6 terribili verità, narrativa

Quando calano le tenebre – parte 5

6 terribili verità – Seconda verità

Quella scena da inferno sottomarino – addirittura con le stesse sensazioni del mio incubo – mi fu raccontata anche da altri marinai. Volli credere che eravamo stati tutti impressionati dal freddo e dall’umidità che erano penetrate nei nostri alloggi durante la notte. L’atmosfera in effetti era cambiata in modo radicale: eravamo andati a dormire in una fresca sera di fine estate e ci svegliavamo in una fredda mattina d’autunno, che ci costringeva a indossare la giacca di servizio per i lavori, circondati dalla nebbia che ormai era ovunque, tanto che anche sul ponte non vedevamo più in là di pochi metri. Anche il sole, per quel poco che traspariva oltre la cortina di nubi, non si alzò dalla linea dell’orizzonte se non di pochi gradi, come avviene in prossimità dei poli.

In questa situazione difficile, il nervosismo e il malumore erano quasi palpabili nell’equipaggio: i marinai cominciavano a essere scostanti gli uni con gli altri; era praticamente inevitabile che nascessero dei problemi. Infatti, verso sera, Pietro e Claudio si erano azzuffati con i fratelli Rimessi per una storia di sigarette rubate; dovemmo metterci in sei per impedirgli di farsi male sul serio. Il capitano pensò che metterli al lavoro e tenerli occupati con qualcosa di utile avrebbe calmato gli animi, e dispose che le operazioni di manutenzione ordinaria della nave si spostassero sul ponte e mise i due fratelli a selezionare la legna asciutta trovata a bordo per fare una sorta di falò in un bidone, sempre per segnalare la nostra presenza.

Agli altri due, visto che la pesca risultava ancora infruttuosa, vennero date le lanterne a gas e gli fu ordinato di cercare cibo ancora commestibile nel magazzino; un lavoro inutile e schifoso, data la puzza indecente che emanava quel posto.

Pensavamo così di essercene liberati per qualche tempo, invece risalirono dopo neanche mezzora portando una cassetta arrugginita e chiusa da diversi giri di filo di ferro. Imprecai tra me e me per essermi dimenticato di quell’affare: anche se in fondo non c’era un motivo reale perché dovessi preoccuparmi a quel modo. Per quale dannato motivo, poi, tra tutto il ciarpame che c’era nel magazzino, quei due avessero riportato sul ponte proprio la testa dell’idolo, e solo quella, non me lo riuscivo proprio a spiegare. Notai che anche il capitano sembrava condividere la mia stessa ansia; mi lanciò uno sguardo adombrato e fece un cenno di assenso con la testa.

Intercettai con la vista anche Ogre, si stava muovendo con circospezione per guadagnare un posto avanti tra la folla dei marinai; avevano lasciato ciò che stava facendo e si stavano radunando attorno a Pietro e al suo compare.

Per un attimo vi fu solo il silenzio, l’ultimo rumore che si udì fu quello della cassa che veniva posata a terra, nessuno osava parlare o muoversi, finché il Capitano non entrò nel vuoto al centro della folla e si portò davanti ai due uomini.

«Cosa sta succedendo qui?» chiese.

Pietro aveva gli occhi spalancati, la bocca aperta in una sorta di sorriso isterico e le mani non la smettevano di agitarsi come dotate di vita propria.

«Capitano – disse con tono quasi isterico – siamo scesi come ci ha ordinato; per un po’ abbiamo rovistato tra i pacchi di provviste, senza trovare nulla di buono, a parte qualche scatola di candele. Tutti e due siamo stati colti da un attacco di emicrania, lì sotto fa un freddo cane, così ci siamo fermati un attimo. E allora li abbiamo sentiti. Dei rumori, bassi, non si capiva cos’erano, come se ci fosse qualcun altro nella cambusa. Abbiamo pensato che qualcuno dell’equipaggio si fosse imboscato per non fare i lavori; abbiamo dato una voce, ma nessuno ha risposto. Io non ci vedevo neanche tanto bene, però i rumori continuavo a sentirli, una specie vociare confuso e lontano, una cantilena a bassa voce. Proveniva da una dispensa e dentro ci abbiamo trovato questa – e indicò la cassetta – Non lo sappiamo cosa c’è dentro, ma quando ci siamo avvicinati il mal di testa è sparito e anche il freddo. Dobbiamo aprirla.»

