L’ora della scimmia – capitolo 4

«Un piccolo viaggio dentro te stesso, una specie di sogno in cui vedi alcune cose e ne intravedi altre».

Con queste parole Rasnia ha descritto l’esperienza che ha voluto fargli sperimentare. A quanto pare lei c’era già passata da più giovane. Deve avere a che fare con Tama e un qualche tipo di rituale a cui sottoponeva tutte le giovani nomadi del campo quando diventano donne, cioè quando hanno la prima mestruazione.

“Forse funziona solo con le femmine” pensa Lolo.

Perché purtroppo le sue parole per descrivere l’esperienza somiglierebbero più a qualcosa del tipo “una noia mortale”.

Si è sdraiato per terra, sopra un largo foulard steso, come gli ha detto di fare Rasnia e poi ha chiuso gli occhi e ha cercato di far vagare la mente – sempre secondo le indicazioni della ragazza – sulla delicata vibrazione di una nenia senza parole.

Si sarebbe pure addormentato volentieri, ma la mente continuava a vagare verso un’irregolarità del pavimento incuneata proprio sotto la sua scapola sinistra e i reflussi dell’acquavite sono mutati da simpatica compagnia dello stordimento a nausea pressante da vertigini.

«Rasnia, non credo stia funzionando. Forse sono io, dovevo bere di meno…»

Dalla ragazza nessuna risposta, nessun verso. In effetti non sente più la nenia da un po’.

Non saprebbe dire da quanto tempo è sdraiato lì.

“Forse mi sono addormentato davvero”.

In ogni caso la perdita di controllo è una sensazione piuttosto spiacevole. Apre gli occhi sulla stanza incompiuta e vede solo le colonne grezze a vigilare su di lui.

“Se n’è andata” pensa.

«Che stronza…»

Il sussurro di rabbia gli sfugge tra i denti serrati e si amplifica per il locale vuoto, cresce di volume e intensità fino a diventare un ruggito distorto e incomprensibile che rimbalza da ogni direzione addosso a Lolo e lo investe come un uragano sonico, tanto che è spinto ad accucciarsi e a tappare le orecchie con le mani.

Quando il riverbero si allontana, lasciando solo un fastidioso ronzio attaccato ai timpani, Lolo si guarda all’intorno, con il cuore che batte all’impazzata. Pensa di chiamare Rasnia, ma ha paura che possa scatenarsi una nuova eco assordante, così si limita a cercarla con gli occhi. Per quanto siano acuti i sensi del ragazzo, non riescono a penetrare la massa di tenebra che lo circonda a non più di qualche passo e che avvolge e nasconde le pareti della stanza. Solo la grande finestra è ben visibile e si apre sulla notte, là fuori, una notte densa che sembra rubargli l’aria con respiri lenti e affannati, che pare sul punto di rovesciarsi, nella sua infinità, tutta dentro l’apertura per saturare ogni angolo del suo animo.

“Dove sono?”

È sicuro di non essere più nel luogo dove si è sdraiato e dove ha chiuso gli occhi al suono ipnotico della melodia sussurrata da Rasnia. È come se a quello stesso posto fosse stato aggiunto un velo ad alterarlo, o come se il velo fosse stato tolto.

All’improvviso, dal buio profondo, verso l’interno dell’edificio, scaturisce una scintilla e si accende una fiamma vigorosa sulla cima di una torcia. Il rozzo pezzo di legno imbevuto di pece è tenuto nel pugno da un uomo imponente, di cui Lolo riesce a vedere solo la sagoma massiccia e nerboruta, celata dall’ombra della sua stessa fonte di luce.

Lentamente l’uomo alza il braccio e indica in alto con il dito puntato.

Lolo segue il gesto lento con il mento, ma non vede nulla; dove prima le mignatte nude sporgevano dalla malta, ora è tutto nero: oltre la cupola di luce irradiata dalla torcia è scesa una cappa di pesante tessuto.

