6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 12

6 terribili verità – Seconda verità

Mi trovavo legato a una colonna di pietra, circondato dai miei simili – la Razza – Si stavano allontanando da me portandosi dietro le torce, privandomi della luce, lasciandomi alla mercé di creature incorporee e amorfe, che allungavano i loro artigli d’ombra per trafiggere, graffiare e lacerare la mia volontà; per incidere sulla mia essenza più profonda i versetti della Verità Terribile. La Tenebra mi accolse con sé nel vuoto della sua dimora, mi svelò la menzogna effimera della luce e mi iniziò alla via suprema della demenza e dell’isteria, finché il tempo perse significato e non fui abbastanza lontano da me stesso per leggere sul mio spirito martoriato i segni del Tremendum e mentre sentivo il mio corpo raggrinzirsi, essiccarsi e mummificarsi, diventare pietra fossile, fondersi con la colonna a cui ero legato e con lo scoglio stesso, morire e diventare incorruttibile, la mia mente, liberata dal vincolo della ragione, partoriva legioni di Mara e pianificava il mio ritorno per annunciare il tramonto perpetuo e la venuta dell’Oscurità.

Urlai senza sosta mentre venivo consumato dalle ombre sulla scogliera e continuai a urlare anche quando la visione fu conclusa e mi accorsi di essere tornato in me; scalciavo e mi dimenavo per liberarmi dalla stretta di Ogre. Lui strinse ancora, le costole scricchiolarono e il lampo di dolore mi aiutò a riprendere il controllo.

«Ho guardato negli occhi dell’idolo! – gridai – Ho guardato nei suoi occhi e ho visto…»

Le lacrime mi impedirono di continuare.

«Il Tremendum – concluse lui – Ti ha solo sfiorato.»

«Lasciami – lo supplicai – Dobbiamo andarcene prima che arrivi!»

«E dove? – disse allentando la presa – La Tenebra è ovunque.»

«Liberami» aggiunse poco dopo.

Tirai fuori le chiavi dalla tasca dei pantaloni e provai a fare quanto mi chiedeva, ma in quello stesso istante l’idolo aprì la bocca. La mandibola si mosse di scatto, disserrandosi per la prima volta dopo millenni di immobilità, si udì un risucchio e subito dopo uno sbuffo di polvere rugginosa schizzò fuori dalla gola rinsecchita, simile a un nugolo di microscopici insetti.

Pietro, che si trovava lì vicino, ne fu investito a pieno e rotolò da un lato stringendosi la faccia con le mani. Le sue urla di dolore all’inizio coprirono la cantilena che dalla bocca dell’idolo andava diffondendosi per tutta la nave, ma ben presto non furono più sufficienti e quel suono distorto si piantò nelle nostre teste con la forza di una picconata. Furono tutti colti da uno shock, simile a una scossa elettrica ad alta tensione.

Accadde anche a me, ma in forma minore, credo, mano a mano che il canto blasfemo dell’idolo si alzava sentivo il ciondolo che mi aveva dato Ogre vibrare sempre più forte. Sentivo ogni fibra muscolare irrigidirsi sotto la spinta di una pressione interna enorme, faceva un male del diavolo e mi trovai a strillare insieme a tutti gli altri: era l’accompagnamento che l’Antico richiedeva per il suo canto di morte e noi eravamo un coro di dannati.

Vidi morire degli uomini quel giorno; in maniera atroce. Erano stati miei compagni di viaggio e la loro sofferenza era la mia; la loro condanna era la mia.

Il Sordo premeva con forza il palmo della mano sul moncherino dell’orecchio, cominciò a guaire come un cane scannato e a contorcersi sul pavimento, finché un fiotto di sangue non passò con violenza dalle dita e lo lasciò sul ponte in preda agli spasmi, col cervello che gli colava fuori dal foro che aveva a lato della testa.

Umberto, uno dei marinai che era stato male a causa del pesce avariato, smise di urlare quasi subito, spalancò la bocca fino a slogarsi la mandibola, senza produrre alcun rumore, il ventre si incavò verso l’interno mentre il petto gli si gonfiò oltre misura, reclinò gli occhi all’indietro e vomitò tutto quello che aveva dentro: interiora, budella e organi interni.

La faccia di Gaetano divenne d’improvviso rosso porpora e si gonfiò, col sangue che veniva spinto alla testa, prima si ruppero i capillari del naso, poi furono i timpani a spaccarsi, il sangue usciva copioso, ma comunque insufficiente ad allentare la morsa della pressione, alla fine a saltare furono gli occhi, scoppiarono come pomodori maturi lanciando in avanti due getti rossi e spingendo all’indietro il corpo esangue e privo di vita.

Loro furono i più fortunati. La nebbia si tinse di grigio e di rosso; la vidi muoversi in spire sottili e lunghi tentacoli per toccarmi, potevo sentirla strisciare addosso, sotto i vestiti, alla ricerca dei varchi; si insinuava lentamente e dolorosamente, da ogni poro della pelle, da ogni buco della mia volontà, e una volta dentro cominciò a premere sulle pareti interne di quel vuoto che ogni uomo ha dentro. Il corpo e la mente rischiarono di scoppiare, lacerati in mille brandelli.

