L’ammiratore segreto – parte 3

6 terribili verità – Quarta verità

Freddo. Umido. Una superficie dura sotto il corpo. Voglia di vomitare. La bocca impastata. La lingua e gli arti intorpiditi. Le narici aggredite da un odore di chiuso e di muffa. Stella aprì gli occhi a fatica e si trovò nel mezzo di un vortice d’ombra che le turbinava attorno velocemente. Li richiuse subito e cercò di regolarizzare il respiro. La nausea e le vertigini facevano parte del pacchetto. Lo sapeva, c’era già passata. Aveva assunto di nuovo delle sostanze; droghe pesanti di cui riconosceva i postumi.

Non ricordava come e quando fosse successo e la voce confusa e ridondante che riempiva l’ambiente le impediva di pensare con chiarezza e raccogliere i ricordi.

Un flebile calore pulsava nella sua mano, un anello di metallo caldo come un corpo vivo. All’anello si aggrappò la mente di Stella per riuscire a dare un passato coerente alla situazione in cui si trovava.

Ricordava la sensazione opprimente di essere osservata, la fuga nel parcheggio, l’incontro con gli occhi grigi del suo inseguitore… ricordava di esser stata salvata da Raoul. Salvata… avevano bevuto, a casa sua, poi nulla, anzi no, quelle parole, quelle strane cose dette da Raoul mentre lei perdeva i sensi…

«…potrai finalmente dimenticare il passato…»

La voce che sentiva era quella del regista, di Zorra.

«…e diverrai una persona nuova e completa…»

La sentiva ovunque attorno a sé e anche dentro la sua testa.

«…come me…»

Come se potesse percepire il flusso di coscienza del regista, insieme al dolore lancinante nel cranio. Con un terribile sforzo provò a mettersi carponi, nonostante tutto l’universo le ruotasse attorno con l’intento di farle perdere l’equilibrio. Voleva allontanarsi da quella voce che le ronzava in testa senza darle tregua. Non riuscì neanche a mettersi di lato per poggiarsi sul gomito, qualcosa le tratteneva polsi e caviglie, sembravano legate da diversi giri di corsa; le braccia erano bloccate lungo i fianchi e le gambe leggermente divaricate. Un altro legaccio le schiacciava il ventre, all’altezza dell’ombelico, non una corda però, sembrava più fil di ferro, così tirato da ferirle la pelle. Si rese conto di indossare solo la biancheria intima. Sentiva il panico e la vergogna salirgli dal petto alla gola. Fece scattare i muscoli per cercare di liberarsi, ma fu in grado a stento di sollevare la nuca.

Si trovava in una stanza non molto grande, vuota per quello che riusciva a vedere, davanti a lei c’era una finestra con infissi in legno dall’aria molto vecchia, le pareti alla sua destra e alla sua sinistra erano spoglie. La fonte di luce, sufficiente a mala pena per avere un’idea generale dell’ambiente, era fuori dalla portata della sua vista. Dall’angolazione con della sua visuale valutò che doveva essere sdraiata su un tavolo o qualcosa del genere.

«Dobbiamo girare l’ultima scena» disse la voce.

«Non la conosco!» gridò lei piangendo.

«Non serve, devi viverla.»

«Non mi sento bene, non me la sento, non ho letto l’ultima scena…» balbettò Stella tra le lacrime.

«Perfetto. Questa è la scena in cui ogni supplica è vana…»

Un rumore dietro di lei coprì per un attimo la voce, il rumore stridulo di una porta che si apre cigolando sui cardini arrugginiti e poi il rumore metallico di una porta di ferro che sbatte sugli stipiti quando viene chiusa con forza.

«Che succede?» urlò spaventata.

«…in cui l’oscurità si rivela non più solo una condizione transitoria delle anime umane, ma la vera sostanza costituente…»

Alle sue spalle rumore di passi pesanti, la voce non apparteneva alla persona che stava camminando verso di lei.

«Non capisco, per favore…»

«…e le menti sono libere di partorire l’orrore!»

Qualcuno si affacciò alla sua destra, se ne accorse quando l’aveva già superata; osservava l’uomo di spalle nella scarsa illuminazione, era vestito con una maglietta verde militare e con i pantaloni di una mimetica, in mano portava una sedia di legno.

«Ti prego smettila!»

Il nuovo arrivato si girò a guardarla, il volto era un incubo, come se le due metà fossero state spostate dal loro asse simmetrico e poi gettate nell’olio bollente, un’unica macchia deforme di tessuto cicatrizzato, gli occhi piccoli e troppo infossati nelle orbite perché si vedesse qualcosa oltre le ombre delle sopracciglia. Un urlo uscì violento dalla gola di Stella. Poi si rese conto che quella faccia era finta, si trattava di una maschera di plastica. Era uno scherzo, doveva essere uno scherzo, o una brutta idea di Zorra per girare una scena più realistica.