Nell’istante in cui il ragazzo abbassa il volto e termina di formulare a mente le parole con cui esprimere i suoi dubbi più pressanti, l’ombra imponente porta l’indice sulla bocca chiusa e gli fa cenno di tacere. Con la stessa calma mette la mano aperta sulla torcia e la chiude sulla fiamma, estinguendola.

Nel silenzio assoluto, lo sfrigolio della pelle bruciata dal fuoco è ancora più angosciante e la puzza di cuoio bruciato e peli strinati arriva come un allarme alle narici, allertate dalla rinnovata oscurità.

Oscurità apparente, perché man mano che i sensi si abituano alla variazione ambientale, Lolo si accorge di vedere meglio, tutto è rischiarato da una tenue illuminazione; l’altro uomo non è più solo un’ombra minacciosa, ma ne distingue i tratti essenziali, la fisionomia, le curve della muscolatura, mentre alza di nuovo il braccio sopra la sua testa, dove si apre un cielo sconfinato su cui è intessuto un intricato arazzo di stelle e galassie. L’opera divina, nella sua maestosa e caotica perfezione era lì, alla portata di un ragazzo nomade, che non può non rimanere estasiato e sconvolto, con il naso all’insù e la bocca aperta. Era lì, era sempre stata lì, nascosta e coperta dalla luce tremolante di una torcia.

Mentre Lolo osserva il miracolo cosmico, allo sfondo di costellazioni si sovrappongono cicli astronomici più prossimi. Alla notte segue il giorno, al sorgere e al tramontare del sole segue la stessa evoluzione della luna; luce e buio, nascita e morte, si alternano in fasi sempre più rapide e alla fine si fondono in un quadro mobile che riproduce tutta l’eternità delle stagioni. I due astri si guardano, si cercano e si inseguono, ognuno bloccato nel proprio percorso inevitabile e predeterminato; si avvicinano l’uno all’altro, ogni giorno un po’ di più, se osservati nel momento in cui la luna affronta il proprio orizzonte: dal massimo del suo splendore, quando regna sola nel cuore della notte, a quando scompare per aver osato invadere il cielo diurno, passando per quell’evento periodico ed eccezionale in cui il sole tramonta mentre la luna sorge e si incontrano sulla linea che separa i giorni, con la gioia di essere così vicini da potersi quasi toccare, con la tristezza di sapere che già il giorno appresso saranno più lontani.

Il punto da cui Lolo osserva questo spettacolo si avvicina progressivamente fino al cambio radicale di prospettiva. Ora è lui il sole rosso del tramonto che guarda verso il suo unico satellite; il centro dell’universo, potente e in soggezione nell’impossibile speranza che quel breve momento possa non finire mai. È lui nel sole, e quello che vede riflesso sulla superficie lunare è un volto bruno di giovane donna che gli parla.

«Svegliati, Lolo».

Esplode in un brillamento per poterla toccare e nella fiammata che raggiunge il volto del riflesso c’è una mano sgraziata e villosa che prova a distendersi in una carezza.

«Lolo, svegliati».

È lui. È pienamente lui, anche se non ancora padrone del suo corpo. Tutto ciò che vede quando apre gli occhi è la faccia di Rasnia che lo guarda, al contrario come il riflesso in uno specchio invertitore: maschio/femmina, dritto/rovescio. Ci mette un po’ a capire che nessuno dei due è appeso a testa in giù, semplicemente è sdraiato sul pavimento grezzo del palazzo abbandonato e lei, inginocchiata dietro la sua testa, si sporge sopra di lui.

Lolo si alza e si mette a sedere; gli sguardi rimangono incollati e le facce di conseguenza ruotano fino a riallinearsi.

«Allora com’è andato?» gli chiede Rasnia.

«Tutto bene, credo» risponde.

«Ma sei ancora ubriaco?»

«No, sto a posto. Quanto tempo sono stato giù?»

«Boh, un po’ io non ho un orologio bello come il tuo».

Rasnia sorride a denti larghi, ma Lolo non coglie lo scherzo e la sua mano va d’istinto al polso.

