Quando calano le tenebre – parte 9

6 terribili verità – Seconda verità

«No, non è giusto, no…»

Continuava a ripetere Richelli, prima fra sé e sé, sotto voce, poi sempre più forte, rivolto al resto dell’equipaggio; urlava e nel frattempo arretrava, mettendo una mano in avanti per tenere lontani i suoi vecchi compagni che ora gli si facevano incontro minacciosi, con l’altra mano stringeva ancora al petto la pagliuzza corta che lo aveva condannato.

Non c’erano giustificazioni: stavamo scegliendo consapevolmente di fare il male. Abbassai gli occhi per non guardare e in quel frangente vidi solo un’ombra enorme muoversi come un fulmine. Ogre si era frapposto tra la folla e Richelli; era piegato in avanti con le braccia allargate in posa minacciosa mentre l’ufficiale, alle sue spalle, piagnucolava disperato.

Nonostante fossero armati, i marinai avevano paura di avvicinarsi e lo attaccarono solo dietro le incitazioni di Pietro e del Sordo.

Confuso con i rumori sordi dello scontro, sentii un lieve sciabordio, pensai subito a dei remi, così mi affacciai al parapetto. Una sagoma si stava avvicinando dal mare; nel buio poteva sembrare una scialuppa con a bordo tre uomini.

Nel frattempo la nebbia aveva scavalcato la murata della nave e stava dilagando sul ponte; avanzava come una marea di lava, lenta e inesorabile. Tutte le fiamme a bordo, quelle delle candele e delle torce, si attenuarono fino a diventare poco più che bagliori sfocati.

Il mare era diventato un’indistinta macchia scura, ma ebbi l’impressione che non ci fosse più nessuno a bordo della barca.

Qualcuno mi passò vicino sfiorandomi appena. Dico “qualcuno” perché dopo che mi ebbe superato sentii chiaramente i passi umidi sul ponte che si allontanava verso i marinai, ma con il dorso della mano avevo toccato qualcosa di bagnato, freddo ed elastico; mi ricordò la pelle delle dita quando rimane troppo tempo immersa in acqua.

Quando si sovrappose agli aloni luminosi vidi che si muoveva a scatti, in maniera goffa e dinoccolata, e che non era solo: ce n’erano altri due. Furono bloccati da Ogre mentre saltavano per raggiungere Richelli ed ebbe inizio una lotta che di umano aveva molto poco: gli aggressori, incuranti dei colpi che gli piovevano addosso, allungavano le mani verso l’ufficiale per afferrarlo; Ogre provava a trattenerli e allontanarli approfittando della sua, ma quelli scalciavano, graffiavano e mordevano come bestie, senza cedimenti e, cosa ancor più inquietante, nel più assoluto silenzio.

Richelli, accucciato e schiacciato con la schiena contro dei grossi fusti di latta, lanciava dei ghigni e dei sibili isterici, mentre armeggiava con un accendino da cui partivano brevi scintille.

Quando riuscì ad accenderlo si illuminò per un attimo l’intera scena. I tre uomini erano esangui, con la pelle raggrinzita, i loro arti erano gonfi e tesi allo spasimo, i muscoli del collo contratti, i lineamenti tirati in un ghigno orribile, gli occhi infossati nelle orbite erano bianchi, completamente rigirati sotto le palpebre, lungo le guance scendevano due larghe strisce di lacrime rossastre, sangue annacquato, grondavano acqua dai capelli corti e dai vestiti stracciati: le divise della Monfalcone. Quelli erano i marinai partiti quattro giorni prima a bordo della lancia.

Richelli un urlo di terrore; l’accendino si spense e calò di nuovo l’oscurità. Sentii dei colpi attutiti, poi passi bagnati, rumore di fusti rovesciati e infine delle urla strazianti.

«Vi prego! Vi prego!» continuava a ripetere la voce dell’ufficiale, sempre più lontana, sempre più debole.

Con il silenzio cominciò a tornare poco a poco anche la luce, la nebbia si stava ritirando; in poco tempo fu di nuovo visibile la situazione sul ponte.

Ogre era in ginocchio vicino ai fusti rovesciati, ansimava con un ringhio sommesso per riprendere fiato; aveva morsi, graffi e contusioni in tutto il corpo, si teneva su poggiando una delle lunghe braccia a terra, mentre l’altra pendeva inerte sul fianco a causa di una profonda ferita slabbrata appena sotto la spalla, una delle caviglie era piegata in modo anomalo, forse slogata.

