Quando calano le tenebre – parte 3

6 terribili verità – Seconda verità

La mattina seguente, com’era prevedibile, trovammo il macchinista iraniano senza vita. L’espressione del volto lasciava poco spazio all’immaginazione: nonostante i sedativi, era morto di dolore e di paura.

Le condizioni del sottufficiale si erano stabilizzate, mentre il grosso marinaio sembrava aver ripreso tutte le energie. Anche le ustioni, che la notte prima erano sembrate più gravi, alla luce del giorno si rivelarono di lieve entità.

Fra la colazione e il pranzo, il capitano della Monfalcone, Arturo Gracchi, cercò di parlare con quei due per capire cosa fosse successo e quale fosse stata la causa dell’incendio a bordo.

Gracchi era un corpulento marinaio di vecchia data, un brav’uomo, stimato e rispettato da tutti per la sua lunga esperienza e per le sue caratteristiche di umanità. Anche in quel caso si prodigò affinché non mancasse loro nulla e si interessò personalmente di ascoltare il resoconto del sottufficiale.

A farla breve – anche perché non riuscimmo a capire molto più dell’essenziale – a largo di Halul avevano urtato uno scoglio a fior d’acqua non segnalato. Inizialmente era sembrato un incidente di poco conto, scoprirono presto, invece, che la chiglia era stata gravemente danneggiata da un lungo squarcio che interessava le cisterne centrali. La testa scolpita fu ritrovata proprio in una di quelle cisterne, entrata probabilmente dalla rottura dello scafo assieme alla punta dello scoglio.

Riuscimmo a capire che non fu possibile inviare per tempo una richiesta d’aiuto; chiedendo il motivo il discorso si fece piuttosto confuso. A ogni modo, gli fu assicurato che non appena fossero stati risolti i problemi di comunicazione, sarebbero stati portati a terra o fatti venire a prendere. La notizia che al momento la Monfalcone aveva dei problemi con i contatti radio lo stravolse; ci guardò negli occhi uno a uno con aria sgomenta, sul punto di mettersi a piangere. A quel punto il capitano chiese a tutti di uscire per consentirgli di riposare; in fondo non aveva fretta di risolvere la faccenda e non voleva turbare il sottufficiale più di quanto già non lo fosse: quell’uomo doveva essere stato un marinaio d’eccellenza, noi lo vedevamo sfinito, disidratato, emaciato, eppure i segni dei difficili momenti subiti non riuscivano a cancellarne del tutto il portamento fiero.

Mentre uscivamo vidi che il marinaio semplice; aveva smesso di fissare il vuoto davanti a sé e si guardava attorno, così gli chiesi se volesse fare un giro per la nave, invitandolo a gesti a uscire con noi e a seguirmi. Conosceva bene l’italiano, ma lo scoprii solo in seguito, comunque diede cenno di avermi compreso e si mise al mio seguito. Nel vederlo in piedi mentre si rinfilava rapidamente la canottiera e i pantaloni ancora umidi con cui lo avevamo trovato, ricordai e compresi la fatica incredibile che avevamo fatto per issarlo sulla lancia: era alto più di due metri, con le spalle larghe e ricurve, le braccia lunghe e muscolose; pareva tagliato con l’accetta, come si dice. Era sproporzionato, anche se non saprei dire esattamente in che modo e i suoi movimenti risultavano sempre sgraziati. Che aveva la faccia da caprone e i capelli sempre davanti a gli occhi l’ho già detto, in più lungo le basette e sotto il mento spuntavano pochi peli ispidi come setole di maiale, ma non era solo una questione di aspetto: al di là dei numerosi dettagli sgradevoli, come l’odore muschiato, era una presenza inquietante e minacciosa. Mi ero fatto l’idea di avere a che fare con uno capace di ammazzarti per due spiccioli, un violento senza regole e senza morale; eppure lo avevo visto con i miei occhi salvare un uomo. Mi faceva paura, lo confesso, e ne ero impressionato allo stesso tempo; insomma, non mi ero rivolto a lui solo per spirito cristiano: quel tizio mi incuriosiva da matti.

Dato che non voleva parlare – io pensavo non ci riuscisse – cercai di intrattenerlo in maniera banale, per avere un minimo di confidenza nel caso il capitano avesse voluto rivolgergli delle domande o se a lui fosse venuta voglia di raccontarci qualcosa. Nel tempo di un paio d’ore gli feci vedere la nave: la A. Sicilia era di taglia decisamente maggiore, ma con i suoi quasi trecento metri la Monfalcone faceva comunque il suo spettacolo. Visitammo il cassero di poppa, le cabine, la mensa, il piccolo cinema di bordo e la piccola biblioteca nella sala comune; mi seguiva con diligenza, ma sembrava interessato più alla struttura della nave e ai corridoi che al resto, a cui riservava poca attenzione e un accenno con la testa di tanto in tanto. Solo tra i pochi libri posati in disordine sulla scansia metallica della biblioteca si accese un po’ il suo interesse. Prese un vecchio libro di poesie, una prima edizione degli anni ’30 della raccolta “In Mare aperto” di Salomone Giagara. Ora lo ricordo bene, ma al tempo non sapevo neanche che quel poeta maledetto fosse esistito o che avessimo quel libro a bordo.

