Quando calano le tenebre – parte 13

6 terribili verità – Seconda verità

Staccò dal palo prima una delle gambe, poi le braccia, aiutandosi con gli arti liberi finì di liberarsi dalla presa che la pietra aveva stretto sul suo corpo rinsecchito nel corso dei secoli e fece due passi incerti in avanti; con equilibrio ancora precario avanzò barcollando e risalì il ponte superiore di prua. Anche con le orecchie ubriacate dall’incessante cantilena riuscii a sentire il rumore osceno delle ossa che si spezzavano e si risaldavano a ogni passo della creatura per ridare mobilità alle giunture e ai tendini rattrappiti.

L’Antico della Razza si ergeva sulla punta estrema della Monfalcone, di nuovo vivo, con le braccia levate al cielo per invocare la Tenebra e restituirle il mondo all’Oscurità.

Con un urlo roco, Ogre si divincolò a spallate dagli ultimi due posseduti che gli bloccavano la strada e si lanciò in una carica furiosa contro il mostro. Lo colpì con pugni tremendi al volto e allo sterno senza dargli tregua. L’Antico era rigido e impacciato, poté solo subire i primi colpi senza reagire; i suoi movimenti però diventavano più fluidi a ogni secondo che passava, cominciò a muoversi con agilità sempre maggiore, fino a contrastare e contrattaccare Ogre alla pari, con la stessa ferocia.

Tirai una ginocchiata a Pietro con tutta la forza che avevo e lui lasciò la presa facendo qualche passo indietro. Ne approfittai per raccogliere l’arpione che avevo fatto cadere e lo scagliai verso i due che lottavano a pochi metri da noi. Pietro strinse di nuovo le mani sulla mia faccia e mi sbatté più volte la testa contro la parete. Sentii la carne cedere e l’arcata del sopracciglio destro spaccarsi. Ero certo che sarei morto, speravo solo che il mio ultimo gesto avrebbe aiutato Ogre a ricacciar quella cosa da dove era uscita.

Tra lo stordimento per le botte in testa e il sangue che mi copriva gli occhi, ero in grado di distinguere solo delle sagome tremolanti.

Ogre era finito in ginocchio, schiacciato dalla forza dell’Antico, che lo sovrastava stringendogli al collo le dita scheletriche. Con la mano annaspò sul ponte alla ricerca dell’arpione che avevo tirato vicino a lui; quando lo trovò strinse il legno del manico con tutte le forze, fece scattare il braccio verso l’alto e trafisse il petto dell’Antico da parte a parte. Il mostro lasciò la presa sul collo di Ogre e barcollò indietro fino a sbattere contro il parapetto di prua, cercando di estrarre la punta uncinata dell’arpione.

La nave cominciò a saltare e rullare; accelerava all’improvviso, per poi subire delle violente frenate infrangendosi contro onde immani.  Quando si inclinò tutta sul fianco sinistro, io e Pietro fummo sbalzati sul ponte e rotolammo in direzioni diverse. Lo persi di vista. Mi alzai come meglio potevo, ma era quasi impossibile restare in piedi. Con molta fatica raggiunsi il castello di prua e mi trascinai sulle scalette che portavano al ponte superiore; fui costretto ad aggrapparmi con forza disperata al corrimano delle scale perché la Monfalcone si stava inclinando in avanti fin quasi ad affondare la prua dentro il mare, o forse era il mare stesso a essersi gonfiato sopra la nave.

Davanti a noi si era aperto un enorme gorgo e venivamo risucchiati senza speranza, correndo a folle velocità nel bordo interno del gigantesco mulinello.

Proprio lì davanti si stagliava la lotta dei due colossi. L’Antico si muoveva con scatti furiosi tentando di strapparsi via l’arpione dallo sterno. Ogre non gli diede tempo di agire, gli si gettò addosso schiacciandolo al pulpito di prora, gli strinse le braccia attorno alla vita e lo sollevò da terra mentre la creatura non cessava di martellarlo di colpi e artigliate sulla schiena e sulle spalle. Mise un piede sul parapetto e, dopo aver lanciato un’ultima occhiata alle sue spalle, si tuffò direttamente nel gorgo, avvinghiato al corpo avvizzito.

La nave subì un violento scossone e io fui investito da un’onda anomala; l’impatto del muro d’acqua fu sufficiente a stordirmi e prima che l’ondata avesse terminato di trascinarmi con sé nella sua corsa, aveva già perso i sensi.

Quando mi risvegliai mi trovavo in un letto d’ospedale. Un’infermiera notando cenni di coscienza da parte mia, disse qualcosa, ma non parlava italiano. Poco dopo entrò nella stanza il capitano Gracchi e dopo i convenevoli “Come sta? Come si sente?” mi spiegò con molto tatto che la maggior parte dell’equipaggio si era svegliato a bordo della Monfalcone ricordando solo che c’erano stati dei problemi tecnici dopo il ritrovamento della nave iraniana in fiamme e poi che erano incappati in una tempesta di inaudita violenza. Nessuno si spiegava perché fossero tutti sul ponte, in evidente stato di confusione, malnutriti e disidratati, erano solo contenti di sentire i raggi del sole caldo sulla pelle, di vedere sopra di loro il cielo sgombero di nubi e in lontananza l’isola di Halul e di poter contattare via radio il più vicino porto. Altri marinai, come me, erano messi piuttosto male fisicamente ed era stato necessario ricoverarli. Quasi tutti comunque portavano segni di cedimenti nervosi e i loro sogni erano agitati da incubi ricorrenti.

