6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 11

6 terribili verità – Seconda verità

Io e Ogre eravamo seduti da un lato, gli altri dal lato opposto, le nostre teste separate da pochi centimetri; la nebbia e il vuoto attorno ci davano l’impressione di trovarci a distanze incalcolabili. Vedevo Alfonso, il robusto pescatore di tonni, arrancare ai remi con la noia dettata dall’esperienza, vicino a lui Salvatore si martoriava un pollice staccando pezzi di unghia con i denti in attesa che fosse il suo turno di vogare, il Sordo guardava avanti e continuava a grattarsi la cicatrice che aveva al posto dell’orecchio sinistro. Erano soggetti isolati, separati dal contesto e sovrapposti a un quadro bianco e vacuo, non ci sarebbe potuta essere nessuna relazione tra noi in quel momento, neanche volendolo, non avevamo nessun legame, nessun contatto, nulla in comune se non il generico contenitore della nostra umanità, le cui pareti si assottigliavano a ogni colpo di remi.

Le ultime eco della poesia di persero nella nebbia e in quell’attimo di silenzio nella mia mente sentii nascere una curiosità genuina, un pensiero mio. Mi ci aggrappai come un naufrago a un pezzo di legno.

«Perché eri a bordo della petroliera iraniana?» chiesi a Ogre

Ci mise un po’ a rispondere – era concentrato su qualcos’altro – e il suo discorso fu piuttosto confuso.

Cercò di spiegarmi che aveva una specie di sesto senso per le catastrofi di un certo tipo, una consapevolezza che rimandava al discorso che aveva fatto in precedenza sul fatto che tutti gli abissi erano collegati tra loro. Questa specie di rete fatta di tenebre c’entrava qualcosa con lui, la petroliera, la testa e anche con noi.

Si era imbarcato sulla nave come clandestino ed era rimasto nascosto nella stiva per giorni, senza che accadesse nulla, poi c’era stata una breve scossa di terremoto ed era comparsa la nebbia.

Per un po’ avevano continuato a navigare privi di punti di riferimento, poi c’era stato l’incidente: uno scoglio roccioso non segnalato – affiorato forse a causa del terremoto sottomarino – aveva aperto uno squarcio nello scafo e l’impatto probabilmente aveva staccato la testa dalla roccia in cui era incastrata. Da quel momento in poi tutto si era svolto come sulla Monfalcone, fino all’incendio. L’incendio che aveva condannato a morte l’intero equipaggio, ma che forse aveva salvato le anime di quegli uomini.

La lancia era quasi arrivata a destinazione quando Ogre interruppe bruscamente il racconto e alzò la testa per guardare lo scoglio aguzzo che emergeva proprio davanti a noi.

«Ho commesso un errore, ho agito troppo presto. Il cerchio deve chiudersi per poter essere spezzato.»

Anch’io guardai nella stessa direzione. L’isolotto era poco più che una mezzaluna allungata, una rampa di pietra grande come un campo da calcio che affiorava dall’acqua e si innalzava, nella parte opposta a quella cui attraccammo, di una ventina di metri sul livello del mare. Non vi era nessuna sporgenza a cui dare di volta per assicurare la lancia; in assenza di corrente il pericolo che andasse alla deriva era minimo. Lasciammo comunque Alfonso a guardarci le spalle con la cima di raccordo.

Camminare su quel piano inclinato si rivelò una piccola impresa, la roccia bagnata era resa ancora più scivolosa da un sottile strato di alghe e mucillagine; l’isolotto poteva essere emerso dal mare da qualche giorno, come nel racconto di Ogre. Aiutandoci con delle accette per fare presa sul terreno frastagliato riuscimmo a salire fino a circa metà della sua lunghezza, dove procedere diventava più facile grazie a una serie di ruderi che affioravano dal terreno.

Con una simile inclinazione mi immaginavo che ogni alzato sarebbe dovuto crollare, invece quelle colonne, quei blocchi, quei monconi di parete se ne stavano lì a sfidare la forza di gravità; molti non arrivavano al petto, alcuni si alzavano diversi metri sopra le nostre teste e dove ce n’erano in numero maggiore sembrava quasi di trovarsi davanti una foresta fossile.

Qualunque funzione avessero avuto in un tempo remoto, quei resti avevano fatto parte di un edificio scavato direttamente nella roccia dell’isola. Compresa la colonna irregolare che emergeva sul picco estremo dello scoglio.

Il Sordo ignorò tutto il resto e si diresse con foga verso quell’escrescenza.

