, passare anche quel limite, lui che era sempre stato morigerato in tutto, lui che non si era mai chiavato la sua ex moglie a pecora perché non aveva il coraggio di chiederglielo…

«Fanculo! Che cazzo c’entra adesso la mia ex?!»

Lo gridò al parcheggio quasi vuoto. Non capiva perché continuasse a venirgli in mente l’unica relazione seria della sua vita. Fallita, ma seria. Scese dalla moto togliendosi il casco e si mise a girare lì attorno gridando al cielo a braccia aperte.

«La vita comincia e finisce con me! Hai capito? Con me!»

«Ancora una volta, Fausto, ti stai sbagliando.»

La ragazza, l’angelo che lo accompagnava, Diana, era ancora seduta sulla sella della Harley-Davidson e lo guardava imperturbabile, se non avesse sentito tra loro un legame imprescindibile forse l’avrebbe odiata, la sua sicurezza, il modo in cui lo trattava, gli ricordavano la sua ex, e invece la amava, non poteva fare a meno di lei.

«È vero – disse lui – hai ragione.»

Per lei sarebbe morto.

«Prima la moto»

Con un cenno della testa gli indicò la pompa di benzina e i suoi capelli lunghi le ricaddero sulle spalle confondendosi con la sua sagoma in controluce, come le ultime ombre della sera.

«Prima la moto» confermò Fausto.

Per lei sarebbe morto.

***

«Senza di lei sarebbe morto.»

Davide girò il viso per guardare il posto del passeggero, non si aspettava una frase del genere. Serena invece continuò a guardare la strada scarsamente illuminata oltre il parabrezza e lo invitò a fare altrettanto.

«Uh. Sì, certo» voltando la testa in avanti.

«Cosa intendi dire esattamente?» chiese poco dopo.

«Mi hai chiesto perché Diana avesse preso Fausto.»

«Sì, ma la tua non è una risposta.»

«Fausto ha preso la moto, gliel’ho venduta io, e aveva… un vuoto interiore da riempire.»

«Quindi è stato tutto un caso?»

«Se credi al caso.»

«Tu non ci credi?»

«Quel vuoto interiore era uno spazio libero, fertile per il Mara.»

«Mara… lo hai detto anche prima, mentre parlavi di Fausto e Diana, ma non ho capito di cosa si tratta.»

«Se vuoi sono solo creature delle leggende. Demoni e cose del genere. È il nome che viene dato alle coscienze nate nell’Oscurità. È ciò che si è generato dal dolore e dalla follia di Diana quando è morta.»

«Facevo meglio a non chiedere…»

«Non mi aspetto che tu capisca tutto, Davide, alcune cose non le capisco neanche io. Le so perché le ho viste. Ho visto che Diana sta usando Fausto per nascondersi.»

«Andare in giro a far fuori della gente non mi sembra un buon modo per rimanere nascosti.»

«Non si sta nascondendo dagli uomini.»

Davide fissò Serena con aria grave, poi tornò a guardare la linea mediana della statale. Sapeva già che si sarebbe pentito della sua domanda.

«E da chi si sta nascondendo?»

La ragazza trasse un respiro profondo e rispose.

«Dal Mietitore.»

«Sai, sto impazzendo anch’io – disse il poliziotto senza staccare gli occhi dall’asfalto – perché in fondo sapevo che avresti detto così.»

«Lo hai visto anche tu?»

«Credo di sì, nella tua visione. Mi veniva incontro con la calma che mi sono sempre immaginato dovesse avere la morte. Sai, calma e puntuale, quando deve arrivare arriva. Quindi è tutto vero? Arriva uno scheletro e ti falcia via?»

«Non esattamente.»