«Questo è quanto dovevo dirle – mi disse mentre usciva dalla camera – di più non so e non ho intenzione di sapere.»

 


 

L’anziano signore serrò le labbra in una smorfia imbronciata ed emise un sonoro sospiro, continuava a guardare nel vuoto annuendo, perso nei ricordi.

I due agenti si guardarono un attimo interdetti, poi la ragazza poggiò di nuovo la mano sul ginocchio dell’uomo e cercò di riportarlo al presente.

«Grazie mille, signor Livi… Sandro, il tuo resoconto è stato per noi molto prezioso.»

L’uomo alzò lo sguardo imbarazzato verso di lei, quasi come se si fosse accorto solo in quel momento della sua presenza.

«Vuole dire che mi credete?» chiese.

«Crediamo che tu ci abbia riportato fedelmente i tuoi ricordi – disse Mario – Riguardo a quello che è successo veramente durante il primo viaggio della Monfalcone, non possiamo essere sicuri di nulla.»

«A volte – continuò Sandro – neanche io riesco a dare fede ai miei ricordi. Sapete, eravamo spariti per otto giorni, nessuno riusciva a mettersi in contatto con noi e nessuno aveva avvistato la nave, per cui ci fu un’indagine interna, molto accurata per quanto posso saperne io, ma non portò a nulla. L’azienda dichiarò ufficialmente che eravamo stati vittime di pirati, così da giustificare le perdite subite. Di fatto ne uscivamo tutti puliti, in cuor mio però sapevo che il peso di alcune scelte ricadeva su di noi. Io me lo sentivo addosso.»

«Ha più rivisto qualcuno degli altri?» chiese Chiara.

«No, fu una specie di tacito patto; nessuno cercò mai più gli altri, per tutti l’ultimo contatto fu il capitano Gracchi, tutti salparono su altre navi o cambiarono lavoro e poi…»

«Non importa, Sandro – lo interruppe la ragazza – Hai visto più della maggior parte degli uomini.»

«Ho visto più di quanto a un uomo dovrebbe essere concesso di vedere…»

Sandro lasciò cadere nel vuoto la frase quando si accorse che i due ospiti lo fissavano con un’espressione preoccupata. D’istinto mosse la mano fino al labbro superiore e ritrasse i polpastrelli dell’indice e del medio sporchi di sangue.

«Vi chiedo scusa» disse mentre si portava un fazzoletto di stoffa al naso.

«Ti senti bene?» chiese Chiara.

«Certo, certo, è solo che… ogni tanto succede… vogliate scusarmi un attimo.»

Gli agenti rimasero nel salotto mentre l’uomo usciva a passo svelto dalla stanza.

«Che ne pensi?» chiese Mario alla compagna.

Lei impiegò qualche istante per rispondere, qualcosa la turbava.

«Penso che da alcune storie non ci si salva mai del tutto – rispose alla fine – Rimangono lì e nei momenti in cui sei più vulnerabile si fanno largo e ti consumano da dentro.»

«Come un cancro.»

La frase di Mario, detta a bassa voce, con lo sguardo rivolto a terra, rimase nell’aria, come l’afa soffocante di fine luglio. Fu spazzata via all’improvviso da uno scoppio. Un colpo di pistola proveniente dall’interno della casa.

Corsero nella camera da letto. Una camera da letto matrimoniale, sistemata ancora per accogliere una coppia di sposi.

Sandro era sdraiato sul letto, stringeva ancora in mano l’arma da fuoco che gli aveva devastato la testa. Si era sparato sotto il mento. Nella mano sinistra stringeva un sacchetto di panno. Vicino a lui sulle lenzuola erano sparse delle pallottole lasciate cadere alla rinfusa da una scatola di munizioni quasi finita.

Chiara prese il sacchetto e fece scivolare il contenuto nel palmo della mano: si trattava di un ciondolo di pietra grigia a forma di ruota di carro, una croce inscritta in cerchio, con incise delle lettere.

«Che diavolo è?» chiese Mario.

«Dio, non il diavolo – rispose lei – È una versione piuttosto grezza della medaglia di San Benedetto. E queste sono iniziali di parole latine, si tratta di formule di scongiuri contro il male[1]

«E tu come lo sai?»

«Mia madre era molto religiosa. Credeva che cose come questa fossero in grado di proteggere le persone.»

Mario annuì mentre prendeva i primi rilevamenti della scena del suicidio e borbottò tra sé e sé.

«Niente è in grado di proteggerci da noi stessi.

[1] La medaglia di San Benedetto riporta scritto sull’asse verticale C.S.S.M.L. (Crux Sacra Sit Mihi Lux, La Croce Santa sia la mia luce), sull’asse orizzontale N.D.S.M.D. (Non Drago Sit Mihi Dux, Non sia il demonio il mio condottiero) e sul cerchio V.R.S. (Vade Retro, Satana, Allontanati, Sanata), N.S.M.V. (Numquam Suade Mihi Vana, Non mi attirare alle vanità), S.M.Q.L. (Sunt Mala Quae Libas, Son mali le tue bevande), I.V.B. (Ipse Venena Bibas, Bevi tu stesso i tuoi veleni).

 

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