«Vedete? – urlò Pietro alzando un rampone sopra la testa – Non ci si può opporre allo Spirito del Mare. Se vogliamo uscirne vincitori dobbiamo agire tutti insieme, dobbiamo fare ciò che ci è stato mostrato e non avere dubbi. Ogre non fa parte del nostro equipaggio, non è dei nostri, e ha cercato di ribellarsi al destino che tutti noi abbiamo già visto, ed è stato abbattuto per questo – puntò il dito con cattiveria verso la figura piegata che ci guardava ansimando – Lo Spirito del Mare non vuole perdenti al suo fianco e dico che d’ora in poi la sua sorte non è più affare nostro. Mettetelo agli arresti.»

I marinai gli si fecero attorno puntando le armi in avanti; Ogre rimase un attimo immobile, girando la testa per guardare uno a uno i volti degli uomini che lo circondavano, poi, quando ebbe ripreso fiato, si alzò e li seguì zoppicando verso la cambusa.

Quando furono visibili solo come minuscole fiammelle di candela nelle ombre del ponte, il Sordo venne da me per comunicarmi che “visto che mi ero trovato bene con quel demonio, mi sarei preso cura di lui”. Sono certo che se ne avessero avuto il coraggio, lui e Pietro lo avrebbero ucciso, ma avevano paura di scatenare i timori superstiziosi dell’equipaggio, secondo cui lui era una delle creature del sogno. Lo pensavano tutti, nessuno però si sarebbe azzardato ad alzargli i capelli da davanti agli occhi per averne conferma.

Quell’incarico comunque non mi dispiaceva; dopo quello che era successo non me la sentivo di stare con gli altri. Non davo certo a loro più colpa di quanto ne dessi a me stesso, ed era quello il punto: in quel modo potevo fuggire per un po’ dalla mia vergogna. Inoltre, nel tempo che avrei dovuto passare sottocoperta sarei stato abbastanza lontano dall’idolo.

Scesi nel magazzino, portando una piccola scorta di candele e una scatola di fiammiferi. La grande stanza era umida e gelida; Ogre era stato sistemato sul fondo, con i polsi legati da una robusta corda e un piede incatenato a uno dei giganteschi refrigeratori. Era seduto in terra con la testa bassa e alzò la faccia quando accesi una candela. Alla luce diretta, le ferite apparivano più gravi di come mi erano sembrate, anche se lui non dava segni di soffrirne troppo.

«Come va?» chiesi.

Lui non rispose e io avevo finito i miei argomenti. Avrei voluto giustificarmi per non essere intervenuto, per non averlo aiutato; così cominciai.

«Ascolta, riguardo a quello che è successo prima…»

Ma mi interruppe subito.

«Quel marinaio ha ragione – si riferiva senza dubbio a Pietro – Ha compreso meglio di voi i messaggi che arrivano dall’Oscurità.»

«Vuoi dire quei… sogni?» chiesi.

«Sono ricordi.»

Le sue parole non facevano che ricalcare i miei pensieri e anche le mie domande non erano altro che riflessioni a voce alta.

«Ricordi della testa dell’idolo?»

Tacque, ma fu come se mi avesse risposto.

«Io credevo fosse morta – dissi – Solo una scultura, al massimo una mummia.»

«La Razza non vive come gli uomini – mi spiegò – e non muore come gli uomini. La morte può essere uno stato temporaneo se la coscienza è forte.»

«La Razza?» domandai.

Non capivo e lui continuò il suo strano discorso.

«Molto prima dell’uomo, quando la realtà era giovane, la Razza conosceva l’Oscurità.»

Lo guardai incredulo; parlava con una tale serietà che non ebbi dubbi, credeva davvero a quello che stava dicendo, io però non potevo crederci.

«E questo dove l’hai letto? Sul retro di copertina di un libro fantasy?»

Volevo prenderlo in giro e invece stavo solo prendendo in giro me stesso. Non affatto un libro; per quanto orribile, crudele e delirante, quella era la dannata realtà.

«Scusami – gli feci – Per me non è facile credere a queste cose.»

Non si scompose, forse non gli interessavano le mie scuse. In ogni caso continuai.

«Questa Razza… la testa voglio dire, cosa vuole?»

«Sono Antichi adoratori dei Mara, le coscienze che popolano la Tenebra esterna, l’Oscurità, esistono per questo, vogliono questo.»

Durante il sogno di quella notte eravamo stati partecipi di un sacrificio rituale subìto da un membro della Razza per richiamare quell’Oscurità di cui parlava Ogre. Ma perché?

«Il Tremendum – disse in risposta ai miei pensieri – La Verità Terribile.»