«La vera deformità è quella dell’anima!»

«Questa storia… non mi piace» disse Stella rivolta alla voce.

L’uomo mascherato si sedette sulla sedia dopo averla piazzata davanti i suoi piedi, rimase seduto a fissarla per alcuni secondi, poi si alzò e posò sul tavolo, tra le caviglie legate alcuni oggetti tirati fuori dalle tasche dei pantaloni: una pistola, un paio di pinze dal becco a punta, un taglierino e un oggetto simile a una macchinetta elettrica per tagliare i capelli, con due puntine metalliche in cima anziché le lame.

«Sotto lo strato dell’apparenza si mostra la vera natura.»

Passò la mano avanti e indietro sopra gli strumenti, decise di prendere il taglierino, fece scorrere la lama dentro e fuori dal manico bloccandola sulla lunghezza di 3-4 cm

«Per rivelare la verità terribile l’apparenza va strappata via.»

«Che cosa vuoi fare?»

Stella piagnucolò la domanda cercando inutilmente di ritrarsi sul tavolo.

Il metallo sottile e affilato accarezzò la pancia tremante, risalì fino allo sterno e si fermò nel mezzo del petto indugiando sul raccordo tra le due coppe del reggiseno. Con uno scatto deciso tagliò la fettuccia e rudemente strappò l’indumento intimo da sotto la schiena della ragazza, lo avvicinò alla maschera, come se lo stesse annusando, poi lo infilò nella cintura, ficcandolo in profondità nel cavallo dei pantaloni.

Le toccò i seni, ignorando le lamentele impaurite; il gioco erotico di carezze e leggeri pizzichi si trasformò in un rude palpeggio che lasciò lividi scuri sulla tenera carne. Soddisfatto delle grida strappate alla sua vittima, le premette il taglierino sotto il mento e cominciò ad accarezzarle l’inguine, premendo con due dita attraverso la stoffa delle mutandine.

A questa sollecitazione Stella reagì dimenandosi ottenendo come unico risultato di far penetrare nella carne il fil di ferro che le mordeva l’addome. L’uomo le ricordò della lama affilata poggiata sulla sua gola, stillando qualche goccia di sangue, e continuò il suo lavoro abbassandole le mutandine sui fianchi e continuò a masturbarla penetrandola appena con il dito medio.

«Ti prego… basta…» disse Stella tra i singhiozzi del pianto.

La mimica del suo torturatore suggeriva che si fosse offeso per la richiesta di pietà, inclinò la testa come se non capisse quella reazione alle sue attenzioni. La cosa lo fece arrabbiare, le tirò uno schiaffo con ferocia selvaggia e prese la macchinetta che Stella non era riuscita a identificare, premette un interruttore sul lato e tra le due puntine metalliche si sviluppò un archetto elettrico di colore bluastro. Affondò il pungolo elettrico in uno dei seni e fece inarcare a Stella la schiena per lo shock, aumentando le lacerazioni sulla pancia, un’altra scossa schioccò sulla pancia e lasciò due puntini bruciati, altre scariche furono inferte con sadismo sul pube depilato dell’attrice.

La voce aveva ricominciato a parlare, ma Stella non capiva più cosa dicesse, il suo mondo era invaso dal dolore e nelle orecchie c’era solo il ronzio forsennato delle fitte d’agonia che risalivano i nervi costringendola a urinarsi addosso.

«Ti prego… Ti prego!»

La nuova supplica fu accolta. L’aguzzino si sedette di nuovo sporgendo la faccia verso l’inguine martoriato, mentre si massaggiava con vigore il cavallo dei pantaloni.

«Che cosa vuoi? Ti prego, lasciami andare, farò quello che vuoi!»

Lui annuì, si alzò con calma, prese le pinze e camminò fino all’altezza della testa, le prese il mignolo, fece chiudere il becco a punto sull’unghia, coperta di smalto rosso, e diede dei violenti strattoni; uno, due, tre strappi tra le urla di Stella. Le mise davanti agli occhi l’unghia grondante sangue, affinché la vedesse bene, poi frugò nei pantaloni e tirò fuori il reggiseno appallottolato e glielo ficcò in bocca. Mentre teneva il pezzo di stoffa premuto con forza strinse le pinze su un capezzolo; strinse e torse l’arnese così forte che quando diede lo strattone finale strappò via solo un brandello di carne lacera.

