Giù nell’abisso – parte 4

6 terribili verità – Terza verità

Il racconto di Davide era carico di incongruenze e portava i segni di una grave sofferenza mentale; le sue visioni erano quelle di un folle. Ma non era forse una follia quella che stavo vivendo? Non era forse il delirio l’unico senso degli eventi in cui ero coinvolto? E poi quello che lessi sul suo taccuino non aveva nulla di fantasioso o delirante. Presi la decisione di tornare sulla Semprevisa l’indomani stesso, dovetti prima procurarmi alcuni materiali in ferramenta. Quando arrivai al parcheggio di Pian della Faggeta il sole era già alto; gravato da uno zaino piuttosto pesante cominciai a risalire il monte. Non c’erano sentieri per arrivarci, la prima volta ci eravamo persi, a distanza di quasi un anno però ricordavo ancora bene la strada che avevamo fatto al ritorno e fui in grado di percorrerlo al contrario. Ci misi comunque più di due ore a scorgere il rifugio abbandonato. Non era cambiato nulla dall’ultima volta. Entrai e posai sul tavolo il taccuino, che mi apprestavo a consultare per mettermi all’opera quanto prima, e la pistola. Notai che il coltello antico non c’era. Ero convinto che Davide lo avesse posato lì. Forse ricordavo male, comunque non aveva importanza.

Gli appunti erano molto precisi; indicavano come “cremare” un corpo con gli oggetti presenti nella baracca e poco altro.

Il corpo in questione era la mummia scarnificata su cui ero inciampato, lo feci a pezzi, tagliando la pelle rinsecchita con un seghetto, stando attento a non spezzare le ossa, poi svuotai il bidone della cenere vecchia e vi misi alcune pallottole di tela presa dalle coperte dei letti a castello e dei pezzi di legna secca, le gambe e i reggischiena delle sedie. Avevo portato anche della diavolina liquida per quando fosse servita.

Prima dovevo smarcare il secondo punto del taccuino di Davide; il terzo punto consisteva nel coprire nuovamente il buco, ma lì la situazione si sarebbe fatta complicata. Intanto le urne dovevano tornare al loro posto – qualunque fosse – o almeno essere riportate sottoterra. Per farlo mi ero procurato alcune centinaia di metri di cavetto in acciaio zincato e un piccolo argano a manovella. Fissai una carrucola sul bordo del buco con dei lunghi paletti di ferro, in modo che la ruota si trovasse a diversi centimetri dalle pareti del pozzo, verso il suo centro, e allo stesso modo fissai l’argano a terra poco distante, sopra un cavalletto. Il progetto era semplice: girare il cavetto attorno a un’urna e agganciare il moschettone al cavetto stesso formando così un cappio che si stringesse sugli slarghi superiori dell’urna per calarla nell’abisso. Finché il peso avesse tenuto il cavetto teso il cappio sarebbe rimasto stretto, quando il vaso avesse toccato il fondo del pozzo, che scoprii essere circa 200 metri più sotto, il cappio si sarebbe allentato consentendomi di ritirare su il cavetto.

La teoria funzionò anche nella pratica, anche se mi ci volle più tempo del previsto per finire. Appena il giorno cominciò a declinare, rientrai nel rifugio e accesi il rogo dentro il bidone. Farlo all’interno era una precauzione indispensabile, le fiamme avrebbero potuto attirare l’attenzione di qualche curioso o qualche soccorritore animato dalle migliori intenzioni. L’aria si fece ben presto pesante, gli spiragli delle finestre probabilmente non offrivano un adeguato ricambio d’aria. Continuai ad attizzare il fuoco con un fazzoletto bagnato sulla bocca e sul naso per evitare gli effetti del fumo, quando valutai che la fornace improvvisata fosse pronta gettai i pezzi della mummia tra le fiamme e uscii a riprendere fiato.

Lasciai bruciare il corpo per metà della notte, rientrando spesso per mantenere il fuoco sempre vivo e al massimo, poi lasciai che il fuoco si estinguesse e mi concessi qualche ora di sonno all’aperto, con la schiena appoggiato al tronco di un faggio.

Un sonno senza sogni, privo di coscienza; mi trovavo semplicemente da un’altra parte, seduto, al buio, nel più completo silenzio.

