6 terribili verità, narrativa

Giù nell’abisso – parte 1

6 terribili verità – Terza verità

«Marco, ho paura» disse Sara.

Continuai a guardare davanti a me per qualche istante prima di girarmi verso mia moglie con aria rassicurante. Speravo con tutto il cuore che Davide e Paola tornassero con delle buone notizie.

«Non ti preoccupare, aspettiamo ancora qualche minuto, secondo me stanno tornando.»

Quella che doveva essere una vacanzetta in montagna, tutta chiacchiere e relax, si stava trasformando in una specie di scherzo di cattivo gusto.

Eravamo partiti da Bassiano nel primo pomeriggio; la famiglia di Paola aveva una casetta proprio al centro del paesino medievale ed era già capitato altre volte che ci ritrovassimo lì con altri amici per qualche evento, di solito in occasione di qualche Pasquetta o Ferragosto. Stavolta eravamo solo noi quattro, più Filo, il nostro cagnolino. L’idea era quella di goderci una passeggiata di un paio d’ore tra i boschi della Semprevisa e rientrare prima di sera. Se fossimo riusciti a tenere una buona andatura forse saremmo riusciti ad arrivare fino alla vetta. Le ragazze non erano molto d’accordo, così io e Davide avevamo lasciato cadere il discorso, ma col desiderio malcelato di sfidare la cima più alta dei Monti Lepini.

Come da guida turistica, avevamo passato la strada per Camporosello salendo poi, per poco più di un’ora, fino a una sella del monte, a circa 1300 metri. Da lì ci eravamo inoltrati nella faggeta tenendo sempre d’occhio i segnali bianchi e rossi che delineavano l’itinerario tracciato.

Quando avevamo ormai già deciso di tornare indietro, il cielo si era coperto in modo repentino di nubi temporalesche, così fitte da oscurare quasi del tutto l’interno del bosco. In quelle condizioni era praticamente impossibile distinguere i segni colorati sugli alberi, e dobbiamo aver imboccato per sbaglio un sentiero, pensando che ci avrebbe portati nella direzione da cui eravamo venuti; ci siamo accorti troppo tardi che seguendo la stradina sterrata ci eravamo addentrati più sul monte.

I tuoni e il vento lasciavano a intendere che nel giro di qualche minuto si sarebbe scatenata una tempesta. Non lo dissi a Sara, ma anch’io avevo paura. Sara era incinta all’epoca – non lo sapevamo ancora con certezza, pur avendo già qualche sospetto –e aveva dovuto sedersi un attimo a riposare, così i nostri amici si erano offerti di andare avanti per cercare un riparo di qualche tipo.

La guardai stringersi il giacchetto di lana e abbracciare Filo, che le aveva appoggiato le zampe sulle ginocchia. Se avesse cominciato a piovere non avrei saputo come proteggerla.

Filo si staccò da lei e si mise ad abbaiare in direzione della coppia che uscivano dall’intrico d’ombra del sottobosco.

«Non crederete mai cosa abbiamo trovato – disse Davide entusiasta – Andando un po’ più avanti c’è una casetta abbandonata.»

Paola corse da Sara e la aiutò ad alzarsi cingendole le braccia.

«Nella sfortuna ci ha detto bene – le disse arricciando il naso con allegria – Sarà un po’ come quando eravamo negli scout.»

Sara mi guardò per nulla convinta. Al momento proseguire mi sembrava l’unica cosa da fare, così alzai le spalle e cercai di tranquillizzarla con un sorriso.

«Una casetta nel bosco – dissi – forse è di marzapane.»

Davide incurvò le spalle facendo una faccia buffa e mettendo le mani avanti a ghermire l’aria.

«Non dirlo! Nelle case di marzapane vivono le streghe!»

«Zitto scemo, che ci spaventi» lo rimproverò Paola per gioco.

***

La casetta c’era, proprio come aveva detto Davide. Inizialmente avevo sperato che fosse il Liberamonte, un vecchio rifugio autogestito da un gruppo di volontari, che si trovava a circa 1000 metri d’altezza sul versante di Bassiano. Questo avrebbe significato che effettivamente eravamo ridiscesi, almeno per un tratto. Purtroppo, anche se nell’oscurità era impossibile distinguere bene i contorni della struttura e i dintorni, capii subito che si trattava di un’altra cosa e in effetti da quando ci eravamo addentrati in mezzo al fitto di faggi la sensazione era sempre stata quella di salire.

