L’ammiratore segreto – parte 1

6 terribili verità – Quarta verità

La ragazza continuò a camminare con andatura spedita tra le ombre del suo corpo formoso che si allungavano e accorciavano sotto le luci dei lampioni. Il tacco alto e il vestito da sera non la impedivano nei movimenti: c’era voluto un po’, ma alla fine ci si era abituata. Il rumore, invece, continuava a darle fastidio; i suoi passi nervosi risuonavano con ritmo regolare e affrettato scandendo il tempo come il ticchettio di un orologio. Ci fosse stato almeno qualche altro suono, anche solo per illuderla di non essere sola e in balia di ogni potenziale malintenzionato.

“Perché diavolo ho fatto questa strada?” pensò.

Mentre ritornava ossessivamente su questa domanda, si sforzava di ignorare le ombre che vedeva muoversi in ogni traversa. In realtà era semplicemente la strada più breve per tornare a casa.

Aveva ricevuto l’invito a partecipare a uno dei friday-night che si svolgevano da qualche tempo al Nuovo Sole. Aveva dichiarato più volte che le feste nella Hall del centro commerciale le sembravano kitsch e fuori moda. A Littoria però la moda era una cosa molto passeggera, più che altrove, le passioni dei giovani danarosi erano schegge impazzite che facevano aprire e chiudere locali nel giro di un mese o meno. Adesso andavano i friday-night e lei non poteva permettersi di snobbare una chiamata in società, era ancora solo una giovane attrice e la maggior parte dei presenti non l’avevano neanche riconosciuta, almeno finché Bruno non l’aveva annunciata al microfono. Altra cosa piuttosto kitch.

Bruno era un dirigente della Littoria Assicurazioni, uno dei “figliocci” del proprietario; lui chiamava così i piccoli squali arrivisti che lavoravano alle sue dirette dipendenze.

Comunque lei si era presa gli applausi e aveva passato una serata tutto sommato piacevole mentre il suo nuovo amico le presentava questo e quello, in ordine di conto in banca, debiti e avvisi di garanzia.

Dava per scontato che l’avrebbe riaccompagnata, purtroppo non avevano chiarito prima che il prezzo della notorietà, e del passaggio a casa, sarebbe stato un pompino in macchina nel parcheggio. Pagamento anticipato.

E così se ne tornava a casa a piedi, con un buon carico di “stronza, puttana, chi-cazzo-ti-credi-di-essere” sulle spalle. Si chiese da quando le “puttane” fossero quelle che “non” vendevano il proprio corpo in cambio di qualcosa.

Il pensiero fu breve, un cigolio sinistro la riportò alle sue paure. Un cartello triangolare di dare-la-precendeza prima di una rotonda, fissato male al suo palo, si muoveva a ogni refolo di vento producendo quel rumore gracchiante.

“Questa città va allo scatafascio” si lamentò con se stessa.

Lei pensava a Roma, a Littoria non ci voleva più stare, ma doveva starci, almeno fino alla fine delle riprese del film. Poi sarebbe andata a Roma. Lì avrebbero valorizzato la sua arte. Pensava a Roma, e intanto si guardò attorno e accelerò leggermente l’andatura. Via dell’Agora era deserta.

Era una via residenziale, con codomini nuovi, dalle forme bizzarre, moderne, molto costosi; la tranquillità si paga. E di tranquillità ce n’era fin troppa, nulla disturbava la quiete dei residenti, c’era assoluto silenzio, non c’erano locali notturni, gli unici bar che c’erano chiudevano al tramonto, ideale per famiglie, un po’ meno per una bella ragazza che da qualche tempo si sentiva pedinata e vedeva aggressori nascosti dietro ogni bidone dell’immondizia.

“Ma quanto ci vuole?”

Come se fossero state evocate, vide le luci di Via Isonzo affacciarsi oltre l’incrocio. Per la sua ansia era quello il pezzo peggiore.

L’ultimo tratto aveva sulla destra il nulla; una recinzione in rete metallica coperta da rampicanti che nascondeva un buon appezzamento di campi incolti proprio all’incrocio, in direzione del ponte blu della Pontina. Sulla sinistra invece c’era la desolazione del vecchio centro commerciale dell’Orologio. Un buco nell’acqua; ogni tanto qualcuno provava ad aprire un negozio da quelle parti, ma per lo più i locali erano vuoti, era così da quando era bambina. Di giorno c’erano sempre delle macchine parcheggiate, per via degli uffici ai piani superiori, ma di notte era solo un parcheggio vuoto.

