6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 6

6 terribili verità – Seconda verità

Mi svegliai con l’eco delle parole di mia nonna ancora in testa. Anziché sentirmi rincuorato, però, ero ancora più disturbato, come se fin da piccolo fossi stato vittima di un inganno di proporzioni immani.

Rimasi poco a pensarci, perché il freddo pungente cominciava a sortire i suoi effetti, nonostante le coperte di lana e mi si era piantato un dolore lancinante in mezzo alla fronte.

Quando aprii gli occhi pensai che fosse ancora notte fonda: la luce che filtrava dall’oblò era poca, poteva essere al massimo quella della luna.

Anche se mi sentivo stordito uscii sul ponte e lì vidi che una certa luce rischiarava il cielo coperto, per cui doveva essere già mattina. In ogni caso altri marinai erano già in piedi ed erano intenti in un’animata discussione sul freddo, sui pesci che non c’erano, sul sole che non si alzava. Erano spaventati, dicevano che non era normale, e io non riuscivo a dargli torto.

Non mi ero accorto che a dirigere e fomentare la discussione c’erano Pietro e il Sordo, loro invece si erano accorti che stavo ascoltando al margine del gruppo. Mi lanciarono un’occhiata ostile e posero fine al dibattito. Mentre gli altri si disperdevano mi sorrisero con aria beffarda e poi si allontanarono anche loro.

Il perché del loro sorriso lo capii un attimo dopo: su una pila di casse di legno alta quanto le mie spalle poggiava la testa dell’idolo. Cercai con lo sguardo il capitano, senza trovarlo; mi chiedevo come avessero fatto a sottrargli l’oggetto. Guardai la testa senza incrociarne direttamente il volto; mi faceva una paura del diavolo.

«Che cavolo sta succedendo?»

Mi lasciai sfuggire un pensiero a voce alta.

Pietro si fermò e ritornò sui suoi passi venendomi incontro, non sembrava infastidito, solo molto eccitato. Se non fossi stato certo del contrario avrei detto che si era drogato.

«È successo che il capitano ha accolto le richieste dell’equipaggio» disse.

Era a un passo da me, riuscivo vedere i tendini del collo fremere e tirarsi a ogni respiro, le palpebre erano colte da una specie di tic che le faceva vibrare verso l’alto. Sembrava sul punto di perdere il controllo.

«Il freddo e l’oscurità hanno spaventato i marinai – proseguì – Se non ci avesse permesso di aprire la cassetta a quest’ora ci sarebbe già stato un ammutinamento… e probabilmente un linciaggio.»

Non capivo il nesso logico e glielo dissi.

«Pietro, quella cosa non può esserci di nessun aiuto, non fa niente… non serve a niente. Santo Dio, è solo la stupida testa di una statua!»

Forse dissi l’ultima frase in tono troppo alto o troppo concitato, perché d’improvviso mi sentii addosso gli occhi di tutti i marinai che erano sul ponte. Si erano girati verso di me e mi fissavano come stava facendo Pietro, come se fossi io il pazzo pericoloso.

Abbassai lo sguardo e mi diressi a passo spedito verso la prua, dove avevo intravisto il capitano e, vicino a lui, Ogre, entrambi di spalle. Gracchi fissava la nebbia con aria sconsolata, sembrava privo di qualunque autorità, solo un’altra povera vittima di un destino perverso che si divertiva a giocare con gli uomini.

Prima che potessi rivolgergli la parola, Ogre si accorse di me e me lo trovai davanti.

«Co… come sta il capitano?» chiesi preso un po’ alla sprovvista.

«Credo abbia capito» rispose lui con voce roca e cavernosa mentre mi superava.

Si allontanava senza curarsi di me, ma lo inseguii allungando il passo per stare al suo ritmo. Non me la sentivo di rimanere solo con Gracchi.

«Pietro mi ha detto cosa è successo – dissi –  Non potrebbe essere un bene? Voglio dire, non il tentativo di ammutinamento… In fondo la situazione è stata gestita, è importante mantenere la calma, non sappiamo quanto impiegheranno ancora i soccorsi per raggiungerci… per salvarci…»

Smisi di parlare perché nel frattempo si era fermato a guardarmi, curvo su di me, come se avesse di fronte un bambino poco sveglio.