«Tranquillo, non te l’ho mica rubato».

«Sei proprio una stronza».

«E tu sembri un po’ meno rincoglionito. Vuoi altra acquavite?»

Lolo allontana la sola idea con le mani aperte.

«Per carità…»

«E ti sei anche disintossicato. Hai visto i miracoli che può fare una piccola stronza?»

«Che cosa mi hai fatto esattamente?»

«Niente – fa spallucce – Te l’ho detto: è solo un gioco, un esercizio, se vuoi. Me lo ha insegnato Tama dopo averlo fatto anche a me».

«Lo sapevo…»

«Dovrebbe aiutare a pensare o a ricordare, però ti dico che di solito non fa niente».

«A te ha fatto qualcosa?»

L’esitazione di Rasnia è tale che Lolo sta per ritrattare la domanda, ma la risposta arriva prima che possa farlo.

«Ho visto la mamma».

«Umm…»

«È stato bello – sorride malinconica – Dopo tanti anni pensavo di averla dimenticata e che “mamma” fosse solo un nome, invece ho scoperto che ricordavo ogni dettaglio del suo viso: il taglio delle sopracciglia, il colore degli occhi, quella ciocca di capelli grigi che metteva dietro l’orecchio… le fossette ai lati della bocca quando sorrideva. Tante piccole cose. Da allora è come se mi portassi sempre dietro una sua fotografia».

Mentre dice l’ultima frase Rasnia si mette una mano sul petto all’altezza del cuore.

«E la tua foto?» chiedi a Lolo.

«Ehm, la mia foto è uscita sfocata – risponde lui – C’era un uomo mezzo nudo con una torcia in mano, poi ha spento la torcia e il cielo e si è riempito di stelle che prima non vedevo e alla fine il sole e la luna si rincorrevano e quasi si toccavano».

Nel corso del breve e concitato racconto, Rasnia guarda Lolo con le sopracciglia alzate e la bocca piegata da un lato, sul punto di mettersi a ridere; quando capisce che è terminato impiega un paio di secondi per assumere un’espressione più seria e meditabonda.

«Ho capito – mente – Certo io non sono Tama, lei saprebbe dirti esattamente cosa significa quello che mi hai detto».

«Pff!»

«Ma alcuni elementi sono piuttosto chiari. Ecco, tipo quell’uomo nudo sei tu».

«Mezzo nudo in realtà – precisa Lolo – Non lo so come era vestito: non lo vedevo bene».

«Sei tu – riprende Rasnia – E la torcia… la torcia è il tuo..  Insomma…»

«Ma dai!» la interrompe lui.

«No, sul serio: la torcia è un evidente simbolo fallico».

«Quindi secondo te e me ne vado in giro nudo con il mio coso in mano?»

«Eheh, nei tuoi sogni».

«Nei tuoi forse».

«Va bene, saltiamo la parte della torcia. Saltiamo pure le stelle, non so che vogliono dire. Il sole e la luna!»

«Eh».

«Il sole e la luna sono simboli del maschio e della femmina. Non per forza uomo e donna, cioè sono il maschile e il femminile che convivono in ognuno e un po’ si attraggono un po’ si respingono».

«Se lo dici tu».

«Non ricordo chi lo dice, ma uno importante, comunque. È da questo gioco degli opposti che si genera il desiderio».

«Che c’entra il desiderio?»

«Tutto. Quando ero piccola, prima che arrivassi tu, sentivo Bato raccontare questa storia a mia madre, la sera, dopo che era andata a letto, e mia madre rideva e poi li sentivo baciarsi».

«Dev’essere una storia interessante».

«È il racconto di come è cominciata la lunga dinastia dei primi uomini. Di sicuro l’hai sentito anche tu al campo; te lo ricordi?»

«Vagamente».