La sagoma rocciosa della montagna si stagliava come un monolite nero nel la controluce dei lampi temporaleschi, un’imponente barriera contro il vento che creava una bolla di quiete nel caos degli elementi che ribolliva tutto intorno.

Poi cominciò a piovere e in un batter d’occhio la tempesta si scatenò con tutta la sua spettacolare potenza.

L’elevata piovosità è una caratteristica di tutti i Monti Lepini; in pratica piove per tre quarti dell’anno. La colpa è dello stau, si dice, cioè quando i venti umidi risalgono dal mare verso l’entroterra e scaricano contro qualche montagna tutta l’umidità che contengono.

In estate però si trattava di un’eventualità molto sfortunata, anche questo è il motivo per cui rimanemmo sorpresi, e anche spaventati.

Quando Davide indicò la casermetta allungata con il tetto a doppio spiovente lo seguimmo senza esitare; urlava qualcosa mentre ci spingeva in quella direzione, ma il frastuono dell’acqua era troppo forte perché potessimo udirlo.

Corremmo tutti insieme verso la sagoma dell’edificio; la pioggia era talmente fitta che ci muovevamo praticamente alla cieca. Fu così che quasi caddi nel buco.

Qualche metro avanti, Davide si era fermato e ci faceva degli ampi gesti con le braccia. Li interpretai come segnali d’attenzione una frazione di secondo troppo tardi. Sentii il terreno franarmi sotto il piede destro e andare giù senza più alcun sostegno; sbilanciato per via della corsa caddi di lato e riuscii ad aggrapparmi al bordo della voragine mentre anche l’altro piede precipitava nel vuoto. Mi reggevo con le spalle fuori da quel pozzo, arrancando con le mani e i gomiti sul terreno bagnato. Sentivo i rivoli di pioggia scorrermi addosso e gettarsi di sotto.

Ero nel panico; scalciavo nel vuoto aumentando così il rischio di scivolare e cadere; per fortuna due paia di mani mi afferrarono per la giacca e mi tirarono fuori da quella situazione; anche se con una certa fatica. Il tempo di riprendermi un attimo e riuscimmo finalmente a varcare la porta del rifugio.

Eravamo completamente zuppi e quindi grati di quel riparo provvidenziale. Tutti eccetto Filo. Non voleva saperne di entrare e fui costretto a prenderlo in braccio, maledicendo di aver voluto prendere un bastardino a pelo lungo. Si mise all’angolo più vicino all’uscita e stette rannicchiato lì tutto il tempo.

Il rifugio era costituito da un’unica grande stanza; l’aria all’interno era stantia, carica di muffa e polvere. La poca luce disponibile per rischiarare l’ambiente era quella dei frequenti lampi che esplodevano in cielo, vedemmo tre letti a castello allineati di testa sulla parete opposta alla porta, sulla destra una tenda sporgente separava forse il bagno da alcune scaffalature stipate contro il muro, mentre sulla sinistra c’era un qualche tipo di mobilio, un tavolo, un paio di sedie e altre cose indistinguibili a quella distanza.

«Il vitto non c’è, l’alloggio fa schifo, ma almeno siamo al coperto» disse Davide in tono allegro.

Ammiravo la sua capacità di sdrammatizzare in ogni situazione e in fondo non aveva tutti i torti.

Paola nel frattempo stava curiosando attorno, facendo luce con il display del suo cellulare.

«Le finestre sono chiuse da assi di legno – disse – Chissà perché?» poi la luce cominciò ad affievolirsi.

«Così non andremo lontano» dissi mentre provavo a ripulirmi un minimo dal fango che mi ricopriva.

Davide concordò con me e si incamminò con cautela verso i letti.

«Aspettami qui» feci un sorriso a Sara e lo seguii.

Concentrato com’ero a cercare di capire cosa ci fosse in fondo alla stanza, inciampai su un ostacolo proprio in mezzo al pavimento e per poco non finii faccia terra. Riuscii a sostenermi a quello che mi sembrò essere un bidone di metallo arrugginito.

«Tutto a posto?» chiese Paola.

«Sì… sono solo… niente, tutto a posto» risposi.

«Aha, guardate cosa ho trovato!»