Quello che stavo vivendo io stava accadendo nello stesso momento anche agli altri e su di loro vidi cosa mi sarebbe successo se mi fossi arreso, se avessi ceduto anche solo per un istante.

L’Oscurità che faceva forza per emergere si riversò all’esterno nel pianto dei dannati, dagli occhi dei marinai sgorgarono lacrime scure e dense come sangue rappreso, i loro occhi si rovesciarono all’indietro mostrando solo il bianco, solcato da venuzze scomposte. Bianchi abissi privi di vita.

Le urla cessarono all’improvviso, la battaglia era stata vinta, e coloro che erano rimasti in piedi erano le vittime. Non erano più le anime dei marinai della Monfalcone a comandare le loro azioni. Qualcuno o qualcosa occupava quei corpi, li possedeva e li riempiva di una vitalità aliena che stava portando al limite le loro possibilità fisiche facendoli muovere come marionette di carne dalle vene rigonfie e i muscoli ipertrofici. Avanzavano verso di me, che ancora resistevo alla possessione; credo solo grazie al le vibrazioni del ciondolo.

Sentii uno schiocco secco e deciso vicino a me. Ogre aveva forzato le catene ai polsi fino a spezzarle. Il suo volto era la maschera dell’ira, la furia che assale la tigre quando si sente minacciata senza via di fuga.

Non appena fu libero mi prese per una spalla e senza darmi il tempo di capire cosa stesse accadendo mi gettò con forza a terra. La spinta mi fece scivolare per diversi metri sul ponte; quando mi fermai ero di nuovo in grado di muovermi, almeno in teoria: la nebbia aveva allentato la sua stretta, ma ero privo di energie, i muscoli mandavano fitte di dolore a ogni respiro e nella caduta mi ero lussato una spalla. Rimasi sdraiato sulla schiena a riprendere fiato, per quanto mi riguardava ero comunque spacciato, forse sarei solo morto meglio degli altri.

Sopra di me, il cielo offriva uno spettacolo angosciante: una barriera di bolle evanescenti tratteneva il tumulto frenetico di un fluido nero e oleoso che in certi punti assumeva per brevi stanti delle forme riconoscibili, anche umanoidi, e si scagliava contro la sottile barriera trasparente per infrangerla.

Mentre cercavo di rialzarmi, vidi Ogre scattare verso i posseduti; ne prese uno per la faccia e lo scaraventò contro la parete del cassero, poi corse sul ponte. Da dove mi trovavo sentii bene il rumore di ossa rotte e carne schiacciata, ma il marinaio si rialzò non appena toccò terra per inseguire Ogre con passo dinoccolato e saltellante. Si girò a guardarmi solo un attimo; forse solo il tempo di valutare che non ero un bersaglio interessante.

Volli credere – e lo voglio ancora –  che ci fossimo riconosciuti a vicenda e con quel barlume di intelligenza che rimaneva in quell’essere martoriato aveva deciso di risparmiarmi.

In lontananza vedevo sagome e ombre muoversi a grande velocità attorno all’idolo, così corsi anch’io verso prua, reggendomi con la mano la spalla dolorante.

I posseduti circondavano Ogre a ridosso del parapetto; alcuni erano a terra, rantolavano e cercavano di rialzarsi con scatti violenti, nonostante i loro arti fossero piegati o spezzati, ignoravano i danni subiti e i limiti stessi dei loro corpi. Altri erano serrati davanti a Ogre, a una certa distanza, con gli arpioni e le accette in mano, pronti a sostituire quelli – tre, forse quattro – che lo attaccavano. Era tutto molto confuso, Ogre buttava i posseduti fuori dalla nave e quelli risalivano a bordo arrampicandosi, ne scagliava altri lontano e altri ancora ne prendevano subito il posto. Era ridotto piuttosto male, coperto di ferite; i marinai avrebbero senz’altro avuto la meglio su di lui prima che potesse raggiungere l’idolo.

Vicino all’idolo erano rimasti due uomini, guardavano la scena da una certa distanza, così raccolsi l’arpione da uno dei posseduti a terra e mi avvicinai alle loro spalle. Strinsi i denti per ignorare il dolore alla spalla e colpii quello che mi sembrava il più esile dei due alla nuca con l’asta dell’arpione e si accasciò ai miei piedi con la testa fracassata. Era la prima volta che utilizzavo una simile violenza contro un altro essere umano. L’altro si girò verso di me per aggredirmi; era Pietro. La sua faccia era completamente corrosa, rimaneva poco più di un teschio coperto da uno strato di carne ustionata e solcata da rigagnoli di sangue che sgorgavano dagli occhi, due biglie bianche in cui non brillava più alcuna scintilla di umanità. Mi saltò con le mani al collo urlando come un invasato parole incomprensibili. Dopo il primo colpo avevo lasciato la presa sull’arpione, per cui non avevo nulla per difendermi quando mi gettò a terra cercando di strangolarmi, provai a divincolarmi, ma Pietro era troppo forte. Mi tirò in piedi tenendomi per la gola e mi sbatté sulla parete esterna del cassero facendomi quasi svenire.

Alle sue spalle, l’idolo si stava muovendo.

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