«Sbrigatevi! – ci incitò – È quello che cerchiamo!»

Avvicinandomi vidi che la colonna non era difforme, come mi era sembrata a una prima occhiata da lontano. Era un cilindro, quasi perfetto, alto ben oltre i due metri e largo quando il busto di un uomo. Attaccato con la schiena al palo c’era un corpo scheletrico, i legami che lo avevano stretto in quella posa contorta dovevano essere scomparsi da secoli, ma la carne stessa sembrava essersi fusa con la pietra e pietrificata a sua volta. Mi sarebbe potuta sembrare una statua se non avessi avuto l’assoluta certezza che quel corpo un tempo era stato vivo. Quel corpo mutilato a cui mancava la testa, strappatagli dal collo in ere precedenti alla nostra. Ogre si guardava attorno col naso rivolto verso l’alto.

«Dobbiamo portarlo via di qua – disse il Sordo – Stacchiamo questo dannato palo!»

Dicendo questo strinse la presa sul manico dell’accetta e sferrò un colpo.

Appena la lama ebbe colpito la roccia, l’isolotto cominciò a tremare; lo sentimmo slittarci sotto i piedi e inclinarsi. Una scossa di terremoto piuttosto forte ci mandò tutti carponi a terra, eccetto Ogre, che avanzava con agilità scimmiesca in direzione dello strapiombo.

«Torniamo alla lancia!» urlò il Sordo.

Alfonso, in fondo alla discesa, reggeva a stento la cima della barca puntellandosi con i piedi. Era tutto teso e non avrebbe resistito ancora a lungo e a quel punto saremmo rimasti bloccati su un granello di roccia che stava per inabissarsi.

Scappai insieme agli altri e gridai a Ogre di fare lo stesso. Lui, anziché darmi retta, alzò le mani incatenate e abbracciò il palo di pietra in una stretta bassa a cingere i fianchi del corpo pietrificato, allargò le gambe e lo tirò a sé tendendo al massimo i muscoli della schiena e delle braccia in uno sforzo sovrumano.

Il tremore dell’isola copriva ogni rumore, la scena era muta; Ogre sradicò il palo dalla roccia da cui emergeva e senza neanche riprendere fiato si gettò al nostro inseguimento. La barca nel frattempo era stata spinta in mare per ordine del Sordo, anche se la violenza delle onde rischiava di mandare il piccolo scafo a fracassarsi sullo scoglio con noi a bordo; riuscimmo invece a prendere il largo quanto era sufficiente per non essere ingoiati dal vuoto lasciato nell’acqua quando l’isolotto affondò lasciandoci in mezzo al nulla.

Ogre riemerse non appena il mare fu tornato a essere una tavola immacolata, scaraventò il corpo decapitato ancora legato al palo a bordò e si issò a sua volta sulla barca. Il Sordo gli diede una pacca sulla spalla con un abbozzo di sorriso, ma sembrò pentirsene subito e ritirò la mano con sguardo intimorito.

Nessun altro tentò qualche tipo di approccio: ognuno restò solo con i suoi pensieri e sembrava voler rimanere così. Per quanto mi riguarda non riuscivo a comprendere il gesto di Ogre: continuava tornarmi alla memoria quello che aveva detto poco prima. “Il cerchio deve chiudersi”. Le implicazioni di quella frase banale mi terrorizzavano.

Arrivammo alla Monfalcone senza problemi, il che ha dell’incredibile visto che non riuscivamo a vedere nulla oltre un paio di metri; sono sicuro che l’orientamento non c’entrò nulla: eravamo attirati dalla nave e sapevamo che non stavamo sbagliando.

Sul ponte ci aspettava un’atmosfera pesante, carica di attesa e di tensione, la nebbia era più fitta rispetto a quando eravamo partiti e si muoveva, in assenza del minimo alito di vento, la nebbia serpeggiava tra i marinai, strusciava sui loro vestiti e sulla loro pelle.

L’intero equipaggio era riunito lì e quando videro Ogre portare a spalla il nostro macabro trofeo si aprì al nostro passaggio. Solo Pietro rimase fermo ad accogliere il nostro arrivo, con il volto distorto dall’eccitazione; un passo dietro di lui si vedeva la testa adagiata sul suo tempio di casse di legno.

«Vi stavamo aspettando!»

La voce ci giunse raddoppiata dal riverbero di un’eco. Era vero, ci stavano aspettando, per l’esattezza stavano aspettando il corpo. Pietro ci indicava con la mano aperta una costruzione improvvisata alla sua sinistra, con delle grosse taniche piene d’acqua legate tra loro con del fil di ferro e altri pezzi rimediati. Era stato approntato un basamento con uno spazio libero al centro che lasciava pochi dubbi circa il suo utilizzo.

Quello che accadde dopo fu solo una brutta recita; nessuno ebbe modo di pensare a ciò che stavamo facendo; nessuno di noi decise davvero, ci limitammo a svolgere uno schema deciso da qualcun altro; in tutto, perfino nelle nostre intenzioni.

La cosa peggiore fu che io di questo me ne rendevo conto, ma non riuscivo a trarmene fuori. Guardai Ogre, sperando che almeno lui fosse ancora padrone della sua volontà; forse quello che stava accadendo era troppo grande anche per lui.

Non si girò, non rispose al mio sguardo, le sue labbra si mossero a formare delle parole silenziose, quasi volesse giustificarsi: “il cerchio deve chiudersi”. Poi fece qualche altro passo avanti, piantò il palo nel basamento e arretrò fino a mettersi al mio fianco.

Pietro nel frattempo aveva preso tra le mani la testa e senza darci alcuna spiegazione la adagiò in cima al corpo; i lembi della carne mummificata aderivano perfettamente al moncherino irregolare del collo: nessuna sfasatura, nessun segno di usura. Pietro spalancò gli occhi e la bocca, cominciò a tremare e a scuotere la testa, ritirò le mani di scatto stringendosele al petto: davanti a lui c’era un corpo umanoide, avvizzito in modo orribile, ma perfettamente integro.

Nessuno aveva il coraggio di muoversi o di parlare: la morsa che aveva stretto le nostre menti si stava dissolvendo e con la stessa velocità, la realtà si stava abbattendo su di noi, crudele, violenta e silenziosa.

Ogre fremeva per l’agitazione e l’impazienza, era in allerta, come un animale che attende l’arrivo di un cataclisma, e anch’io cercai di allertare tutti i miei sensi. Stava per succedere qualcosa, non avevo dubbi.

La Monfalcone ebbe un violento sussulto, uno scossone, come se avessimo speronato uno scoglio sommerso o come si fosse disincagliata all’improvviso. Io finii a terra per il contraccolpo, mentre Ogre si piegava in avanti per mantenersi in equilibrio.

Non ci furono altre scosse seguenti, per cui mi rialzai; il cuore batteva a mille e lo stato di torpore mentale aveva lasciato ormai definitivamente il posto a un’ansia febbrile.

«Che cosa è successo?» chiesi ad alta voce.

Ogre allungò verso di me le braccia congiunte e mi afferrò per la giacca sollevandomi come fossi stato un bambino, era agitato, come non si era mai mostrato prima, e parlava con una voce più simile a ringhio animale.

«Liberami! Ci stiamo muovendo, c’è poco tempo. Liberami!»

Rimasi bloccato per alcuni istanti, incapace di pensare in maniera lucida, non lo aveva mai visto così, non mi sembrava più neanche umano, lo vedevo davvero come l’orco cattivo delle fiabe, avevo paura che potesse sbranarmi o farmi a pezzi a mani nude.

«Non c’è tempo! – gridò a un palmo dalla mia faccia – Guarda l’idolo, guarda nei suoi occhi, fallo!»

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena. Fui spinto a distogliere lo sguardo da quel volto bestiale e mi accorsi subito che qualcosa era cambiato, la nebbia turbinava verso l’alto fino a confondersi con i nuvoloni temporaleschi.

Tutto il cielo era occupato da un immenso vortice di fumo oltre il quale si intravedeva un’Oscurità senza fine popolata da sagome abnormi e distorte, che si accalcavano nell’occhio del ciclone.

Era quel vortice che ci stava attirando verso di sé; quello era Dio aveva deciso di punirci

Anch’io sarei rimasto paralizzato da quella visione apocalittica se Ogre non mi avesse scrollato con vigore. Voleva che guardassi l’idolo e lo feci.

Le palpebre mummificate erano spalancate e mostravano due occhi bianchi e lattiginosi che assumevano differenti espressioni, in base ai giochi che facevano le ombre al loro interno al variare della luce: minacciose, esultanti, disperati, folli: erano gli occhi di una creatura vivente. Cercai di sfuggire all’attrazione di quegli occhi antichi, ma alla fine mi trovai catapultato nell’abisso senza fondo di ricordi che non erano miei.

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