La voce di Davide era quasi raggiante mentre mi veniva incontro con in mano qualcosa che aveva raccolto sul tavolo. Nell’oscurità quasi totale poteva sembrarmi una grossa caffettiera.

«Una lampada ad acetile! – spiegò mentre frugava nei pantaloni – Questa è roba da speleologo.»

Aprì la lampada a metà, vi versò dentro l’acqua presa da una bottiglietta di plastica e la richiuse, poi tirò fuori l’accendino che aveva in tasca e lo accese. Quando avvicinò l’accendino alla lampada, una fiamma bianca e intensa scaturì da un beccuccio posto sulla sommità del congegno illuminando buona parte dell’ambiente.

«Fantastico! – esclamò – Questa roba non si rompe mai.»

Alle sue spalle gli scaffali si rivelarono in parte occupati da oggetti simili a botticelle con delle scritte sopra; non vi prestai troppa attenzione, poiché volevo prima capire su cosa fossi inciampato. Presi la lampada e girai attorno al bidone e nel frattempo si avvicinarono anche le ragazze.

Restammo tutti e tre senza parole; uno corpo avvizzito era disteso sul pavimento, coperto di pochi stracci laceri che non riuscivano a nascondere la pelle secca, simile a pergamena, che tenevano ancora insieme le ossa. Nelle ombre che si allungavano dalla fiamma all’acetilene sembrava strisciare verso il bidone e aveva ancora il braccio destro infilato nella latta, immerso fino al polso nella cenere, tra residui di legno semicarbonizzato.

Paola lanciò un grido e si ritrasse spaventata. Inciampò, credo, su un’asse disconnessa del pavimento e cadde con la schiena su uno dei letti bassi. Il materasso, vecchio e marcio di disfò all’impatto, alzando una densa nuvola di polvere. Alzammo d’istinto le braccia a proteggerci il viso; distinsi comunque lo sfarfallio di una miriade di minuscoli insetti grigiastri, che si alzarono in volo assieme alla polvere e sparirono fra le travi del soffitto. La rete a molla doveva essere arrugginita e cedette sotto il peso della ragazza facendo crollare tutto in terra.

Se Paola avesse potuto avrebbe continuato a urlare, ma la polvere le invase il naso e la bocca rischiando di soffocarla e provocandole una violenta crisi di tosse asmatica.

Ci prodigammo subito per rialzarla e dandole qualche sorso d’acqua la situazione migliorò un po’, seppure continuava a tossire con una certa insistenza.

L’evento ci aveva scosso tutti. Era inutile chiedersi come fosse morto qualcuno che giaceva scarnificato da anni, se non decenni, e mentre discutevamo se fosse il caso di rimuoverlo o no, o almeno di nasconderlo, ci accorgemmo che il cadavere stringeva ancora nella mano destra un oggetto piatto, di forma allungata, un coltello di pietra nera.

Davide ne sembrò affascinato, lo estrasse dalle dita ossute, che si spezzarono appena fece un po’ di forza; lo osservò per un po’ con faccia sgomenta e lo ripulì alla meno peggio dalla polvere. Sotto era lucido, poteva sembrare vetro.

«È di ossidiana – disse come se fosse una cosa importante – Ha un’aria molto antica.»

Poi lo posò con cura sul tavolo, quasi ne avesse timore.

Io nel frattempo avevo avuto modo di controllare meglio il corpo: la pelle mummificata si era ritirata in molti punti lasciando sporgere le ossa; guardandolo nel complesso ebbi l’impressione che quei “vuoti” formassero una sorta di astratto disegno, insomma, non sembravano casuali. Se ne accorse anche Davide e ci facemmo un cenno d’intesa per tenere la cosa tra noi.

Guardai la mia Sara seduta in terra a fianco dell’amica in lacrime, la abbracciava e la consolava benché tremasse anche lei di freddo e di paura. Lei era quella debole e spaventata. Dove trovava la forza di sostenere gli altri?

Mi impegnai a setacciare la baracca in cerca di qualcosa di combustibile, bisognava trovare il modo di scaldarci e almeno cercare di far asciugare un po’ i vestiti che avevamo indosso.