«Peccato. Avrebbe dato un senso a molte cose…»

«La coscienza è energia, una forma particolare di energia; una volta che il corpo che la ospita… cessa le sue funzioni, deve rientrare a far parte dell’energia complessiva che costituisce la realtà; la realtà luminosa intendo, la nostra, quella che si oppone alla realtà oscura. Per molti che si intendono di queste cose è “il Flusso”. Ne abbiamo avuto esperienza diretta anche noi nel corso degli anni; affinando le nostre capacità, siamo arrivate a percepire questa sorta di necessità: ogni briciola di energia vitale deve contribuire a ricreare la vita se la realtà stessa non vuole essere annichilita dalla Tenebra esterna. È una questione di resistenza estrema, di sopravvivenza.»

«Tutto questo lo avete capito osservando i vostri “fantasmi”? Non ti sembra un po’ troppo filosofico.»

«Ti racconto una cosa. Una volta, avevamo dieci anni, eravamo andati con i nostri genitori a fare una passeggiata al lago del Fogliano. Un ragazzo, avrà fatto la terza superiore, stava facendo il buffone con degli amici, saltava sui sassi a pelo d’acqua ed è caduto. Un incidente stupido, sarebbe dovuto riemergere tutto bagnato e niente di più, la conseguenza più grave sarebbe dovuta essere una colossale figuraccia, invece è morto sul colpo, aveva un problema congenito al cuore di cui non si era mai accorto nessuno. La verità è stata pubblicata dai giornali qualche giorno dopo, ricordo mio padre che ne parlava con la mamma.»

«Perché mi dici questo?»

«Fammi finire. Era un ragazzo nel fiore degli anni, pieno di vita, voleva vivere, solo vivere, si è rifiutato di morire.»

«Cioè si è tirato su tipo zombie?»

«No, il corpo è soggetto a regole ben precise, ha smesso di respirare, ma la sua coscienza non lo ha accettato. Io e Diana abbiamo visto la sua sagoma spettrale emergere eretta a pelo dell’acqua e rimanere lì, mentre tutti si agitavano e provavano a soccorrere il ragazzo lui era lì, che li osservava non visto, era spaventato, arrabbiato e ci odiava tutti perché eravamo vivi come lui non poteva più essere. Non avrebbe mai trovato la pace, il Flusso lo chiamava a sé, ma la sua rabbia era più forte del richiamo. Non è passato molto tempo che dalle profondità del lago è emerse un’altra figura, un gigante vestito di ombre sbrindellate e la faccia da teschio. Il ragazzo forse lo ha riconosciuto, ha provato a fuggire, senza alcun risultato, poiché era vincolato al luogo della sua morte. Il gigante scheletrico ha alzato la falce d’osso che aveva al posto della mano e ha fatto saettare un colpo discendente. Uno squarcio dalla spalla al fianco opposto a tranciato il ragazzo come se fosse fatto di fumo. Fece appena in tempo a rendersene conto e poi si dissolse. L’istante dopo la figura nera tornò a inabissarsi.»

Davide sgranò gli occhi e con la bocca arcuata verso il basso tirò un profondo respiro col naso.

«Questa è un po’ difficile da mandare giù.»

«Le coscienze che lasciano dei conti in sospeso nelle loro vite rimangono in qualche modo vincolate al mondo. È a questo punto che interviene il Mietitore.»

«Diciamo che va bene. Perché allora il Mietitore non è arrivato a falciare Diana e tocca farlo a noi?»

«Il Mara l’ha nascosta, nella moto, e ora si sta nascondendo dentro Fausto, il Mietitore non può vederla.»

«Ma può vedere te, vero?»

Serena guardò fuori dal finestrino, i pini correvano alla sua destra come pilastri messi lì da costruttori arcaici a sorreggere la volta della notte

«Ho visto quello che hai visto tu, Serena, quando tu guardi attraverso gli occhi di Diana e di Fausto il Mietitore si avvicina un po’ di più. È così?»

«È così… Le nostre coscienze sono legate, il Mietitore non farà differenza.»

«È per quello che stiamo andando lì, da loro?»