Distolse lo sguardo, ci mancavano solo le autosuggestioni, in fondo appena qualche decina di metri e sarebbe arrivata. Cos’era stato? Le era sembrato che qualcosa si fosse mosso alle sue spalle, ne era certa, una grossa ombra era sgusciata fuori da uno di quei maledetti sottopassaggi dell’Orologio.

Senza darsi il tempo per capire se fosse uno scherzo della sua immaginazione, corse verso il semaforo all’incrocio. Apparire elegante era l’ultima delle sue preoccupazioni, attraversò via Isonzo dritto per dritto senza voltarsi a guardare neanche le macchine, che per poco non la investirono. Dall’altro lato della strada proseguì il suo impeto di fuga e si infilò nel portone di un palazzo d’angolo che aveva visto anni migliori.

Mentre aspettava l’ascensore cercò di riprendere fiato con lunghi respiri e per poco non scoppiò a ridere per il nervoso. Avrebbe voluto trasferirsi vicino al centro, ma per ora non poteva permettersi un affitto più alto.

“Non posso andare avanti così, o vado dalla polizia o da uno psicologo.”

Nel frattempo era arrivata al quarto piano e si era infilata nel suo appartamento chiudendosi la porta alle spalle.

“Ce l’ho fatta…” pensò tirando un lungo respiro.

Con il blocco alla porta si sentiva più sicura, abbastanza per lo meno da accendere la luce e controllare che il soggiorno fosse perfettamente in ordine, come lo aveva lasciato quel pomeriggio; questo la tranquillizzò e le diede il coraggio per avvicinarsi alla finestra. Un dito tra le tapparelle le permise di sbirciare in strada, da lì vedeva Via Don Sturzo e le auto che sfrecciavano senza preoccuparsi del semaforo rosso; giravano tutte a destra, verso Via del Corso, avevano fretta di arrivare, di far vedere che c’erano anche loro.

“Che schifo!”

Non si sentiva parte di quella società. Pensava al suo futuro a Roma.

“Ma quale futuro, stavo per farmi ammazzare…” se ne rese conto in quel momento.

Sul marciapiede di via Don Sturzo, qualche albero poco curato, uno ogni pochi metri piantati in un’aiuola quadrata a ridosso della strada. In quel tratto il marciapiede era molto largo, poteva sembrare una piazza, passavano forse venti metri prima dei palazzi e dei negozi sottostanti. Gli alberelli creavano uno stacco verde nel grigio metropolitano; nelle giornate assolate invogliava a uscire di casa, ma di notte, quando le ombre rendevano tutto confuso e ogni cosa sembrava solo un pezzo di un puzzle tutto nero, allora il vialone alberato era lì a mettere in evidenza l’anima selvaggia che si nascondeva ancora dietro la facciata di una città moderna, e quanto fossero estranei quegli elementi naturali, innestati in un ambiente che altrimenti li avrebbe rifiutati e resi alieni.

La giovane donna però non era interessata agli alberi; le risvegliavano alcune paure infantili ben radicate, ma sapeva che sarebbero rimasti piantati nel marciapiede. Quello che c’era sotto uno di essi invece rappresentava per lei una minaccia ben più concreta; diritta in linea d’aria con la finestra da cui la stava osservando, una persona era appoggiata a un tronco color della pietra. Le parve essere un uomo, alto, imponente, se ne stava lì fermo, con le spalle curve, e le mani infilate nelle tasche del suo giaccone grigio. Con la luce soffusa dei lampioni non aveva modo di vederne i lineamenti, aveva i capelli molto chiari, forse addirittura bianchi, molto corti, poteva essere chiunque, poteva essere lì per caso, forse stava solo aspettando qualcuno o era sceso per fumarsi una sigaretta in santa pace.