Nel corso della ricerca osservai meglio gli scaffali in fondo allo stanzone: i ripiani arrugginiti erano imbullonati a lunghe listelle angolari anch’esse di ferro ed erose dalla ruggine; reggevano il peso, che non doveva essere indifferente, di una decina di grossi contenitori. Non erano piccole botti, come mi erano parsi all’inizio, bensì dei vasi bombati in terracotta, di circa 30 cm di diametro, che recavano degli incavi di forme geometriche varie.

«Urne biconiche di ceramica con motivi decorativi geometrici solcati nell’argilla prima della cottura.»

La voce di Davide vicino la mia spalla mi fece sobbalzare per lo spavento.

«Scusami – aggiunse – mi sembravi interessato a sapere cosa stavi guardando.»

«Mmm… sì – risposi – quindi queste sono…»

«Urne funerarie, contengono le ceneri dei defunti – spiegò – le popolazioni locali spesso avevano questa usanza.»

Prese un’urna dallo scaffale e la soppesò rigirandola tra le mani.

«E queste sembrano piuttosto antiche. Dei Latini forse.»

«Va bene, ma stai attento a non farla cadere.»

Non so perché lo dissi, dovette sembrare una preoccupazione strana in quel momento, tanto che anche Davide mi guardò con mezzo sorriso sulle labbra.

«Superstizioso?» chiese per prendermi in giro.

«No – mi affrettai a rispondere – ma non è roba nostra.»

«Beh, se è roba sua non mi darei troppa pena – indicò i piedi del cadavere che sporgevano dalla tenda dietro cui l’aveva trascinato – E poi qualcuno ha già fatto danni.»

Ai nostri piedi in effetti c’era una di quelle urne, aperta, il tappo d’argilla era a un paio di passi, il contenitore era stato appena sbreccato dalla caduta, mentre il suo contenuto era sparso sul pavimento: una polvere fine e grigiastra.

Annuii e pensai che era meglio proseguire nella ricerca di combustibile.

Staccammo delle assi inchiodate sulle finestre e accendemmo un fuoco nel bidone e ci sedemmo lì attorno in silenzio. Sara appoggiò la testa sulla mia spalla e si addormentò quasi subito, senza dire niente. Paola, vicino al fidanzato, continuava a essere afflitta da una tossetta stizzosa che le consentiva di dormire solo a tratti. Filo guaiva in modo sommesso senza aprire gli occhi, muovendo a piccoli scatti le zampe posteriori, come faceva quando sognava.

Avevamo trovato altri due scheletri nelle brande marce, sotto le coperte mangiate dalle tarme, ma alle ragazze non avevamo detto nulla. Con le immagini di orbite vuote davanti agli occhi il sonno ebbe la meglio anche su di me, l’ultima cosa che vidi fu il volto di Davide illuminato dalle fiamme guizzanti dal bidone che esaminava un quaderno che aveva trovato sul tavolo. Poco prima mi aveva detto che secondo lui si trattava degli appunti di un archeologo; era un appassionato di questo genere di cose e alcuni termini specifici gli erano subito balzati all’attenzione.

Ancora oggi non so se i miei ricordi sono suggestionati da quello che accadde in seguito: mezzo addormentato, lo vedevo sfogliare le pagine ingiallite, troppo velocemente perché le stesse leggendo davvero, come chi cerca un riferimento all’interno di un libro che già conosce. Muoveva gli occhi da un foglio all’altro sussurrando poche parole. Sempre le stesse.

«Tremendum… La Verità Terribile…»

Il brutto esito della giornata mi aveva provato più di quanto fossi disposto ad ammettere e quella notte fu caratterizzata da un accavallamento di sogni agitati. Uomini e donne, completamente nudi, entravano uno dopo l’altro in un buco nel terreno, lo stesso dove avevo rischiato di cadere io qualche ora prima, solo che sembrava un pozzo naturale dal quale risaliva un liquido nero simile a olio per motori. Le persone camminavano in avanti e ne venivano inghiottite e dalla superficie limacciosa del liquido si gonfiavano delle bolle, grosse come cocomeri, bolle spesse e traslucide al cui interno si poteva veder muovere qualcosa, poi le bolle venivano riassorbite e il mio sguardo precipitava nel pozzo per riemergere da pozze sotterranee che si affacciavano su grotte naturali, decorate con motivi geometrici che mi erano familiari, e budelli che sprofondavano nella terra, invasi dai rumori sommessi da decine di piedi scalzi che procedono con incedere ipnotico verso un ombra allungata e strisciante.

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