Continuò a soffocare i lamenti di lei anche quando il vomito le risalì in gola ed trovò sfogo attraverso il naso, togliendole il fiato.

Alla fine Stella smise anche di sussultare, si sentiva soffocare, sarebbe stata una liberazione, ma a quel punto, un attimo prima che perdesse i sensi, l’uomo levò il tampone. Assieme a bava e vomito acido uscì solo una lagna piagnucolosa priva di energie.

Un istante dopo la porta venne spalancata da un poderoso colpo. Qualcuno si catapultò nella stanza.

“Raoul – pensò Stella – Roul è venuto a salvarmi!”

Il torturatore rimase sconcertato per alcuni istanti, passata la sorpresa si allungò per prendere la pistola posata sul tavolo, riuscì ad afferrarla, ma prima che potesse puntargliela contro, l’uomo con il giubbotto grigio gli fu addosso, gli diede un pugno laterale sulla mandibola, che produsse un schiocco sonoro, e due rapidi pugni alle reni, costringendolo a piegarsi su un fianco, lo chiuse in un abbraccio e gli assesto una ginocchiata al fegato, non aspettò neanche che le ginocchia cedessero per il dolore: afferrò la sedia e gliela fracassò sulla schiena, lasciandolo riverso a terra privo di sensi.

Senza riprendere fiato e senza guardare Stella in volto, andò a prendere il taglierino e la liberò dai legacci che le bloccavano gli arti.

«È finita – disse – ce la fai ad alzarti?»

«Io… sì, credo di sì» rispose Stella, le faceva male ogni parte del corpo.

L’uomo prese le pinze.

«Potrebbe fare un po’ male.»

Col tagliacavi della pinza tagliò il fil di ferro. Teso com’era, questo saettò appena fu tranciato scavando ancora un po’ nella carne martoriata, ma fu solo una fitta, seguita da una sensazione di sollievo.

Aggrappandosi al braccio dell’altro, la ragazza riuscì a mettersi seduta e poi ad alzarsi. Solo a quel punto si riprese sufficiente controllo delle proprie facoltà mentali per concretizzare la situazione in cui si trovava.

«Raoul era con me, hanno preso anche lui? Cosa gli è successo?»

Sul viso dell’uomo calò un velo di preoccupazione, impossibile da decifrare del tutto.

«Non lo so… Ma non è come pensi, ora devo portarti via di qui, sei in pericolo. L’Oscurità è vicina, la sento»

Fuori dalla stanza, che si rivelò essere una casetta di mattoni affacciata su un viottolo sterrato, si apriva un villaggio dismesso; poteva essere uno dei tanti borghi sorti attorno a Littoria durante la bonifica, solo che era mezzo diroccato e non portava tracce di modernità, sembrava abbandonato dai tempi della Guerra.

«Dove siamo?» chiese Stella guardandosi attorno.

«Calavara – rispose l’uomo continuando a sostenerla per le spalle mentre camminavano – questo luogo è un Abisso naturale.»

«Non capisco.»

«Qui è molto facile avere un contatto con la tenebra esterna.»

Lei lo guarda sconvolta.

«Lo so, parlo come un pazzo, ma non devi avere paura. Non di me.»

Stella non aveva paura di lui, perciò annuì, pur continuando a non capire.

«Sbrighiamoci, andiamo alla macchina, è dopo la piazza, non sapevo bene dove fossi, ho dovuto cercarti.»

«Come mi hai trovato?»

Poi si rispose da sola e passò il pollice sulla sottile crosta che sentiva sopra la nocca nell’indice.

«La ferita?»

«Sì… Gli abissi sono tutti collegati tra loro. Ho sentito la tua paura. E il tuo dolore.»

Vide in quel momento che l’uomo aveva la punta del mignolo della mano destra tumefatto e sanguinante.

«Perché lo stai facendo?»

Lui si girò a guardarla e le sorrise.

«Sono un tuo ammiratore.»

Il sorriso si trasformò in una smorfia e Stella saltò in dietro. L’uomo con la maschera deforme era sbucato all’improvviso dietro le spalle dell’ammiratore e gli aveva stretto la gola con un fil di ferrò che teneva con entrambi i pugni, come una garrota. Le mani dell’aggressore sanguinavano, tagliate dal cavo sottile, e anche la gola della sua vittima cominciò presto a ferirsi. Con un rapido gesto l’uomo in grigio serrò le sue mani sui polsi dell’altro e piegandosi sulle ginocchia lo proiettò in avanti, con un calcio lo fece rotolare di un altro paio di metri, ma mentre riprendeva fiato dal tentativo di strozzamento, quello estrasse una pistola e gli sparò.

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