L’aria scanzonata e scettica che il poliziotto aveva mantenuto per buona parte del loro strambo dialogo era stata spazzata via da un moto di rabbia e paura. Era sconvolto da quello che credeva di aver intuito.

«Se non riuscirò a convincere Diana a lasciar andare Fausto, se il Mara avrà preso il sopravvento e di lei non sarà rimasto più nulla di quello che era mia sorella, richiamerò il Mietitore, farò da esca, e lui risolverà ogni cosa…»

«Ma in questo modo tu…»

La frase fu interrotta dal grido della ragazza.

«Davide, attento!»

Serena mise le mani sul volante, strappando letteralmente la presa del ragazzo per sterzare bruscamente a destra.

Nel denso buio della notte, di fronte a loro una moto aveva improvvisamente acceso il faro abbagliante posizionandosi al centro della carreggiata puntando ad alta velocità sul cofano della loro auto.

Grazie alla brusca virata erano riusciti ad evitare un frontale con la moto. Si andarono a schiantare contro il tronco di uno dei pini che crescevano a distanza regolare ai bordi della strada. Le ombre si addensarono sulla volta notturna e discesero strisciando lungo i pilastri della notte per reclamare le loro vittime sacrificali.

***

«Ehi, amico, ti senti bene?»

«Uh… Sì, credo di sì – rispose Fausto al barista – Per un attimo mi è sembrato di star percorrendo di nuovo la strada che ho fatto per arrivare qui. Però mi trovavo dentro una macchina, e non ero solo. Che strano.»

«Mica tanto.»

L’uomo posò sul tavolo a cui Fausto sedeva da solo una 0.4 scura e corposa.

«Con questa fanno sette birre: avrei le visioni anche io. A proposito, ce li hai i soldi per pagare, vero?»

Fausto si guardò per capire a cosa stesse alludendo. Portava lo stesso vestito da tre giorni, non aveva un bell’aspetto. Non si era lavato. Non si era fatto la barba. Aveva altro a cui pensare. Squadrò i volti degli altri avventori attraverso l’aria soffusa del locale, impassibili o arroganti, comunque disperati. L’occhio capitò oltre la finestra al suo fianco: la Sportster era ancora lì parcheggiata, sulla sella c’era Diana, che lo guardava con divertita aria a metà fra l’attesa e la sfida.

«Il piscio caldo che servi in questo posto non ha neanche l’odore della vera birra.»

Si alzò dallo sgabello per fronteggiare il barista, più alto di lui di quasi tutta la testa.

«Mi viene voglia di mandare tutto per aria e di pagarti a sberle in faccia.»

Infilò la mano nella tasca dei pantaloni e porse all’uomo una banconota da cinquanta euro.

«Ma ho fretta e tu stai per dirmi delle cose molto importanti.»

«Quali… quali cose?» chiese il barista preso alla sprovvista.

«Su che strada ci troviamo?»

«Sull’Appia, che domande.»

«E dove porta?»

«Come dove porta?»

«Porta all’inferno?» il tono si fece più aggressivo.

«Che stai…»

«Non ha alcuna importanza dove conduca questa strada.»

Fausto si girò ancora una volta a guardare verso la moto, Diana lo aspettava lì, gli parlava attraverso la finestra come se fosse seduta accanto a lui.

«Ti dirò io dove andare.»

Obbedendo a un richiamo ipnotico, raggiunse il parcheggio, salì sulla moto e la lanciò alla massima velocità sulla SS 7. Due fari in lontananza. Una macchina. Due persone a bordo. Vedeva la macchina e vedeva se stesso attraverso il parabrezza della macchina come l’ombra di un incubo proiettata sulla statale.

«Ora, Fausto» gli sussurrò Diana all’orecchio.

Accese il faro abbagliante e si mise in mezzo alla carreggiata, puntando dritto al cofano dell’auto a poche decine di metri da lui.

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