Sfogliò qualche pagina, fermandosi di tanto in tanto a recitare in silenzio alcuni versi, lo posò improvvisamente e guardò verso l’alto quando le luci della stanza ebbero un sussulto. Ne approfittai per proporgli di salire sul ponte dove gli mostrai con orgoglio le diverse strutture di scarico e pompaggio; tutto ciò che ottenni da lui fu qualche occhiata fugace e un generale disinteresse: all’inizio pensai che l’argomento lo annoiasse, in fondo veniva anche lui da una petroliera e di stazza pari alla Monfalcone, ben presto però mi resi conto che la sua attenzione era fissa sul mare, o meglio sulla densa coltre di nebbia che ci circondava e ci seguiva fin dal mattino.

«Dovresti esserci abituato, no? E poi, grande e grosso come sei, non avrai paura di un po’ di nebbia?»

Volevo provare a sciogliere un po’ il ghiaccio e magari conquistarmi la sua simpatia; la battuta era mirata a quello e in effetti una reazione la ottenni, anche se non quella che avevo sperato. Si girò verso di me e piegò la testa; mi osservava da dietro i suoi capelli come se fossi io quello strano dei due, quello che non aveva ancora capito in che situazione ci trovavamo; così, quando tornò a guardare oltre il parapetto, mi concentrai anch’io verso la nebbia che ci isolava dal resto del mondo e rabbrividii.

Non so quanto rimanemmo lì fermi; fu lui il primo a sbloccarsi: si girò a fissare un punto preciso all’interno della nave e io mi voltai di conseguenza.

Un attimo dopo si levarono delle grida proprio da quel punto. Il capitano ci passò davanti di corsa e lo seguimmo fino alla cambusa. Le spiegazioni dei marinai erano molto confuse, si capiva solo che tutta quell’agitazione aveva a che fare con qualcosa che stava accadendo all’interno della cucina. Quando arrivammo lì la porta della cambusa era chiusa, dall’interno a quanto pareva, e da dentro risuonava un rumore cadenzato: dei tonfi attutiti su una superficie metallica. Dall’altra parte della porta si sentiva in maniera distinta qualcuno lamentarsi e piangere sommessamente. Poco dopo si udì un rantolo strozzato e i colpi cessarono.

Subito il capitano ordinò che la porta fosse abbattuta. Un paio di uomini si mossero per recuperare un piede di porco o un ariete di fortuna; il marinaio che era con me, invece, si fece spazio fino alla porta, ne saggiò la superficie con le mani e si gettò su di essa con tutto il peso: due spallate e la porta era aperta. Ancora mi chiedo che razza di uomo potesse essere per scardinare una porta tagliafuoco col telaio in acciaio come quella, ma lì per lì non me ne curai; non se ne curò nessuno, in realtà, perché quello che vedemmo all’interno della cambusa ci tolse ogni curiosità o fantasia.

Riverso a terra, davanti ai forni, c’era il cambusiere, con la faccia ficcata in una pozza di sangue; vicino a lui la grossa padella con la quale gli era stata spaccata la testa.

Accucciata davanti alla porta della dispensa, la sagoma contorta del sottufficiale della nave iraniana; una striscia di colore rosso che dal centro della porta arrivava fino a terra lasciava poco adito a dubbi: aveva continuato a sbattere la fronte contro il metallo fino a sfondarsi il cranio. Vari arnesi improvvisati gettati attorno al corpo suggerivano che prima di questo risultato estremo aveva provato ad aprire con altri mezzi, senza ottenere risultati.

Il cambusiere aveva subito un forte trauma alla nuca, era grave, ma vivo, per cui fu trasferito in infermeria, mentre per l’altro non c’era più nulla da fare e il capitano dispose che venisse data sepoltura in mare a lui e al direttore macchina morto per le ustioni la notte prima.

Poi volle parlare col terzo marinaio circa quello che era accaduto e siccome da qualche ora ne ero un po’ il custode e l’interprete, rimasi anche io. Il capitano cercò di ricostruire gli eventi mentre passeggiava nervosamente avanti e indietro.

Ci disse che il sottufficiale, dopo una mezzoretta di solitudine, si era calmato e aveva richiesto di fare un giro sulla nave, lo aveva accompagnato lui stesso, ma in realtà non era stato molto partecipe della visita sulla Monfalcone, visto che per tutto il tempo si era guardato attorno, come se cercasse qualcosa di preciso. A quelle parole provai un certo disagio: ripensandoci poi mi venne in mente che l’atteggiamento del colosso non era stato molto diverso.