Nel frattempo mi ero avvicinato anch’io e lo vidi bene, Pietro stava sudando, gli occhi erano incavati e bordati da occhiaie – per la stanchezza pensai, eravamo tutti sfiniti – il volto era tirato per lo sforzo del discorso concitato, i suoi movimenti però erano energici, sembrava in forma, e anche il Sordo. Di sicuro mostravano di stare meglio di noi.

«Questo discorso non ha senso – disse Gracchi – siete solo stanchi e con la stanchezza si diventa impressionabili. Andate nelle vostre cabine e riposatevi.»

Pietro fece una smorfia di disprezzo alzando un angolo del labbro superiore e mostrando i denti gialli; durò un secondo, poi tornò alla sua solita faccia da schiaffi.

«Ha ragione – disse – siamo tutti stanchi, forse l’immaginazione ci ha un po’ preso la mano.»

Resse lo sguardo truce del capitano e rispose con un palese tono di sfida nella voce.

«Però non potrà negare che si sentono dei rumori venire da qui, forse mi sono rincoglionito, ma a me, anzi a noi – e incluse con un gesto della mano anche il Sordo – sembra che si tratti di voci. Forse dentro c’è una radio o un altro apparecchio con cui potremmo contattare la costa.»

All’idea i marinai cominciarono a parlottare tra di loro eccitati e strinsero il cerchio attorno alla cassetta, tanto che Gracchi faticò non poco a mantenere la disciplina e a riportare il silenzio; si trovava nell’arena come un domatore di leoni.

Nel frattempo il Sordo si era procurato un piede di porco e quando il suo compagno annuì con la testa ficcò la punta dell’arnese nel fascio di fil di ferro che la chiudeva.

«Posa il piede di porco! –ordinò Gracchi sempre più nervoso – Posa quel piede di porco, ho detto!»

Ma ormai era tardi; il Sordo aveva già forzato la chiusura improvvisata quanto bastava per aprire uno spiraglio nel coperchio arrugginito, da cui si levò una zaffata dolciastra e sgradevole: odore di muffa, di chiuso e di qualcosa andato a male.

Si diffuse immediatamente una sensazione di calore, anche se la temperatura non era variata. Erano le conseguenze fisiche di uno stato di forte eccitazione. Anche io sentivo il cuore battere all’impazzata, i muscoli tesi e pronti a scattare, la voglia di muovermi trattenuta a stento; speravo che si scatenasse una rissa per potermi gettare nella mischia.

Questo non era da me – ben inteso – stavo perdendo lucidità mentale; per fortuna me ne accorsi in tempo e rimasi fermo, mentre la maggior parte dei marinai si accalcavano attorno alla cassetta passando oltre il capitano, il quale guardava fisso davanti a sé, con gli occhi e l’espressione di chi è confuso e sconfitto. Pietro, invece, sorrideva in maniera cattiva: si stava godendo il suo momento di trionfo.

La sagoma di Ogre torreggiava tra i marinai proprio al centro della scena, immobile come una statua; teneva nel pugno l’estremità del piede di porco, mentre il Sordo, con il volto distorto dalla rabbia, lanciava insulti a gran voce e cercava di riprenderne possesso tirandolo a sé con entrambe le mani. Ogre strappò la spranga di ferro dalla presa dell’altro, senza alcuno sforzo, e lo gettò sul ponte, alle sue spalle, oltre l’equipaggio affollato lì attorno.