«Nessuno verrà mai a salvarci.»

Lo disse come se fosse una cosa ovvia, una certezza assoluta.

«Nessuno può raggiungerci – aggiunse – Questo freddo, questa buio… sono quelli dell’Abisso.»

Scossi la testa con espressione confusa.

«Che vuoi dire? Che la situazione è disperata? Grazie, già lo so.»

Sarei andato avanti con la mia replica sarcastica se non mi avesse fermato subito.

«Tu non sai nulla.»

E aveva ragione, per lo meno di lui non ne sapevo niente; era comparso dal nulla, anzi, nel bel mezzo di un disastro, non era uno dell’equipaggio, non era uno di noi e… pensai proprio questo, non era come noi. Forse era solo un truffatore che voleva approfittare della nostra situazione. Poteva essere un pirata, poteva essere stato lui stesso a sabotare gli strumenti e i generatori della Monfalcone.

Erano ipotesi, non ci credevo molto; Ogre mi sembrava sincero, ma non ero sicuro che questo fosse un bene.

«Basta con queste stronzate! – lo aggredii – Tu sai tutto, no? Allora parla chiaro!»

Annuì e sembrò sul punto di voler continuare quando qualcosa alle mie spalle attirò la sua attenzione.

«Più tardi» disse con un tono che non ammetteva repliche.

Al mio fianco comparve il Sordo; lui e il suo compare erano responsabili dei turni di pesca per ordine del capitano e avevano bisogno che Ogre li aiutasse. probabilmente si trattava solo di una scusa, visto che la pesca era del tutto improduttiva, un modo per avere ai loro ordini chi li aveva umiliati il giorno prima.

Attesi che passasse il tempo vagando per il ponte. Non ero il solo: vagare come anime in pena, senza un’occupazione era diventato il triste passatempo della maggior parte dei marinai. Non del capitano però: lui se ne stava a prua, immobile, con le mani appoggiate al parapetto e la faccia depressa, gli occhi gonfi di chi sta per piangere.

«Colpa del vento – si giustificò quando ci andai a parlare – E del freddo. Con questo freddo devo essermi ammalato.»

Ero alla presenza di un uomo distrutto; col senno di poi fu ingiusto da parte mia insistere.

«Lei crede che ne usciremo?» chiesi.

Mi aspettavo come risposta un rassegnato “non lo so”, invece non disse nulla, non mi aveva neanche sentito

«Cosa pensa ci sia successo? – lo incalzai – È riuscito a farsene un’idea?»

Mi sporsi oltre il parapetto per costringerlo a guardarmi e a quel punto le lacrime cominciarono a solcargli le guance.

«La verità, Sandro, la Verità è Terribile…»

Non chiamava mai i suoi marinai per nome. Qualunque fosse la verità di cui stava parlando lo aveva sconvolto. Io non volevo averci niente a che fare, mi allontanai da lui continuando a ripetermi che presto qualcuno sarebbe venuto a tirarci fuori dalla nebbia.

Dopo qualche ora, vidi i pescatori smontare dalle loro postazioni. Non era una pausa pranzo, non c’era niente di commestibile con cui poter pranzare, la giornata era semplicemente arrivata a metà, almeno l’orologio biologico e i brontolii dello stomaco dicevano questo.

Ogre mi indirizzò giusto uno sguardo, era il segnale che aspettavo. Lo seguì, a una certa distanza, sotto coperta; mi aspettava nella sala macchine, silenziosa in modo irreale, seduto su uno sgabello con la faccia rivolta verso il basso, immobile come una statua.

Appena entrai, mi indicò con la mano un altro sgabello. Tra me e lui aveva messo un mozzicone di candela accesa, che invece di portare la luce non fece altro che moltiplicare le ombre. Nel crepuscolo artificiale mi misi seduto.

«Io ho paura» confessai.

Era la cosa più naturale che mi era venuta, e dopo averlo detto mi sentii più tranquillo.