L’iraniano si era poi diretto verso la cucina, così il capitano lo aveva affidato al cambusiere affinché gli mostrasse le cucine di bordo mentre lui si recava ai servizi e nel giro di pochi minuti la situazione era degenerata come avevamo potuto vedere.

Non c’erano dubbi che il sottufficiale fosse impazzito – probabilmente a causa dell’esperienza a bordo della petroliera in fiamme – ciò non spiegava comunque perché si fosse ostinato in quel modo a voler varcare quella porta, fino a morirne.

Tra l’altro, la chiave era tra gli arnesi utilizzati e gettati a terra, così la presi e la provai: sebbene entrasse normalmente nella toppa la serratura era bloccata e la chiave non ne voleva sapere di girare. Provammo a forzarla in tutti i modi, inutilmente. Chiedemmo al grosso marinaio di aiutarci e, a modo suo, lui lo fece. Con un rumore di ferraglia arrugginita, riuscì a far fare mezzo giro alla chiave, che gli si spezzò in mano. Per la prima volta vidi una piccola smorfia di disappunto inarcargli la bocca. Alzò le braccia sopra la testa e abbatté i pugni chiusi e gli avambracci sulla porta, come avrebbe fatto un gorilla, e la porta cedette stridendo sui cardini incrostati.

Il magazzino era avvolto nell’oscurità a eccezione della luce che veniva dalla cambusa e non servì a nulla accanirsi contro gli interruttori: tutti gli impianti erano spenti, non si sentiva neanche il rumore dei refrigeratori. L’unica cosa che usciva dal magazzino era una terribile puzza di chiuso e di decomposizione – neanche avessimo profanato una tomba – e pochi brani sfilacciati di nebbia biancastra, causata, pensai, dalla differenza di umidità e temperatura tra dentro e fuori.

Furono portate delle torce elettriche e cominciammo a guardarci attorno. La parte interna della porta si rivelò un unico blocco di ruggine e la stanza di certo non aveva l’aspetto di una dispensa utilizzata fino al giorno prima per i pasti di trenta persone: i refrigeratori erano spenti e contenevano solo un marciume vecchio di chissà quando; in teoria dovevano essere cibi freschi. Alle provviste confezionate non era andata meglio, erano disposte in ordine sui profondi scaffali arrugginiti e la pesante umidità salmastra che permeava l’aria aveva impregnato e rovinato ogni cosa, lasciando profonde scie biancastre.

La maggior parte dei viveri a bordo era rovinata e inutilizzabile, si erano salvate solo le poche cose che il cambusiere aveva tirato fuori la sera prima. Il problema pratico era evidente, la gente di mare però è superstiziosa ed era chiaro a tutti che quello era lo sfacelo causato da anni di abbandono, non da una nottata.

«Chi s’è imbarcato col diavolo ha da stare in sua compagnia…»

Lo aveva borbottato un marinaio vicino a me – era genovese, non ricordo il suo nome – e probabilmente lo avevo sentito solo io, poiché l’attenzione generale venne richiamata dal grosso marinaio.

«Cercava questa.»

La sua voce profonda era poco più di un sussurro, roca come se stesse sforzando la gola per parlare. Mi diede comunque la conferma che conosceva la nostra lingua.

Indifferente al degrado in cui versava il magazzino, si diresse vero il fondo del magazzino, la zona più in ombra, e si fermò di fronte a una grossa scatola di ferro con i manici coperta di condensa, simile a una cassetta di sicurezza delle banche. Si trattava del contenitore dove era stata messa la testa che era stata portato a bordo assieme al direttore di macchina della nave iraniana, lo riconobbi anche se la vernice era scrostata e ricadeva in trucioli sulla tela cerata dove era poggiata ed era completamente arrugginita.

«È ridicolo – disse Gracchi – non poteva neanche sapere che quella cosa fosse qui.»

Il grosso marinaio forzò le aperture a scatto della cassetta che si gli sbriciolarono tra le dita.

«Cercava questa.»

Prese la testa con una mano reggendola per la sommità, la tirò fuori e la rivolse verso di noi.

«Lo ha chiamato.»

Il volto inciso nel legno fossile ci fissava con occhi ciechi dietro palpebre serrate, in origine doveva essere stata scolpita con estrema cura e definizione, ma l’usura, l’azione dell’acqua di mare e le incrostazioni avevano reso i suoi lineamenti vaghi ed era irrimediabilmente danneggiata. La faccia quasi scheletrica doveva rappresentare qualche divinità o eroe antico; dava l’idea di un essere una specie di idolo, ormai senza orecchie e buona parte del naso; la bocca era distorta verso il basso in una smorfia di disgusto. Assomigliava per certi tratti a un pesce degli abissi e allo stesso tempo a una scimmia rinsecchita.

«È stata messa qui dopo il vostro recupero – disse il capitano quasi a volersi giustificare – Ma perché la cercava?»

Il colosso si richiuse nel suo mutismo e si limitò a guardare l’oggetto con un’espressione indecifrabile.

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