Ritornai in me che ancora l’orizzonte non stava rischiarando, comunque non doveva mancare molto all’alba. Mi sentivo riposato, efficiente, io che per tutta la vita non riuscivo neanche a dire “buongiorno” senza aver prima bevuto la mia tazza di caffè… Passai al setaccio le ceneri del bidone, sbriciolai con cura i resti delle ossa in un mortaio e con questi riempii l’ultima urna, quella caduta, e sigillai il tappo con del cemento a presa rapida. Ero soddisfatto del mio lavoro, anche se non era ancora finito.

Strinsi il cappio d’acciaio attorno all’urna, come avevo fatto con tutte le altre, e mi stavo preparando a calarla, quando sentii un rumore dal fondo del pozzo.

“Forse si è rovesciata un’urna” pensai.

Non mi sembrava fosse il suono di ceramica rotta, ma dovevo essere sicuro che le urne fossero intatte, che serbassero il loro contenuto per l’eternità.

Calai giù una torcia elettrica, da quella distanza però era solo un puntino luminoso in fondo a un tunnel buio. Dovevo scendere di persona, per fortuna avevo previsto anche questa ipotesi e avevo portato con me una corda e dell’attrezzatura da scalata che fissai a un albero vicino. Misi l’urna nello zaino e mi inoltrai oltre il bordo dell’abisso.

Sentii un brivido percorrermi la schiena, pungente e vivido come il passaggio di un centopiedi. Ignorai la spiacevole sensazione, come ignorai il suono ovattato di migliaia di minuscole zampette che camminavano sulla superficie interna del pozzo, fuori e dentro la terra umida.

Arrivai sul fondo stremato, il solo pensiero di dover risalire mi faceva stare male, così focalizzai l’attenzione sul motivo della discesa. Sembrava tutto a posto, le urne erano tutte integre, ero stato molto delicato nella discesa e anche nel deporle, si erano comunque accatastate le une sulle altre e pensai fosse meglio metterle dritte. Nel farlo vidi che la grotta proseguiva con un tunnel che scendeva con un’angolazione piuttosto ripida anche se in teoria percorribile senza supporti tecnici.

Avevo ancora l’ultima urna tra le mani, stavo cercando un posto dove posarla, quando sentii una voce.

«Marco, ho paura.»

La voce di Sara.

Mi bloccai, sporsi l’orecchio per sentire meglio, trattenni il fiato per paura che il respiro coprisse il più flebile rumore.

Si era trattato davvero della voce di Sara? O era stata un’eco dei miei pensieri? Un’illusione uditiva? Ero spossato, i sensi mi ingannavano, non avevo davvero dormito, le percezioni mi stavano tradendo.

Quella era la voce di Sara.

Sentivo l’urna scivolarmi tra le mani, ma non riuscivo a reagire. Il vaso di ceramica cadde dalle dita inerti. Cadde sulla roccia e si ruppe.

Frammenti di ossa sbriciolati e cenere si alzarono in uno sbuffo che invase improvvisamente tutto l’ambiente accecandomi. Strofinai il dorso delle mani sugli occhi irritati e li riaprii tra le lacrime.

Nella coltre di polvere sospesa a mezz’aria vedevo un’ombra, una forma indistinta, mostruosa, si agitava come se cercasse di liberarsi da qualche impedimento, come una fiammella sottoposta all’azione di venti contrastanti. Aveva una parvenza umanoide, il Mara, quasi fosse la mia ombra deformata dalla luce della torcia riflessa sulle pareti di roccia. Si staccava, pur rimanendone parte, dall’oscurità che si estendeva infinita ovunque guardassi, come un burattino, estensioni di una coscienza assoluta e incomprensibile. Guardavo quell’inquietante allucinazione e l’essere che credevo di vedere mi sembrava a pochi centimetri da me e allo stesso tempo a una distanza remota nello spazio siderale.

Dovevo sapere se era reale o solo immaginazione, ho allungato la mano, ma l’ho ritratta prima di aver disteso il braccio.

Ho visto muoversi un’ombra oltre la polvere, l’illusione si è dissolta, un’ombra di dimensioni colossali che si è rimpicciolita man mano che è avanzata e ha preso sembianze umane, di donna.

Sara si è avvicinata a me con passo malfermo e le braccia tese in avanti per abbracciarmi. Di fianco a lei, Filo si è mosso trascinandosi sulle zampe davanti, quelle dietro hanno lasciato sulla pietra una scia di sangue nero e di pus.

Sara era completamente nuda, vestita solo del proprio sangue che copioso scendeva dagli occhi bianchi, a coprirla come una tenda trasparente, in mano il coltello di bronzo preso dal rifugio.

«Marco, ho paura» ha ripetuto sottovoce.

Le sue labbra si sono mosse con una lentezza mai così sensuale. Ripeteva quelle parole senza dar loro alcun significato, in modo meccanico, l’unica possibile articolazione del linguaggio umano per una mente che umana non era, indipendentemente dal corpo che la ospitava. Voleva che la stringessi. Volevo stringerla. Voleva che la baciassi. Volevo baciarla.

Mi sono avvicinato a lei, per stringerla, per baciarla. E le ho sparato.

Le ho sparato tra i seni con la pistola di Davide. Il colpo l’ha buttata a terra, non ha opposto alcuna resistenza, doveva essere al limite della sua resistenza fisica.

Filo ha cominciato a ringhiare e ho sparato anche a lui.

Forse erano solo allucinazioni causate dal mio stato febbricitante, il mal di testa che mi stava facendo impazzire. Avevo ancora un po’ di tempo per ragionare. Ho posato la pistola a terra e mi sono seduto. Il mio corpo avvampava per la febbre mentre era scosso da brividi convulsi. Avevo ancora un po’ di tempo per calmarmi. Mi sono spogliato, ho calmato il respiro e mi sono seduto sulla nuda roccia. Era fredda e umida, mi ha aiutato destarmi dal torpore dell’eccitazione. Ho ripercorso a mente tutti i singoli passaggi di questa mostruosa vicenda fino ad adesso.

***

Ora, dopo molto tempo, apro gli occhi e sono lucido. Nelle orecchie non c’è più la voce di Sara, solo il suono del vento di una caduta senza fine.

Stringo a me la donna che ho amato e che amo ancora. Rido come un ossesso, non posso farne a meno, rido mentre reggo in mano il cadavere che mi ostino a non lasciare. Lecco le sue lacrime, il sangue delle ferite che si è fatta sulla fronte. Rido a occhi chiusi, finché la mia risata non si trasforma in un grido di esultanza. Finalmente la lascio andare, prendo il coltello dalla sua mano morta e comincio a scorrere la lama sulla mia pelle, ho la combinazione davanti agli occhi, i simboli sono evocati dai miei ricordi: il quaderno, i vasi, la pelle rinsecchita, la carne viva, la carne morta.

Ogni volta che termino un’incisione, una scossa violenta corre attraverso i nervi e arriva al cervello, allora mi aggrappo alla mia umanità, alla mia sofferenza, a ogni fitta di dolore vedo le ombre muoversi, gonfiarsi, distendersi in lunghi tentacoli, sottili dita artigliate mi ghermiscono, si infilano nella mia testa donandomi la visione dell’Oscurità, costringendomi a percepire oltre, la Tenebra esterna, il nulla, il Tremendum, la mancanza di ogni progetto sul creato, la perdita di ogni speranza, la Verità Terribile, la sopravvivenza causale dell’esistenza, attaccata all’ultima scintilla di volontà di un dio folle e impazzito per la solitudine.

Termino di incidere il sigillo nella mia carne un attimo prima che la follia divori la mia mente, che il Mara mi prenda. A quel punto non importa più, ho già affondato la lama appena sopra l’ombelico e tiro verso l’alto. Rido, un riso folle, demente, isterico. Sento la pelle, il grasso sottocutaneo i fasci di muscoli inflacciditi, si lacerano. E ridono. Le mani mi tremano strette sul manico del coltello, sento la forza venirmi meno nelle braccia, ma continuo a stringere, sento le budella fuoriuscire dal lungo taglio e scivolarmi sulla pancia. Spingo il coltello più a fondo. Spingo finché tutto non si fa bianco. Il Mara non ha più un corpo, il mio sta morendo, e della mia carne ho fatto il sigillo che lo imprigionerà nell’abisso.

Con l’ultimo briciolo di coscienza comprendo che non è finita, non sarà mai finita, dopo l’ultimo tramonto c’è solo la notte eterna, il Mara può attendere.

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