«Ho visto che eri vicino al capitano – continuai – Gli hai parlato? Gli hai detto qualcosa per ridurlo in quello stato?»

Lui scosse la testa con calma prima di alzare lo sguardo.

«Mi ha fatto una domanda di cui conosceva già la risposta.»

«Ti ha chiesto se siamo finiti all’inferno?»

Anche io conoscevo già la risposta. Avevo letto quella paura negli occhi di Gracchi, l’avevo riconosciuta perché era la mia stessa paura, il terrore, l’angoscia profonda della dannazione eterna, la perdita di ogni speranza.

«Le profondità senza luce delle fosse oceaniche – rispose Ogre –, quelle dello spazio siderale, i limiti più bassi della mente e dell’animo umano… sono abissi, riflessi della stessa Tenebra, si sovrappongono, sono la stessa cosa; ogni abisso è in contatto con tutti gli altri ed è un varco per l’Oscurità.»

«Questa è la verità di cui parlava il Capitano? – ero incredulo – Gli hai detto tu queste scemenze? Volevi farlo impazzire o cosa?»

Non ero veramente arrabbiato con lui, ne avevo più timore se mai.

«Questo è solo un riverbero della Verità Terribile, il Tremendum conduce gli uomini alla follia.»

Scattai in piedi con un moto isterico.

«No! È questa assurda situazione che ci sta facendo diventare tutti folli. E io… devo essermi completamente rincretinito se sto qui a sentire parlare uno che nemmeno…»

«Angelo» disse senza nessuna inflessione della voce.

Mi volsi verso di lui stupito.

«È il mio nome. Mi chiamo Angelo Serlupi.»

In effetti stavo per dire “uno che nemmeno conosco”. Non era certo quello il nucleo del problema, però quell’uscita fuori luogo riuscì per un attimo a farmi apparire ridicola quella situazione raccapricciante.

«Scusami – stavo per mettermi a ridere – Cioè, grazie di esserti presentato, dopo tre giorni che sei qui. Credi che sia importante, adesso?»

Si interruppe un attimo e aspettò che si calmasse la mia piccola crisi di nervi prima di rispondere.

«Questa nebbia è una manifestazione dell’Oscurità. Ci isola dal resto. Ha già diviso l’equipaggio in fazioni. Tra poco ogni persona a bordo sarà sola.»

«E io dovrei salvarmi perché ora conosco il tuo nome?»

Anche se mi sforzavo di essere scettico, sapere che avevo di fronte un altro essere; nei suoi discorsi senza senso in fondo c’era una ragione.

«Tu come sai queste cose?» chiesi.

Dalla sua risposta avrei deciso a chi e a cosa credere.

«Ho vissuto abbastanza a lungo da impararle.»

L’istinto mi diceva di alzarmi e allontanarmi da lui – a quel punto ero sicuro di trovarmi di fronte un pazzo – invece annuii lentamente e lo invitai a proseguire.

«Gli abissi comunicano con l’Oscurità in alcuni luoghi e in alcuni momenti; punti nel tempo e nello spazio. In questi punti la realtà viene sconvolta, le leggi che la regolano non valgono più. Le percezioni e la ragione degli esseri viventi provano a interpretare quello che accade, ma va oltre le loro forze.»

A quel punto ero disposto a credergli, almeno potevo tenere la mente occupata ragionando di qualcosa.

«Se quello che stai dicendo è vero, possiamo uscire da questo… punto, come lo hai chiamato tu, come siamo entrati, usciremo, magari possiamo prendere le lance rimaste e…»

Scosse la testa e mi interruppe.

«L’Oscurità distorce e inghiotte ogni cosa, come un buco nero. Non se ne può uscire.»

Avevo bene in mente che stavamo ragionando dell’assurdo.

«Ma hai appena detto che si tratta solo di un momento o di luogo, voglio dire, questa dannata porta o buco non è mica stata sempre aperta, non siamo i primi a solcare questa rotta.»

«L’Oscurità – mi spiegò – viene richiamata da fenomeni casuali, a volte da segni o da gesti, persino da forme celate in un paesaggio…

«…o da una volontà.»

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