«Allora, a quei tempi c’erano solo due persone al mondo: un uomo e una donna. Erano stati appena creati da Dio, e Dio non sapeva ancora bene di cosa avessero bisogno; li vedeva che se ne andavano in giro piuttosto inquieti e pensò che fossero affamati, ed era vero. Così piantò il suo bastone nel terreno morbido e fece crescere due alberi: un pero e un melo. Poi ordinò agli alberi di fare frutti e li diede da mangiare a quei due, all’uomo le pere e alla donna le mele, e ne mangiarono in quantità. Quando ebbero finito, Dio vide che le loro pance erano piene, eppure non erano ancora sazi, perché non era dei frutti della Terra che avevano fame, ma l’uno dell’altra. Così Dio li colpì con il suo bastone e ordinò loro di accoppiarsi, come aveva visto fare alle bestie. Allora l’uomo fu soddisfatto; la donna, invece, era insaziabile e volle accoppiarsi ancora e ancora e ancora. Dopo molte volte che si accoppiavano, Dio perse la pazienza e disse: “Tu, donna, sarai sempre insoddisfatta e tu, uomo, ti consumerai nel desiderio”. Vedendo che l’uomo e la donna non interrompevano il loro accoppiamento per ascoltarlo, Dio se ne andò lasciandoli a loro stessi».

«Ahahah, bel racconto – dice Lolo – Sei brava quasi quanto tuo padre».

«Ti è piaciuto?»

«Sì, mi immagino Dio che se ne sta lì a fare il guardone mentre questi ci danno dentro, col suo bastone in mano».

«Sei un pervertito e verrai fulminato per questo» lo prende in giro Rasnia.

«Sei tu che racconti storielle sporche, non io».

«L’accoppiamento è simbolico».

«Ma dai? Pensavo il contrario».

«Nella storia è simbolico: è il desiderio di stare insieme, il bisogno di altri esseri umani».

«Me lo dici perché non vuoi farmi andare via?»

«Te lo dico perché prima o poi dovrai tornare».

«Non ne sono sicuro, se il kriss decide…»

«Sparisci – lo interrompe la ragazza – Sparisci per un po’, poi sarà tutto dimenticato, vedrai. Io ti aspetterò e non ti chiederò mai che cosa hai fatto quando non eri con me”.

Lolo rimane in silenzio e quando parla lascia la frase in sospeso.

«Rasnia, ascolta, io volevo…»

Rasnia ascolta e lo attende. Il problema è che Lolo non sa quello che vuole. Vorrebbe dirle “vieni con me”. Era questo che si era prefissato di dirle alla fine. Ora che ci si trova alla fine forse quello che vorrebbe dirle è “rimango”. Ma non dice nulla, non ne ha il tempo, il volto di Rasnia si incupisce, la ragazza gira la testa verso la finestra e si allontana per scrutare il paesaggio urbano.

«Che succede?» chiede Lolo giunto al suo fianco.

«Niente, credo. È solo una brutta sensazione. Per favore torniamo a casa».

“Decidi cosa cavolo devi fare, stupida scimmia! – urla una voce nella testa di Lolo – Decidi cosa vuoi!”

Rasnia assiste al subbuglio nell’animo del ragazzo attraverso i suoi occhi e capisce che non c’è posto lì per la sua richiesta.

«Aspettami qui – dice – Tornerò appena posso» poi esce dalla stanza.

Lolo vorrebbe seguirla – la seguirebbe ovunque – ma è paralizzato dalla sua battaglia interiore; è assediato, arroccato dentro se stesso e la lascia fuggire. Se la lascia sfuggire.

L’assedio viene rotto solo diversi minuti dopo dalle fiamme che fanno crollare i bastioni seppellendo assediati e assedianti.

Dalla finestra, Lolo vede scaturire ed espandersi la luce rossastra di un fuoco dove fino a un attimo prima c’era solo il piccolo bagliore del campo nomadi.

“Un incendio!” pensa subito.

Rimanere o scappare sono decisioni messe in secondo piano dalla necessità impellente di sapere cosa sta accadendo alla sua casa, così raccoglie la sua sacca, infila la collana con la chiave nella scollatura della maglietta e corre via anche lui; lasciando lì la bottiglia di acquavite e la spilla fiordaliso.

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