Sentì comunque la saliva bloccarsi in gola: quello strano figuro lei lo aveva già visto, più di una volta, di sfuggita, sempre al margine della vista o in fondo a una via o dietro gruppi di persone, sempre presente da qualche tempo a quella parte e spariva ogni volta che provava a indicarlo a qualcuno o a raggiungerlo. Non le si era mai avvicinato, non le aveva mai parlato, probabilmente non era neanche pericoloso, ma aveva sentito ben più di una storia di fan psicopatici che ossessionavano un’attrice fino allo stalking, storie che non sempre avevano un lieto fine.

Mentre faceva queste riflessioni e sentiva brividi iniziare a solcarle la pelle, l’uomo in strada alzò la testa e guardò dritto verso la finestra.

Lo squillo del telefono la fece sobbalzare. Col cuore che le correva all’impazzata dal petto alla gola si ritrasse dalla finestra e fece mente locale: era il cordless. Qualcuno la stava chiamando a casa, pochi avevano il numero del suo appartamento. Il numero sul display luminoso era quello del cellulare del suo agente.

«Raoul… – rispose al telefono – meno male, sei tu.»

«Ciao Stella. E chi doveva essere? Hai relazioni telefoniche con degli uomini e non mi dici niente?»

Il tono era amichevole e ironico, come sempre, e riuscì a stemperare un po’ la tensione.

«Non scherzare, stasera l’ho visto, non ci sono più dubbi.»

«Ma di chi parli?»

«Era ancora lui, Raoul, stavolta mi ha seguita fin sotto casa.»

«Vuoi dire il tuo ammiratore segreto?»

«Quello con il cappotto grigio, te ne ho già parlato.»

«Mmm…»

Al telefono non si riusciva a capire se l’aria di Raoul fosse preoccupata o semplicemente titubante.

«Che c’è non mi credi?» chiese lei in tono offeso.

«No no, ti credo, solo non vorrei che tu ti fossi fatta un po’ suggestionare dalle riprese del film…»

«Era lui ti dico! Ma perché cazzo non mi credi?»

«Ho già detto che ti credo e sono anche preoccupato per te. L’ultimo periodo è stato un po’ faticoso, per tutti, ma per te in particolare: è il tuo primo film da protagonista e non un film normale…»

Un film dell’orrore, ad alta tensione, con una sceneggiatura particolare. Con un regista particolare, che, per quanto ne capiva lei, era riuscito a far passare per una pellicola d’autore qualcosa di più simile a un trash gore o a un torture porn a budget ristretto.

 «Quel Zorra mette ansia anche a me, giuro» continuò Raoul.

«Che vorresti dire? Fare l’attrice è il mio lavoro! E sai bene che sono disposta dedicarmi anima e corpo…»

«Calmati Stella, sto solo dicendo che sono giorni che dormi poco e lavori molto, magari tendi a ingigantire le cose.»

La reazione di Stella avrebbe potuto essere una crisi isterica con annessa sequela di insulti ai danni del suo agente, invece l’ultima affermazione sembrò quasi calmarla.

«Sono molto stanca, è vero…»

Mentre parlava si avvicinò di nuovo alla finestra e alzò le tapparelle.

«Forse è come dici tu: la mia immaginazione galoppa un po’ troppo.»

Non c’era più nessuno. O per lo meno nessuno stalker con un giaccone grigio che la guardava dalla strada. La strada sotto la finestra era il solito largo, noioso viale che conosceva. Di notte quasi deserto e rischiarato appena da una luce malsana.

«Sai, appena mi hai detto di questo… della possibilità di lavorare nel nuovo film di Zorra, ho guardato il suo primo cortometraggio, quello girato con gli smartphone…»

«Sì, beh, ha destato la giusta dose di interesse, comunque gli ha portato bene.»

«È inquietante… non sono riuscita a guardarlo tutto; è stato come quando da bambina non riuscivo a dormire perché avevo paura del buio, allora aprivo gli occhi e c’erano solo ombre che fluttuavano tra le ombre…»

«Geniale a suo modo, a me ha affascinato, ma sono d’accordo con te: è inquietante. D’altronde fa film horror, non commedie.»

«Penso che dovrei prendermi qualche giorno di riposo.»

«Stella ascoltami – disse Raoul con una voce che nascondeva a stento la sua agitazione – non credo che sia una buona idea.»

«Solo un paio di giorni per rimettermi le idee in chiaro.»

«Resisti, manca poco alla fine delle riprese.»

«Lo so, ma io veramente non ci sto capendo più nulla. Zorra è… non capisco se è un genio o un folle… io non riesco più a capire nemmeno che scena stiamo girando, ormai la trama è solo nella sua testa, sono settimane che nessuno vede uno straccio di copione corretto…»

«Stella – la interruppe la voce dall’altra parte del telefono – ormai è questione di qualche giorno al massimo. Sentirò Zorra e lo convincerò a chiudere in fretta, ma tu devi tenere duro. Sai che è stato lui stesso a volerti come prima attrice, sono occasioni che non si ripresentano. E anche io ci tengo, voglio fare di te il nuovo volto del cinema italiano.»

La ragazza guardò il suo volto riflesso sul vetro freddo e umido della finestra.

«Il nuovo volto del cinema italiano.»

Per un attimo credette davvero alle parole del suo agente, poi il riflesso fu increspato da una goccia d’acqua infranta sul vetro della finestra e seguita da molte altre.

«Ascolta Stella, sto guidando e qui comincia a piovere di brutto, magari ci sentiamo quando arrivo a casa.»

«Perché ha voluto me?»

«Il regista, dici?»

«Sì, perché ha scelto proprio me?»

«Ha detto che il tuo volto gli ricorda il lato oscuro della luna. Non so cosa volesse dire con…»

Un grido di terrore interruppe la conversazione. Nell’attimo esatto in cui quella cosa andò a sbattere sul vetro, Stella balzò indietro e cominciò a urlare, mentre il telefono le cadeva di mano.

Doveva essere un piccione, l’uccello era così spennato e malridotto da essere irriconoscibile sotto la pioggia torrenziale. Continuava a sbattere le ali in maniera convulsa, col becco spalancato in un grido di agonia gettava il corpo contro la finestra più e più volte. Passato lo spavento iniziale, col cuore che ancora le scoppiava nel petto, la giovane attrice vide un dettaglio che le rimase in mente come l’elemento distorto e alieno al termine di in un incubo da cui stava per svegliarsi.

Gli occhi del piccione erano bianchi e grondavano un umore denso e oleoso, non sembravano neanche più occhi, erano più simili a vesciche di pus.

Fu solo una visione fugace, un accenno di consapevolezza prima che l’uccello scomparisse giù dal davanzale, nel buio della notte.

Le vennero subito in mente le scene di diversi zombie movie usciti di recente. La piaga che provava a sterminare l’umanità, e che in molti casi ci riusciva, cominciava sempre con qualcosa di così schifoso. Come un animale devastato e deformato da chissà quale malattia.

«Stella! Stella! Sei ancora lì? Rispondimi!»

La voce ovattata proveniva dal telefono per terra. La ragazza continuò a guardare la finestra senza capire per qualche attimo, poi si chinò e con movimenti lenti, quasi apatici, raccolse l’apparecchio.

«Sì Raoul, ci sono…»

«Stella, dannazione, cos’è successo?»

«Un… un maledetto uccello ha deciso di venirsi a suicidare contro la mia finestra e io… mi sono spaventata a morte… ho visto…»

«Cosa? Cosa hai visto?»

Stella chiuse gli occhi e li riaprì, come per fugare un miraggio. Si sentiva sciocca, i piccioni di Littoria erano tutti malati. Sono uccellacci sporchi e schifosi, lo sapevano tutti, portano malattie perché sono tutti malati.

«Niente, mi era sembrato di vedere una cosa strana, ma… non era niente.»

«Mi hai fatto prendere un infarto! Va bene, ora come ti senti?»

«Sto meglio… Sì, sto meglio.»

«Vuoi che mandi qualcuno lì?»

«No, grazie, davvero, adesso ho solo bisogno di farmi una doccia e di infilarmi a letto.»

«E il tuo ammiratore segreto?»

Stella si avvicinò con un po’ di timore alla finestra, attraversò con lo sguardo il suo riflesso e scrutò la strada; era sempre deserta, ebbe la netta impressione di vedere un lembo di tessuto grigio sporgere da un vicolo, ma sbattendo un paio di volte le palpebre scomparve ogni elemento vita dal paesaggio uniforme, paralizzato dalla tempesta, come in una foto mossa.

«Lascia stare, scherzavo – disse Raoul – Ora vai a letto, domani vedrai che avrai dimenticato tutto e starai bene.»

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