Il rintocco metallico fu come una campana d’allarme; quando l’eco distorta si spense, tutti sembravano aver riacquistato la ragione.

Pietro non sorrideva più e si guardando attorno con sguardo malevolo, quasi a chiedersi perché ci fosse tutta quella gente attorno a lui. Claudio ansimava e si teneva le mani doloranti, la faccia mostrava ancora rabbia verso Ogre, ma non sembrava avere la chiara consapevolezza di cosa fosse successo. Anche il capitano riprese vigore e per sbloccare la situazione dichiarò a tutti che la cassa non conteneva nessuna radio o altro strumento elettrico, e pertanto non poteva esserci di alcun aiuto; c’era invece un oggetto riportato dalla nave iraniana distrutta dall’incendio, le presunte voci provenienti dall’interno della cassetta erano solo rumori su cui si sarebbe preoccupato lui stesso di indagare, perciò avrebbe portato il contenitore nella sua cabina.

Dispose inoltre che fossero risparmiate le poche fonti di illuminazione che ancora rimanevano per segnalare a intervalli regolari la presenza in mare della Monfalcone. Per quanto riguardava i due dissidenti, li consegnò nei loro alloggi fino a nuovo ordine.

Dopo che l’equipaggio si fu disperso, cercai con lo sguardo Ogre, andò a raccogliere il piede di porco, con estrema calma, poi si voltò nella mia direzione. Forse non guardava neanche me – gli occhi erano sempre coperti dai capelli – e in fondo non avevo nulla da chiedergli; ero confuso e avrei voluto che mi dicesse qualcosa, lui che ostentava tanta sicurezza, ma non successe, così tornai presto al lavoro. Aiutai a distribuire le coperte di lana e mi infilai subito nella mia branda; ero così stanco che mi addormentai non appena ebbi poggiato la testa sul cuscino: il freddo, il diguno, la tensione, mi avevano messo al tappeto.

Sognai di essere su una scogliera sulla cima di un altopiano roccioso a strapiombo sul mare. Decine di metri sotto di me, l’acqua si schiantava con violenza sugli scogli, la schiuma ribolliva addosso alla parete frastagliata e il ruggito delle onde mi assordava. All’orizzonte distinguevo una massa vaga oltre la foschia, enorme, troppo grande anche per essere un capodoglio. Non poteva essere un’isola, si stava muovendo, correva a pelo d’acqua. Si trattava di un banco di nebbia, così fitta che da quella distanza sembrava una cosa solida, una cosa da cui il mare fuggiva urlando.

Non so per quanto tempo aspettai, ma poco a poco nello schiamazzo furioso della marea cominciai a distinguere un altro suono; prima solo un brusio, poi una cantilena grottesca proveniente dal profondo delle grotte che costellavano il versante della scogliera. Era un miscuglio di voci disarticolate e urla che poco o nulla avevano di umano. D’improvviso ebbi l’impressione di trovarmi dentro un mattatoio: i versi agonizzanti, l’odore di carne inacidita e di sangue rappreso saturavano l’aria. Ero stretto da ogni lato da corpi così vicini a me e tra loro da non riuscire a vederne neanche uno per intero. Sopra di me scorgevo ancora il cielo velato che copriva la scogliera. Quando il coro di invocazioni si alzò di volume urlai anch’io; i corpi ammassati si mossero all’unisono e mi trascinarono con loro; chiusi gli occhi e gridai così forte che la mia voce coprì ogni altro rumore.

Poi sentii sulla pelle il tocco di una mano gentile, mi accarezzava la fronte tremando appena. Profumava di lavanda. Ero tornato a essere un bambino nel letto della piccola casa dei miei genitori. Davanti a me, appena rischiarata da un piccolo lume, c’era mia nonna, la madre di mia madre. Mi sorrideva con affetto e mentre continuava ad accarezzarmi.

«Non urlare, piccolo mio – diceva – I mostri non esistono. Se non hai paura non possono farti alcun male.»

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