Era la prima volta che sentivo quella parola, anche se il capitano aveva detto qualcosa di simile; mi sembrò quasi di comprenderne il significato, entrò con insistenza nella mia mente, la invase, la occupò totalmente: era la verità assoluta e semplice che esisteva prima della grande menzogna, era il vero nome di dio, era la bestemmia precedente il verbo.

Caddi in ginocchio schiacciando i palmi delle mani contro le orecchie. Quel nome continuava a ferirmi i timpani e a bruciarmi le tempie. Tra le lacrime riuscii ad alzare la faccia dal suolo e a rivolgerla verso Ogre. Mi stava guardando.

Fu l’ultima cosa che vidi prima di perdere i sensi per il dolore. Quando mi svegliai era ancora davanti alla cella; non doveva essere passato molto tempo. Ogre fissava la parete della stanza alla sua sinistra.

«Non c’era altro modo» disse.

Capii, o mi illusi, che a suo modo volesse giustificarsi con quelle poche parole. Comunque aveva ragione. Negli istanti in cui ero stato privo di conoscenza avevo rivissuto la scena del sacrificio sulla scogliera e avevo capito. La Razza aveva invocato l’Oscurità; uno degli Antichi era stato immolato a un fato peggiore della morte: l’eternità confinato nella Tenebra esterna. L’eternità… Per chi non muore e venera l’annichilimento di ogni cosa deve essere un concetto abbastanza relativo, una fase come un’altra. Infatti l’Antico era tornato. La Razza era stata dispersa dai millenni, ma l’Antico era tornato per assolvere al suo scopo. Un ponte deve avere due spalle, una da una parte, una dall’altra del fosso che separa due terre; solo in questo caso la campata consente il passaggio da un’estremità del ponte a quella opposta.

L’immagine del gigante arcaico che stringeva nel palmo la testa appena strappata dal corpo si sovrappose a quella di Ogre, accucciato, in apparenza inerme, in un angolo della stanza. Si girò a guardarmi di nuovo: avevo capito e lui lo sapeva.

Le due parti devono essere unite; l’Antico voleva tornare a essere completo.

Ero pazzo – continuavo a ripetermelo – I miei erano pensieri da pazzo, lo sapevo, solo non riuscivo a ignorare quello che sentivo. Mi alzai con lentezza, prima di fare o dire qualcosa volevo tornare in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Presi tempo e senza commentare il suo discorso mi allontanai con la scusa di cercare dei vestiti con cui potesse ripararsi un minimo dal freddo.

In realtà Ogre non si era affatto lamentato per il freddo, né sembrava patirlo, sebbene lì sotto la temperatura fosse così bassa che io facevo fatica a respirare anche se indossavo la giacca di servizio e una coperta di lana.

Tornai poco nel magazzino portando un po’ di indumenti che ero riuscito a trovare sulla nave: rifiutò di indossare tutto quello che gli portai, come se la cosa non lo interessasse granché, né del resto saremmo riusciti a trovare vestiti che gli andassero bene date le sue dimensioni.

Alla fine decisi di sciogliere i legacci ai suoi polsi: lo avevo visto abbattere una porta di ferro a spallate, tenere a bada un equipaggio armato e lottare contro tre mostri emersi dall’inferno; difficilmente delle corde lo avrebbero trattenuto se avesse davvero voluto scappare.

Eravamo l’uno di fronte all’altro e davvero non avevo idea di che cosa fare. Lui rovistò in una tasca dei pantaloni e ne tirò fuori una catenina da cui pendeva un ciondolo.

«Portarla con te» disse, poi si rimise a sedere e tornò a ignorarmi.

Benché fuori dalla cambusa la luce dei lampi manteneva un perenne stato di tramonto; qualcuno però doveva aver deciso che era notte e l’equipaggio era attorno all’idolo a riposare. Stesi anch’io la mia coperta e mi misi a pensare guardando in alto le nubi arrossate.

Al risveglio avevo le palpitazioni, la mascella era serrata e indolenzita e mi facevano male tutti i muscoli. Avevo ancora il vago ricordo di un incubo; più che altro la sensazione di aver lottato per un tempo lunghissimo; contro cosa non saprei dirlo con esattezza, qualcosa di simile a una piovra o un serpente, comunque una bestia amorfa che mi voleva schiacciare. Nel sogno ero stato aiutato da mio padre; non aveva fatto nulla, mi teneva la mano con fermezza e tranquillità, io ero ancora un bambino e lo guardavo dal basso in alto.

Mi ero svegliato nell’esatto momento in cui avevo visto mio padre abbassare lo sguardo verso di me, sorridermi e cominciare a dirmi qualcosa che non ero in grado di capire.

Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: